di Gianni Sartori
Con la scomparsa di Giovanni “Titta” Fazio (il 17 novembre, a 87 anni) viene a mancare un altro pezzo importante della storia civile e sociale del vicentino.
In questi giorni viene ricordato soprattutto come grande ambientalista. Il suo impegno con Legambiente (all’epoca ancora Lega per l’ambiente, fondata da Laura Conti) risaliva agli anni ottanta e le sue battaglie proseguivano ancora con l’associazione Cillas (Cittadini per la legalità, il lavoro, la salute e l’ambiente). Da lui fondata nel 2012 con Donata Albiero e divenuta uno dei principali punti di riferimento dell’Ovest Vicentino sulle questioni ambientali. Vedi l’opposizione al progetto di gassificazione in quel di Arzignano (dove risiedeva da oltre 50 anni) e la denuncia delle sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) che hanno avvelenato sia le acque che il sangue della popolazione (qualcuno si ricorda della RIMAR negli anni settanta?).
Sua anche l’ideazione dell’Ecofesta in Arzignano.
Fazio si era laureato in Chirurgia a Catania nel 1964 e – dopo un periodo al pronto soccorso di Siracusa e nei sanatori di Prasomaso e di Arco di Trento – era approdato come medico di base nel vicentino, a Velo d’Astico. Presenza forse anomala nel paesino dell’Alto vicentino sottostante ai Colletti di Velo e al Monte Pria Forà.
Ma Fazio oltre che ambientalista era stato anche molto altro.
Pur non avendolo frequentato più di tanto (età diverse, ambiti politici affini, ma non coincidenti; io da sempre “movimentista”, lui più seriamente uomo da organizzazione…) lo ricordo in alcuni momenti significativi distribuiti nell’arco di qualche decennio.
Lo conobbi proprio a Velo d’Astico (del tutto casualmente, ero arrivato in corriera per salutare un compagno di scuola) nel fatidico ’68. Scambiai qualche parola, ma quello che ricordo bene fu il suo campanello. Dove accanto al nome si potevano leggere vari slogan maoisti e affini. E non si dovrebbero dimenticare le manifestazioni autenticamente popolari quando venne forzatamente trasferito. Da qualche parte dovrei avere ancora la foto di un cartello significativo: “Vogliamo che Fazio resti a Velo perché è un medico del Popolo” (vado a memoria).
Del resto all’epoca, per quanto “arretrato” anche l’Alto Vicentino (non solo le città operaie come Schio e Valdagno, v. Il 19 aprile) si andava risvegliando. Sempre a Velo nel 1968, partecipai a una riunione di giovanissimi (cattolici impegnati) dove si discuteva addirittura di “potere operaio” (come concetto, non come organizzazione). Ricordo anche che chi l’aveva indetta finì poi per decenni sindacalista di punta della CISL.
Erano passati solo due-anni e la situazione politica, sia a livello personale che in generale, era andata radicalizzandosi assai.
Arzignano 1971. Minacciata chiusura della Pellizzari e manifestazioni con barricate da parte di operai, familiari e cittadini solidali. Per tre giorni con la 500 di Alberto in quattro facemmo avanti indietro per stradine sterrate secondarie (la città era “sotto assedio” da parte della Celere) partecipando alle manifestazioni. Quando giunse la notizia di un accordo che di fatto appariva come una resa al padronato, ci ritrovammo con alcuni giovani operai piuttosto incazzati proprio a casa sua. E Fazio, con diplomazia, seppe riportare in un ambito più politico l’esasperazione di chi si sentiva in qualche modo “tradito” anche dal sindacato (*).
Altro salto temporale. Siamo a Verona nel 1987 con la grande manifestazione indetta dai Costruttori di pace all’Arena “per strappare le radici dell’ingiustizia”. Oltre ai carissimi amici Febe Cavazzutti Rossi, Alex Zanotelli, Efrem Tresoldi, Benny Nato (rappresentante dell’ANC), Mario Costalunga (e ai coraggiosi militanti antiapartheid sudafricani Beyers Naudé, Farisani e Dominic Khumalo**) qui ritrovai e intervistai (per Nuova Vicenza) anche il “Titta”.
