“Mañana, cuando yo muera, no me vengáis a llorar. Nunca estaré bajo tierra, soy viento de libertad”
(frase attribuita a Ernesto CHE Guevara e ripresa dal Txiki nel giorno della sua esecuzione, 27 settembre 1975)
di Gianni Sartori
Se la frase consegnata dal Txiki al fratello Mikel (o all’avvocato Marc Palmes) poco prima di essere fucilato è relativamente nota, anche il suo “testamento” al Popolo Basco meriterebbe considerazione. Come testimonianza di un altro “stile di vita”, di dedizione totale e disinteressata alla causa della Giustizia e della Libertà.
Ben sapendo che “quando leggerete questo comunicato io sarò caduto sotto il plotone di esecuzione – volle comunque scriverlo per “mettere in evidenza ancora una volta la repressione subita dal popolo basco e da tutti i popoli di Spagna”.
Senza mai dimenticare “che il nostro obiettivo è la creazione di uno Stato Socialista Basco, per cui hanno dato la vita tanti militanti rivoluzionari…”.
E in particolare si rivolge alla classe lavoratrice affinché, dopo aver abbattuto il regime franchista, continui a lottare per “costruire una società nuova, senza classi, dove non esiste lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo”.
Concludendo con un lapidario: “…os toca a vosotros hacer justicia”.
Altri tempi, certo. Speranze, – o sogni – ormai improponibili. Eppure – se pur per il tempo di un attimo -allora apparvero realizzabili .
Questo – giusto mezzo secolo fa – fu comunque l’estremo lascito del giovane militante di Euskadi Ta Askatasuna Jon Paredes Manot,detto il “Txiki” (piccolo). Uno dei cinque militanti antifascisti fucilati dal regime fascista spagnolo ormai in agonia (54 giorni prima della morte di Franco caduta il 20 novembre 1975).
Dicevo che è passato mezzo secolo. E quel mondo semplicemente non esiste più. Parlare oggi di ETA (o di IRA, Inla, Iparretarrak, MIL, FLNC, Terra Lliure…) appare obsoleto (fuori tempo massimo).
Anche se alcuni di questi movimenti (allora conosciuti come “di liberazione nazionale”) nel secolo scorso coinvolsero – o travolsero – una parte non insignificante della gioventù europea (irlandesi, baschi, galleghi, bretoni, corsi, catalani…).
Intanto (dall’Irlanda ai Paesi Baschi, alla Corsica…) il conflitto ha trovato ormai la sua soluzione politica, bene o male.
In maniera tutto sommato soddisfacente in Irlanda (fine delle discriminazioni, cogestione del potere locale in Irlanda del Nord, liberazione dei prigionieri…), forse un po’ meno nei Paesi Baschi. Dove comunque il partito E.H. Bildu (la sinistra aberzale, erede di herri batasuna e di Batasuna) partecipa attivamente alla vita democratica.
Per comprendere quel periodo dobbiamo come si dice “contestualizzarlo”. Per quanto riguarda la Spagna, tornare con la mente alle centinaia di migliaia di vittime (in gran parte dopo la fine della guerra civile) che riempirono le fosse comuni della penisola iberica in epoca franchista. Alla repressione che colpi con particolare durezza Euskal Herria anche dopo la morte del caudillo. Vedi nel 1976 con i fatti di Montejurra, la strage di Vitoria-Gasteiz, l’eliminazione dei rifugiati baschi in Francia come Pertur…
Eventi a cui avevano preso parte anche alcuni fascisti italiani rifugiati in Spagna. Compresi quelli che poi si trasferirono, con le competenze acquisite (partecipazione alle squadre della morte, “guerra psicologica”…), in America Latina.
Personaggi come Concutelli che nel luglio 1976 uccise il giudice Occorsio con una mitraglietta Ingram in dotazione alla Guardia Civil (forse già utilizzata per colpire i rifugiati nel Paese Basco “francese”). Fortemente sospettato del rapimento (sempre nel luglio 1976) del militante basco Pertur, poi desaparecido.
O come Delle Chiaie e Cauchi, entrambi fotografati tra gli squadristi a Montejurra (Jurramendiko hilketak). Ma anche Pozzan e Fachini (stretti collaboratori di Freda). E perfino Cicuttini, quello a cui Almirante avrebbe consegnato 25 milioni per un’operazione alla gola (in quanto la sua voce poteva incriminarlo come il telefonista della strage di Peteano del 1972). Sospettato di aver partecipato (in veste di “palo”) alla “Matanza de Atocha” del gennaio 1977. Costata la vita a tre giuslavoristi (Enrique Valdelvira Ibáñez, Luis Javier Benavides Orgaz e Francisco Javier Sauquillo), a uno studente di legge (Serafín Holgado) e a un sindacalista (Ángel Rodríguez Leal). Oltre a numerosi feriti (Alejandro Ruiz-Huerta Carbonell, Luis Ramos Pardo, Lola González Ruiz…). Le vittime erano aderenti al Partido Comunista de España e alle CCOO (Comisiones Obreras).
