La crisi della “sinistra rivoluzionaria”, a Brescia come nel resto d’Italia, iniziata nella seconda metà dell’anno precedente, si manifesta durante quest’anno, passato alla Storia con il cosiddetto “movimento del ’77”. Essa si presenta innanzitutto come sgretolamento o comunque indebolimento di quasi tutte le organizzazioni politiche che avevano caratterizzato la prima parte del decennio. Lo scioglimento di Lotta Continua (anche se nel Bresciano alcune realtà, a partire dal “feudo” di Villa Carcina, manterranno la sigla e l’attività politica ancora per un paio d’anni), il parziale fallimento dell’ipotesi di ricomposizione attorno al progetto di Democrazia Proletaria (con le scissioni incrociate di Avanguardia Operaia e PdUP-Manifesto), la definitiva eclisse, iniziata da almeno un paio d’anni, dei vari gruppi dell’arcipelago “marxista-leninista”, a cui si sottrae, almeno parzialmente, il solo Movimento dei Lavoratori per il Socialismo (che aveva a Brescia una delle sue federazioni più importanti), la rapida crisi (che annulla l’altrettanto rapida crescita del 1975-76) della “new entry“, il Gruppo Comunista Rivoluzionario-IV Internazionale, fanno del 1977 un anno di svolta. Ma, se molti attivisti “tornano a casa” (la famigerata “crisi della militanza”), un certo numero, soprattutto tra i più giovani (ma non solo) scelgono altre vie di attività politica. Il ’77 è l’anno dell’affermazione anche a Brescia di quella che verrà chiamata “Autonomia Operaia”, un insieme di gruppi, collettivi, circoli giovanili che, pur non riuscendo per il momento a competere in termini di militanti con l’insieme degli altri “gruppi”, riusciranno ad emergere, grazie soprattutto alla radicalità delle forme di lotta e alle parole d’ordine (che suonavano “estremiste”, “avventuriste”, “militariste” al resto dell’estrema sinistra) come la componente destinata a diventare sempre più visibile (per lo meno a livello di mass-media) di un’estrema sinistra in piena “crisi di ristrutturazione”. Altre due realtà approfitteranno in parte di questo nuovo clima: da un lato il Partito Radicale, che a Brescia appare di fatto come una “costola” dell’estrema sinistra (il suo leader, Franco Masserdotti, già “sessantottino” e militante dell’Avanguardia Proletaria Maoista, ne personifica bene il percorso) e dall’altro i primi nuclei delle organizzazioni armate, prima le Brigate Rosse (con varie sigle parallele) e poi, negli anni successivi al 1977, Prima Linea. L’indebolimento dell’influenza complessiva dell’estrema sinistra a Brescia è visibile non solo nel calo del numero dei militanti attivi e della partecipazione a cortei e manifestazioni, ma anche nel calo dei consensi nel “serbatoio strategico”, fonte prima di attivisti: il mondo studentesco. L’affermazione quasi ovunque di Comunione e Liberazione nelle elezioni degli organi collegiali, unita alla relativa tenuta di FGCI e alleati, sono un campanello d’allarme per gli “ultrà”, come li definisce il GdB. Se, fino al 1975/76, l’estrema sinistra sembrava essere maggioritaria non solo nel movimento studentesco, ma anche tra gli studenti in generale (anche dove non aveva avuto la maggioranza, era stata quasi ovunque la lista più votata), in un solo anno era diventata la seconda, se non la terza (o peggio, come all’Arnaldo) delle opzioni scelte dagli studenti che avevano deciso di recarsi alle urne. Il fatto che la partecipazione a queste elezioni sia stata superiore a quelle precedenti (arrivando a quasi metà del potenziale “elettorato”) non fa che confermare un quadro di deciso spostamento a destra degli studenti.