Un’occasione per ricordare altre comuni battaglie come quelle per l’indipendenza delle colonie portoghesi (anni settanta, Angola, Mozambico, Guinea Bissau e Cabo Verde…) e per aggiornarle sulla questione storica, epocale del superamento di un regime dispotico e discriminatorio come quello sudafricano.
Tutto qui. Poi naturalmente lo incrocia varie volte a convegni e manifestazioni (quella antinucleare di Legnago…), ma senza andare oltre a un cenno di saluto. Tuttavia la sua scomparsa mi ha fatalmente riportato alla mente frammenti, scorci, brandelli dei vecchi tempi (dai, non erano poi tanto male se confrontati a quelli odierni). Quando in tanti (ma forse non abbastanza…) si andava , consapevolmente o meno, all’assalto del cielo.
Gianni Sartori
(*) Per maggiori informazioni riporto qui per esteso la nota 2 all’articolo https://www.osservatoriorepressione.info/19-aprile-1968-la-rivolta-valdagno/
nota 2: Arzignano 1971. Il “Partito” (Potere Operaio, a cui comunque non mi ero mai iscritto e che lasciai perdere all’inizio del 1972, stufo di sentirmi apostrofare con “faremo come in Spagna…” con un evidente riferimento al maggio ’37)) aveva detto di no, non si doveva andare. La mobilitazione alla Pellizzari era nata in difesa del posto di lavoro, una lotta considerata di retroguardia. Ma a noi quattro non ce ne fregava un cazzo. Le notizie parlavano di barricate, di un paese sotto assedio, di centinaia di persone, operai con le loro famiglie, a presidiare le strade. Come accadeva contemporaneamente nel Bogside a Derry.
In quel di Arzignano arrivarono addirittura a circondare una colonna di gipponi della Celere che, incautamente, era entrata in paese e non riusciva più a uscirne. Bastava e avanzava. Partimmo appunto in quattro (Alberto, Tiziano, Umberto e io) come i cavalieri dell’Apocalisse, stipati nella 500 di Alberto.
Impensabile arrivarci dalle strade principali a causa dei posti di blocco. Ma per stradine bianche collinari secondarie, anche una caresà ricordo, giungemmo di soppiatto in prossimità del paese per poi proseguire a piedi. Alla sera rientrammo a Vicenza facendo il percorso inverso. Così per tre giorni di seguito, finché grazie alle trattative sindacali (e ai cedimenti) si giunse a un compromesso poco onorevole che lasciò l’amaro in bocca alla maggioranza delle maestranze. La rabbia era tanta, la consapevolezza (sta per: coscienza di classe anticapitalista) pure. Ricordo alcuni operai (e non tutti giovani, anche uno che era stato partigiano) che avendoci individuato come presunti “maoisti” non esitarono nel proporci di partecipare a qualche “azione diretta” eclatante (non scendo in particolari, ma veramente “eclatante”…). Forse saggiamente il futuro ambientalista Fazio (che ricordavo medico m-l a Velo d’Astico) li riportò a più miti consigli. Casualmente incontrai anche quell’operaio di Valdagno che il 19 aprile di quattro anni prima aveva rischiato di venir lapidato dai carabinieri mentre si rifugiava sotto un ponte dell’Agno.
Con un gesto esplicito battè la mano su una tasca mormorando “ma stavolta xe meio che no i ghe prova gnanca…”. Vai a sapere.
Conservo un’immagine cupa e livida dell’ultimo rientro. Eravamo già in alto, sulle colline e dal paese invaso dalle ombre della sera si alzavano colonne di fumo nero dai copertoni che bruciavano. Insieme alla rabbia, bruciavano anche alcune barricate: piuttosto di demolirle in molti preferirono darle alle fiamme. Da qualche parte nel mondo, sepolto sotto la cenere di mille sconfitte, forse quel fuoco brucia ancora e attende. Spero.
(**) https://www.grillonews.it/arena-2/
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