E poi Giannettini, Calore, Vinciguerra…e fascisteria varia.
Per la cronaca locale, vicentina, stando a quanto ebbe a dichiarare al collega Salvini, anche Ivan Biondo durante la sua latitanza avrebbe trascorso un lungo periodo nei Paesi Baschi “spagnoli”.
Tornando al 27 settembre 1975, in quel giorno infausto tre militanti del Frente Revolucionario Antifascista y Patriota (José Humberto Baena, Ramón García e José Luis Sánchez) vennero giustiziati in una caserma di Hoyo de Manzanares (Madrid). Un altro basco, Ángel Otaegui Echeverría, nel carcere di Burgos. Mentre il Txiki fu ucciso nei pressi di un cimitero a nord di Barcellona.
L’estate del 1975 andava spegnandosi malinconicamente. L’anno prima avevamo manifestato decine di volte (anche davanti ad ambasciate e consolati spagnoli) per fermare la condanna a morte contro il libertario catalano Salvador Puigh Antich (Metge), militante del MIL (Movimento Iberico di Liberazione-Gruppo Autonomo di Combattimento, conosciuto anche come Gruppo 1000).
Invano. Salvador divenne, insieme all’apolide e rapinatore Heinz Chez (in realtà Georg Michael Welzel, fuggito dalla Germania dell’Est, ma all’epoca erroneamente definito “di origine polacca”), una delle due ultime vittime dell’infame garrote (2 marzo 1974).
Ora il copione stava per ripetersi con l’etarra (militante di Euskadi Ta Askatasuna) Jon Paredes Manot e altri quattro antifascisti.
Forse suo malgrado, questo figlio di immigrati dall’Estremadura (soprannominato Txiki, piccolo in euskara) era destinato a diventare il CHE Guevara dei baschi. Da allora infatti il 27 settembre si celebra il Gudari Eguna, il Giorno del combattente basco. Inutili gli innumerevoli appelli e le manifestazioni che si svolgevano in ogni angolo del pianeta, dall’Europa al Sudamerica.
All’epoca si raccontava che le fucilazioni erano una “concessione umanitaria” di Franco. Per risparmiare loro la morte, dolorosissima e infame, del garrote (l’agonia di Puig Antich era durata circa mezz’ora). Una risposta del cattolicissimo Franco agli appelli del Papa (e anche alla richiesta esplicita del Txiki, presentata dal suo avvocato).
In realtà in tempi recenti si è scoperto che in quel momento il regime aveva a disposizione soltanto due boia patentati. Per cui non poteva garantire la simultaneità, efficacemente spettacolare, delle cinque esecuzioni. Dato che i condannati si trovavano in carceri diverse e lontane tra loro. Altro che “compassione”!
Nel 1987, durante un viaggio in bicicletta nei Paisos Catalans, grazie alle indicazioni di Marc Palmes (l’avvocato catalano che insieme a Magda Oranich difese il Txiki), avevo individuato il luogo dell’esecuzione: Sardanyola, a circa 20 km da Barcellona.
“Il processo – mi spiegò Palmes – era cominciato il 19 settembre e una settimana dopo Jon veniva già fucilato. Come quello contro Puigh Antich anche questo processo si svolse nella Sala d’atti del Governo Militare di Barcellona, presidiata da polizia e esercito. Inutile dire che non ci venne lasciato neanche il tempo di prepararci adeguatamente”.
L’accusa sosteneva che Jon era uno dei componenti del commando che il 16 giugno 1975 aveva assaltato a Barcellona una filiale del banco di Santander. Nel corso della rapina era rimasto ucciso un caporale della Policia armada.
Continuava Palmes: “Txiki rivendicò la sua appartenenza a ETA ma, per quanto riguardava la rapina, sostenne sempre di essersi trovato in quel momento a Perpignan, in Francia. I testimoni apparvero quantomeno reticenti, condizionati o manipolati. Molti caddero in pesanti contraddizioni con le deposizioni rese in un primo tempo. Nuovi sedicenti “testimoni” (in realtà poliziotti in borghese, come venne poi accertato) che non erano mai stati nemmeno nominati in istruttoria apparvero a deporre in aula. Il PM, come previsto, richiese la pena di morte tramite garrotamento (poi mutata in fucilazione)”.
