di Andrea Martini
Qualche giorno fa, sabato 2 agosto, è ricorso l’81° anniversario dell’assassinio di massa compiuto ad Auschwitz-Birkenau, nella notte tra il 2 e il 3 agosto 1944, quando 2.897 rom sopravvissuti nel campo, per lo più donne, bambini e anziani, furono trucidati nelle camere a gas durante la liquidazione dello “Zigeunerlager”(“il campo degli zingari”). Lo “Zigeunerlager” era stato istituito con un decreto di Himmler nel dicembre 1942.
Il 29 gennaio 1943, la struttura che lui dirigeva, la RHSA (Reichssicherheitshauptamt – Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich), ordinò la deportazione ad Auschwitz di tutti i rom dalla Germania e dai paesi occupati. Già l’8 dicembre 1938, nel decreto sulla “lotta contro il flagello zingaro”, Himmler aveva ordinato il censimento “integrale” degli zingari. A partire dal 1940, furono deportati a migliaia nei campi di lavoro e nei ghetti in Polonia, in applicazione dell’ordinanza nazista del 27 aprile 1940 detta “trasferimento” (Umsiedlungserlass).
In totale, 20.000 rom sui 23.000 detenuti nel «Zigeunerlager» di Auschwitz-Birkenau vi trovarono la morte a partire dall’inizio del 1943. 13.000 di loro erano originari della Germania e dell’Austria, gli altri provenivano da paesi sottomessi al Terzo Reich o che collaboravano con esso. Tra aprile e luglio 1944, circa 3.500 rom e sinti furono trasferiti in altri campi. Alcuni di loro sopravvissero alle persecuzioni, ma l’85% di quelli che furono inizialmente trasportati ad Auschwitz Birkenau furono sterminati.
Gli storici stimano che i nazisti e i loro alleati abbiano sterminato 500.000 rom e sinti, ovvero tra un terzo e la metà della popolazione zingara che viveva in Europa prima della guerra. Un esempio particolare è quello del luogo di sterminio di Babi-Yar in Ucraina, con le sue prime esecuzioni già nel 1941.
Per decenni, i Rom e i Sinti sopravvissuti alle persecuzioni naziste sono stati ridotti al silenzio. Dopo il 1945, molti paesi non hanno né riconosciuto né condannato le loro persecuzioni razziali e hanno inoltre continuato le loro pratiche discriminatorie nei confronti dei Rom e dei Sinti, anche nel processo di restituzione dei beni saccheggiati dai nazisti. Poiché la commemorazione dipende dal riconoscimento ufficiale, dalla ricerca e dalla storiografia, le sofferenze dei Rom e dei Sinti hanno attirato pochissima attenzione.
Di fronte a questa situazione, i Rom e i Sinti hanno lottato a lungo per essere riconosciuti e occupare il posto che spetta loro tra le vittime del regime nazista. Solo nel 1979 la Germania occidentale ha riconosciuto ufficialmente che lo sterminio dei Rom e dei Sinti era basato su motivi razziali, con una decisione del parlamento della Repubblica Federale dell’epoca .
A partire dal 1984, gli stessi Rom e Sinti hanno iniziato a commemorare il loro genocidio ad Auschwitz il 2 agosto, data della liquidazione dello “Zigeunerlager”, con la partecipazione dei rappresentanti degli stati e della comunità internazionale. Solo nel 2001 il museo nazionale di Auschwitz ha inaugurato una mostra permanente sul genocidio dei Rom e dei Sinti. Questo padiglione rappresenta ora un importante luogo della memoria che documenta l’intero processo di persecuzione messo in atto dai nazisti e dai loro alleati.
Solo dal 2015 la data del 2 agosto è stata ufficialmente riconosciuta dal parlamento europeo come “Giornata europea di commemorazione dell’Olocausto dei Rom”. È chiamato Porrajmos (divoramento). Il termine più gradito dalle comunità è Samudaripé (sterminio), o anche “Kali Traš” (letteralmente “Terrore nero”) .
È noto il destino di discriminazione e razzismo che continua ad accompagnare la vita delle popolazioni rom in Europa, in particolare in Ungheria e Slovacchia. È così anche in paesi come l’Italia, dove l’estrema destra si concentra particolarmente, cavalcando e fomentando il senso di fastidio razzista di una parte dell’opinine pubblica.
Ma anche a sinistra, le parole e le azioni discriminatorie nei loro confronti perpetuano l’oppressione di cui sono vittime coloro che hanno pagato un prezzo così alto al nazismo. Continuano a subire violenti attacchi alimentati da voci mai sostenute da prove ma diffuse con compiacenza, in particolare sui social network.
In Italia il Samudaripen non è celebrato ufficialmente, perché la legge n. 211 del 20 luglio 2000, che ha istituito la “giornata della memoria” fissandola al 27 gennaio, non fa menzione dei Rom e dei Sint. In Germania e in Polonia, invece, la giornata mondiale del Samudaripen, riconosciuta dall’Unione Europea e dal Consiglio d’Europa, è celebrata. In Italia è ricordata solo da chi ha sensibilità per farlo. Grazie all’attivismo delle associazioni Rom, solo pochissime città italiane, (ricordiamo Orsogna, Cagliari e Cosenza), attraverso delibere comunali, hanno riconosciuto questa ricorrenza. Nonostante siano passati oltre ottant’anni si fa ancora troppa fatica, a livello nazionale e istituzionale, a riconoscere questa data.
Oggi, peraltro, con il governo postfascista insediato a palazzo Chigi sembra particolarmente impossibile che ai circa 180.000 rom e sinti presenti nel nostro paese venga riconosciuto alcunché.
La lotta continua per il riconoscimento del genocidio dei Rom e dei Sinti e contro le discriminazioni di cui sono così spesso vittime.
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