Nella crescente indignazione per Gaza, proteste e scioperi della fame segnano un rinnovato movimento palestinese anche all’interno di Israele, determinato a superare le divisioni e sostenere la resistenza. (nella foto cittadini palestinesi di Israele protestano contro il genocidio perpetrato da Israele a Gaza, nella città settentrionale di Sakhnin, il 25 luglio 2025 – foto Jamal Awad/Flash90)

di Awad Abdelfattah, da +972

Nelle ultime settimane, la mobilitazione popolare palestinese ha acquisito uno slancio notevole, in particolare nei territori del 1948 e nella Cisgiordania occupata. Questa impennata riflette un crescente sforzo di riconnettersi con un’ondata rinnovata di solidarietà globale che è persistita, e si è persino ampliata, nonostante la severa repressione dei movimenti filopalestinesi negli Stati Uniti e in gran parte dell’Europa.

Tutti i segnali indicano che questo slancio continuerà a crescere, potenzialmente fino a sfociare in una più ampia rivolta popolare, in grado di respingere le brutali politiche di Israele nei confronti dei palestinesi in tutto il territorio.

Le immagini strazianti provenienti da Gaza – bambini emaciati, famiglie ripetutamente cacciate dalle loro case, persone uccise mentre aspettavano il cibo – sono diventate impossibili da ignorare o giustificare per gli alleati di Israele. Queste immagini hanno iniziato a tormentare i governi occidentali, da tempo complici della campagna genocida di Israele, mettendoli in imbarazzo davanti all’opinione pubblica ed esponendo la bancarotta morale del loro silenzio.

Sotto la crescente pressione dei propri cittadini, diversi stati occidentali hanno recentemente inasprito le loro critiche nei confronti del comportamento di Israele a Gaza: il ritmo incessante delle uccisioni, l’ostruzione deliberata degli aiuti umanitari, l’apparente assenza di qualsiasi piano per porre fine alla guerra.

Forse le critiche più eclatanti sono arrivate sotto forma di riconoscimento formale (o minaccia di riconoscimento) dello stato di Palestina da parte di alcuni capi di stato occidentali, in particolare il francese Emmanuel Macron. Tuttavia, tali dichiarazioni, per quanto drammatiche sulla carta, rimangono in gran parte simboliche. La “soluzione dei due stati” a cui alludono è ampiamente considerata illusoria e inadeguata, in quanto preserva il regime coloniale di apartheid di Israele e nega a milioni di rifugiati palestinesi il diritto al ritorno.

Anche se è improbabile che queste dichiarazioni abbiano implicazioni pratiche sostanziali, esse rappresentano comunque un importante gesto di sostegno e un necessario incoraggiamento morale per il movimento popolare che apre la porta a una nuova fase di riflessione e azione.

Un panorama in evoluzione

I manifestanti palestinesi e i loro alleati stanno seguendo da vicino i cambiamenti nell’equilibrio geopolitico della regione. Con il sostegno incondizionato di Washington, Israele agisce ora con quasi totale impunità in tutto il territorio del cosiddetto “Asse della Resistenza” guidato dall’Iran. Tuttavia, nonostante i duri colpi subiti dall’Iran nella recente guerra di 12 giorni con Israele, il paese è ben lungi dall’essere sconfitto. Entrambe le parti stanno correndo per espandere il loro potenziamento militare in preparazione di una fase ancora più sanguinosa e distruttiva del conflitto.

Ma per ora, con l’equilibrio di potere fortemente sbilanciato a favore di Israele, molti attivisti palestinesi si stanno rivolgendo verso l’interno, verso la resistenza popolare di base, in assenza di qualsiasi forza militare esterna in grado di frenare l’aggressione israeliana. E ci sono ragioni per credere che questa strategia possa funzionare.

Nonostante il suo dominio militare, la posizione globale di Israele – anche tra gli ebrei di tutto il mondo – è più fragile che mai. A giugno, in qualità di presidente della One Democratic State Campaign (ODSC), ho partecipato e sono intervenuto a un evento straordinario: la “Prima Conferenza Ebraica Antisionista”, tenutasi a Vienna, nella città natale di Theodor Herzl, il padre fondatore del movimento sionista. Gli organizzatori hanno riunito circa 500 intellettuali e attivisti ebrei provenienti da tutto il mondo, con l’obiettivo di unire il numero crescente di ebrei antisionisti e integrarli nel più ampio movimento progressista globale contro il regime genocida di Israele.