Come dichiarò l’imputato e come sostenne Palmes nell’arringa, la prima deposizione era stata estorta con la tortura. L’avvocato denunciò anche la mancata trascrizione agli atti di alcune dichiarazioni del Txiki, oltre a numerose altre irregolarità quali l’omissione di prove a favore durante l’istruttoria e il processo. Non erano state eseguite né l’autopsia, né la perizia balistica e non erano state rilevate le impronte digitali. “D’altra parte – concludeva Palmes – la condanna era già stata emessa molto prima della sentenza”.
Txiki venne condotto sul luogo dell’esecuzione, il muro esterno del cimitero di Sardanyola, in un furgone scortato da centinaia di poliziotti. Al coraggioso avvocato, scomparso una ventina di anni fa, venne concesso (come al fratello Mikel e a Magda Oranich) di assistere alla fucilazione. Prima di venir legato ad un albero, il giovane gli consegnò un biglietto scritto a mano con la frase attribuita a CHE Guevara:
“Mañana, cuando yo muera, no me vengáis a llorar. Nunca estaré bajo tierra, soy viento de libertad”
Durante tutto il macabro rituale l’etarra si comportò con dignità e coraggio. Prima della scarica di fucileria trovò la forza per urlare: «IRAULTZA ALA HILL! GORA EUSKADI ASKATUTA!» (Rivoluzione o morte, viva Euskadi libera).
Cominciò quindi a cantare EUSKO GUDARIAK, l’inno dei gudaris, i combattenti baschi antifranchisti durante la guerra civile:
Eusko gudariak gara
Euskadi askatzeko,
gerturik daukagu odola
bere aldez emateko
Ed è a questo punto che il giovane basco entra di diritto nella leggenda.
Prima del colpo di grazia i componenti del plotone di esecuzione (composto da sei membri dell’intelligence, volontari) praticarono una sorta di tiro a segno. Sparando uno alla volta, due colpi a testa, su quel corpo crocefisso e agonizzante. Il fratello Mikel, ugualmente presente, mentre tentava di lanciarsi contro il plotone era stato trattenuto da Palmes e Oranich. Ben sapendo che avrebbe ottenuto soltanto di venir giustiziato sul posto.
“i baschi sono venuti a riprenderselo”
Qui giunto, in bicicletta, nella calda e afosa estate catalana del 1987, mi inoltrai tra le tombe cercando quella del Txiki. Ma, come mi spiegò un anziano del luogo, per qualche tempo era rimasto sepolto nel cimitero del paese, poi “i baschi sono venuti a riprenderselo”.
Alla tomba del Txiki arrivai solo nel 1996. Grazie all’amico Takolo (negli anni ottanta responsabile degli esteri di Herri Batasuna) avevamo preso appuntamento con Mikel (arrivato in vespa) davanti alla stazione di Zarautz. Il cimitero si trova sopra una collina, di fronte all’Oceano. Camminando tra le lapidi Mikel ci indicava quelle dei numerosi Gudaris caduti durante la guerra civile. Da parte mia lo informavo che nei giorni immediatamente successivi alle cinque fucilazioni del settembre ’75, anche in Italia vi furono manifestazioni di protesta, compreso qualche “assalto simbolico” a consolati e ambasciate spagnoli. Takolo aveva chiesto a Mikel come mai lui e suo fratello, figli di immigrati dell’Estremadura, si fossero integrati in modo tanto radicale nel movimento basco di liberazione. Rispose che la cosa era stata spontanea, naturale. Dato che tutti i loro amici e coetanei, durante il franchismo, in qualche modo collaboravano con ETA. Coerentemente con il principio per cui “chiunque sia costretto a vendere la sua forza lavoro in Euskal Herria ha diritto di considerarsi a pieno titolo parte integrante del popolo basco”. La tomba del Txiki era stata realizzata dallo scultore J. Zumata di Usurbil, noto anche come pittore di murales e ricorda i caratteristici monumenti funebri degli antichi abitanti di Euskal Herria. Accanto all’Ikurriña, i versi scolpiti dal poeta basco Joxean Artze. Il sole picchiava forte quel giorno d’estate e le cime dei cipressi ondeggiavano ad ogni colpo di vento. Prendendo commiato dal Txiki, osservavo la foto della lapide. Quel che vedevo era lo sguardo limpido, sorridente, leggermente ironico, di un ragazzo che era mio coetaneo e che non invecchierà mai, non tradirà mai, non si venderà mai… piccolo, eterno custode della coerenza, del coraggio e della dignità umana. Accanto, inciso nella pietra, il suo lascito:
SOY VIENTO DE LIBERTA
Per sempre
*Quando ho pubblicato questo articolo di Gianni, ho cercato una foto del Txiki per metterla come immagine iniziale. Ho digitato Txiki, ma sono apparse decine di foto di un calciatore, non quelle del combattente rivoluzionario assassinato dai franchisti. Mezzo secolo di lontananza, un’altra epoca. Con il potere che è (quasi) riuscito a cancellare la nostra Storia. [FG]
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