Stamattina ho partecipato all’ennesima manifestazione. Non so se sia la millesima o la decimillesima della mia vita. Ho perso il conto, anche se, in 56 anni di attivismo politico (pari a circa 20 mila giorni) posso stimare che il numero sia intorno alla metà tra quelle due cifre. Però stavolta era una manifestazione particolare: perché l’ho fatta tenendo per mano il mio nipotino, che ha poco più di tre anni, e che era, ovviamente, alla sua prima manifestazione. Insieme a lui c’erano molti dei suoi amici della scuola dell’infanzia (oltre a maestre e maestri, genitori, nonni, fratelli e sorelle un po’ più grandi). Era l’iniziativa di solidarietà con i bambini (ed in genere i minori) vittime del genocidio a Gaza, di cui abbiamo dato notizia alcuni giorni fa sul blog. Iniziata in Piazza Rovetta, e continuata con un corteo per le vie del centro storico, è terminata al Mo.Ca., dove era esposta l’opera collettiva “un nome un bambino, un nome una bambina”, costituita da migliaia di fascette bianche, sospese per aria, coi nomi dei piccoli assassinati dalle forze d’occupazione sioniste. Qualcosa che ricordava da vicino un’analoga installazione, di trent’anni prima, organizzata dal gruppo Stalker (di cui facevo parte) in Piazza Vittoria. Quella volta i nomi erano quelli degli ebrei deportati ed assassinati ad Auschwitz. La stessa barbarie, gli stessi carnefici (indipendentemente da quale nazionalismo professassero) e le stesse vittime (anche qui, indipendentemente dalle presunte “nazioni” d’appartenenza). Una semplice manifestazione di solidarietà umana, da parte degli esseri umani che amo di più (i piccoli e piccolissimi, non ancora rovinati da questa società, o almeno rovinati molto meno degli adolescenti o degli adulti), aiutati dagli adulti che li amano, li educano, li proteggono. Politicamente forse non paragonabile alle nostre, “adulte”, che dovrebbero avere parole d’ordine ed obbiettivi più “approfonditi”, che sappiano andare alla radice del problema (anche se spesso, purtroppo, non è così). Ma sentire la piccola voce del mio nipotino e dei suoi amichetti dire “No alla guerra” mi ha commosso più di quanto accade quando, con i miei compagni, urlo contro il sionismo e per una Palestina laica e socialista. Ovvio, direte voi, i nonni si inteneriscono guardando i loro nipoti. Sicuramente è vero. Ma c’era anche la sensazione mista e contraddittoria di tristezza e di speranza. La tristezza legata alla sconfitta epocale che abbiamo vissuto negli ultimi decenni (anzi, in un certo senso nell’ultimo secolo) e che mi fa scendere in piazza con la paura per il futuro del mio piccolino e dei suoi coetanei (cosa che non mi sarei mai aspettato quando ero in piazza cinquanta o quaranta anni fa!). La speranza (a dire il vero poca) che ci sia ancora qualche possibilità di fermare il mostro scaturito dal purtroppo sempre fecondo ventre del capitalismo. E guardavo, tenendolo in braccio e stringendolo forte, le fascette bianche che ondeggiavano in aria. E pensavo ai piccoli Aisha e Mohamed, ma anche ai piccoli Hannah e Daniel, Dmytro e Olena, Aleksandr e Olga, Manal e Sami, Kofi e Nzuri, Min e Sun*, ecc.. Spero solo che il mio piccolo impari a disertare il più rapidamente possibile, sputando in faccia a tutti i nazionalisti e i “patrioti” del mondo intero, e che lui e quelli della sua età possano davvero essere “della nazione umana i precursori“.
FG
*Nomi arabi, ebraici, ucraini, russi, sudanesi, congolesi, birmani.


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