Con gli orrori che sta infliggendo a Gaza e l’escalation della violenza sancita dallo stato in Cisgiordania, Israele non può più lucidare la sua immagine all’estero, né la sua propaganda può nascondere i suoi crimini. Alcuni sostengono che Israele non comprenda ancora la portata del danno reputazionale e strategico che sta infliggendo a se stesso, un danno che potrebbe presto rivelarsi irreversibile. In questo contesto, una strategia di resistenza popolare sostenuta e collegata a livello globale non è più solo praticabile, ma è una necessità storica.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a diversi tentativi di portare avanti questa strada, in particolare la serie di proteste al confine con Gaza nel 2018-2019, note collettivamente come la “Grande Marcia del Ritorno”. Fin dall’inizio, queste marce sono state accolte con una sanguinosa repressione da parte dell’esercito israeliano, volta a sopprimere la loro forte risonanza nell’opinione pubblica mondiale.

Tuttavia, lo slancio di quelle proteste non ha mai raggiunto la Cisgiordania. Ciò è dovuto in parte al fragile clima politico che vi regna e all’assenza di una visione coerente della resistenza popolare all’interno dell’Autorità Palestinese. Vincolata dal suo coordinamento in materia di sicurezza con Israele, l’AP ha attivamente minato la mobilitazione indipendente della base, lavorando in stretta collaborazione con il colonizzatore per impedirne il radicamento.

Nel maggio 2021, un’ampia rivolta popolare ha travolto tutta la Palestina, dal fiume al mare. Per un breve momento, sembrava destinata a evolversi in una campagna di resistenza civile sostenuta a livello nazionale. Ma l’introduzione di una dimensione militare – sotto forma di lancio di razzi da parte di Hamas – ha interrotto lo slancio e smorzato il potenziale di quel percorso guidato dai civili. L’opportunità c’era, nonostante la repressione di Israele, ma semplicemente non si è concretizzata pienamente.

Queste opportunità mancate hanno rafforzato la convinzione di molti che la resistenza dal basso – legale, culturale e artistica – rimanga uno dei mezzi più promettenti per sfidare il dominio israeliano, forse anche più della forza militare. Anche gli analisti israeliani ora ammettono che gli eventi del 7 ottobre e la guerra che ne è seguita hanno scosso il prestigio dell’esercito israeliano, un prestigio che, nonostante decenni di azioni criminali, era rimasto notevolmente intatto.

Nel frattempo, la lotta continua all’estero: nei tribunali internazionali, nelle arene culturali, nelle strade e nei campus universitari. Man mano che i crimini di Israele diventano più difficili da nascondere, nuove ondate di indignazione e solidarietà stanno ridefinendo la copertura mediatica e il dibattito politico. È su questi campi di battaglia, dove le violazioni del diritto internazionale diventano responsabilità per i colpevoli, che l’edificio dell’apartheid e del genocidio potrebbe finalmente iniziare a crollare.

Una scintilla da Sakhnin

Un recente sviluppo segnala una potenziale svolta nella mobilitazione dei cittadini palestinesi di Israele. La città settentrionale di Sakhnin ha visto migliaia di persone convergere per una massiccia protesta contro il genocidio a Gaza (vedi la foto qui sopra e quella all’inizio dell’articolo), mentre a Jaffa diverse figure di spicco, tra cui deputati palestinesi e membri dell’Alto Comitato di Follow-Up per i cittadini arabi di Israele, hanno lanciato uno sciopero della fame di tre giorni. Particolarmente sorprendente è stata la presenza consistente di ebrei israeliani contrari all’occupazione, un segnale incoraggiante per il futuro di una vera e propria co-resistenza.

Da Sakhnin, le proteste si sono rapidamente diffuse in altre città palestinesi all’interno dei territori del 1948: in Galilea, nel Triangolo, nel Naqab e nella regione costiera. E ora, cosa fondamentale, gli echi di questo movimento stanno cominciando a risuonare in Cisgiordania, anche se i palestinesi lì rimangono intrappolati tra la doppia repressione delle forze di occupazione israeliane e dei loro collaboratori dell’Autorità Palestinese.

Ispirati dallo sciopero della fame dei leader palestinesi all’interno di Israele, gli attivisti e le figure nazionali della Cisgiordania hanno iniziato il loro sciopero, non solo in solidarietà con Gaza, ma anche come mezzo di risveglio politico. Gli scioperanti della fame a Ramallah, ai quali mi sono unito per un giorno, hanno parlato candidamente di aver tratto ispirazione diretta dalla mobilitazione dei cittadini palestinesi di Israele e dalla loro leadership.

Stiamo assistendo ai primi passi verso un movimento popolare unificato in grado di imporre un vero cambiamento? È ancora troppo presto per dirlo. Ma una cosa è chiara: i palestinesi non possono più permettersi la paralisi della stagnazione politica. Ciò che accadrà in seguito dipenderà dalle dinamiche interne e dalla capacità dei leader del movimento di pensare in modo sufficientemente strategico per costruire il motore, la struttura e il contesto in grado di portare avanti questa trasformazione storica.


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