di Alessandro Esotico (da FB)
Non è un caso che la pubblicistica borghese parli di “tragedia”, a proposito della morte di Octay Stroici, [l’operaio morto nel crollo della Torre dei Conti, dopo ben 11 ore sotto le macerie].
Non è un caso, perché nella parola “tragedia” si nasconde una visione del mondo.
In essa si riflette l’antica idea dell’Anánke e della Móira: la Necessità e il Fato, le potenze cieche e impersonali che nel pensiero greco dominavano uomini e dèi, e che nessuna volontà poteva sovvertire.
La tragedia nasce da questa contraddizione: l’uomo agisce liberamente, ma la sua libertà è inscritta in un ordine che la precede e la determina.
Oggi quella Necessità veste i panni dell’economico.
Non regna sull’Olimpo, ma nelle fabbriche, nei cantieri, nei flussi di merci.
È la stessa logica del destino, oggi viva più che mai, e che porta un senso laddove esso fatica a mostrarsi.
Quando un operaio muore, quando crolla un ponte o un edificio, quando una strada inghiotte un corpo, non siamo di fronte a una fatalità.
Ciò che viene chiamato “caso” è in realtà l’effetto necessario di un rapporto di produzione.
Le autostrade esistono perché esiste un modo di vivere e di produrre che richiede la circolazione continua delle merci;
le città si sono configurate secondo le esigenze della valorizzazione del capitale;
i ritmi, i materiali, i tempi del lavoro sono scanditi non dalla misura dell’uomo, ma da quella del profitto.
Le cosiddette “tragedie” del nostro tempo sono, dunque, manifestazioni della necessità storica del capitalismo: una necessità che non è naturale ma sociale, e che si presenta come destino proprio perché viene percepita come indipendente dai produttori.
La catena delle cause non è contingente: è la forma stessa attraverso cui la Necessità del Capitale si realizza.
Ogni vita spezzata nel lavoro è il punto terminale di questa catena invisibile, che lega il singolo alla struttura.
In Italia, più di mille lavoratori muoiono ogni anno.
Non sono numeri: sono i segnali di un ordine che si riproduce nella morte.
Eppure la lingua della borghesia continua a parlare di “tragedie”, come se tutto accadesse per volontà del destino e non per logica del profitto.
È in questo slittamento semantico che la teologia del Capitale mostra il suo volto: una fede cieca in leggi sociali che funzionano e appaiono nella falsa coscienza come dogmi religiosi.
Come per Feuerbach la teologia si risolveva nell’antropologia, così la teologia capitalistica si spiega solo nella struttura dei rapporti sociali di produzione.
Nella sua libertà cieca di autoprodursi attraverso le sue leggi impersonali, celate dietro la maschera della Necessità, ma che, in realtà, sono la forma storica del dominio di classe.
E come ogni forma storica, potranno essere spezzate solo quando il proletariato si riapproprierà dei mezzi di produzione, riconducendo nelle proprie mani ciò che oggi gli appare come destino.
Le morti sul lavoro non sono bianche.
Sono del colore delle bandiere degli Stati borghesi che le generano, del sangue che alimenta la macchina della produzione e del profitto.
Chiamarle “tragedie” significa restare prigionieri della falsa coscienza, continuare a scambiare la necessità storica per fato, e il dominio per ordine naturale.
Finché gli uomini non spegneranno gli dèi moderni della produzione e non strapperanno dalle mani del Capitale il potere sul proprio destino, la Necessità continuerà a presentarsi come Fato.
E la storia, come ieri, si scriverà nel sangue di chi, per vivere, è costretto a vendere pezzo dopo pezzo il suo tempo.
La sua vita.
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