Nonostante questo quadro di ricomposizione un po’ caotica e di indebolimento del radicamento sociale, l’attenzione dei media locali resta alta (soprattutto, come al solito, da parte di BSoggi), superando leggermente il “record” del 1976: ben 381 articoli (di cui 266 su BSoggi) menzionano attività legate a quelli che continuano ad essere definiti “ultrà” o “extraparlamentari” (nonostante l’elezione, nel giugno ’76, dei sei deputati di DP). Questo leggero incremento di attenzione è legato in gran parte all’emergere del cosiddetto “Movimento del ’77” che, pur non arrivando ai livelli di mobilitazione di altre città (pensiamo a Roma, Bologna, Padova, ecc.) costituisce anche da noi quel “sussulto” di attivismo politico (per alcuni una specie di “canto del cigno”) prima del famoso “riflusso” pluridecennale.

Con un movimento degli studenti, come nel ’68, seppur con caratteristiche socio-politiche ben diverse, che è il fulcro di questo “Movimento”, si assiste ovviamente ad un incremento degli articoli aventi come oggetto il mondo studentesco (anche se forse sarebbe meglio definirlo “giovanile” in senso lato). Circa un terzo degli articoli riguardano il movimento studentesco, soprattutto quello degli studenti medi della primavera. Se a questi aggiungiamo la trentina di articoli dedicati ai collettivi, circoli, comitati “giovanili” (in genere legati alla rivendicazione di “spazi sociali”) vediamo chiaramente la centralità di questo “movimento” nell’attenzione dei media. Buona parte di questi articoli, dicevamo, hanno al centro le mobilitazioni di tipo “sindacale” (soprattutto quelle legate all’edilizia scolastica) iniziate a fine febbraio e andate in crescendo con le occupazioni (a partire da quella dell’IPSIA “Moretto”) di fine marzo e con il blocco della stazione ferroviaria del 29 di quel mese (1). Risulta chiaro dagli articoli (piuttosto critici da parte del GdB e VdP, soprattutto per quanto riguarda le “violenze”, e al contrario di appoggio più o meno esplicito, pur con critiche agli “eccessi”, da parte di BSoggi) che a guidare questo movimento (in particolare al Moretto, all’IPC, all’ITIS e all’ITC Abba) sono i militanti e i simpatizzanti dei vari gruppi dell’estrema sinistra, compresi i nuovi arrivati, gli “autonomi”. Cosa ancor più palese, ovviamente, nelle varie manifestazioni più direttamente politiche (dalle proteste per l’assassinio di Walter Rossi a quelle per la liberazione di Panzieri, solo per fare due esempi). Ovviamente questa divisione sulla base dell’oggetto degli articoli è in buona parte una mia schematizzazione, utile per certi versi ma sicuramente troppo rigida. In effetti è piuttosto difficile definire, per esempio in un articolo sull’8 marzo, quanto c’è di “femminista” e quanto di “anticlericale” (all’epoca scelte piuttosto intrecciate). E così nelle mobilitazioni studentesche per l’assassinio di Walter Rossi, di Giorgiana Masi o la liberazione di Panzieri il fulcro è il movimento studentesco o l’antifascismo e la lotta contro la repressione governativa?

Anche il relativo radicamento della “nuova” sinistra nel movimento sindacale (e in genere nel movimento dei lavoratori) è comunque relativamente ben rappresentato: una settantina gli articoli in cui, anche se spesso non citata esplicitamente, emerge l’estrema sinistra “sindacale”, o comunque l’influenza degli “ultrà” nel movimento dei lavoratori. Le prese di posizione di molti Consigli di Fabbrica (ATB, Brenna, Franchi, INNSE S. Eustacchio, Bertuetti, Breda, Elettroplastica, Bertolini, CDZ di Lumezzane, ecc.), su svariati argomenti, così come di settori non marginali della CGIL scuola, fino ad arrivare a numerosi interventi di delegati ai congressi provinciali di CGIL, CISL e UIL sono il segno di un malcontento della “base” rispetto alla cosiddetta “politica dei sacrifici” che, se non è in toto ascrivibile all’estrema sinistra (settori della sinistra PCI, per esempio, sono spesso protagonisti del dissenso) (2) è certamente influenzato, se non direttamente organizzato, dai militanti sindacali di quest’area. Raramente i giornali danno la misura esplicita di questa influenza, quasi sempre minoritaria ma non insignificante. Ne troviamo traccia, più o meno esplicita, in articoli sul congresso CGIL-scuola (dove apprendiamo che oltre un quarto dei delegati è dell’ area dell’estrema sinistra) (3) o sull’alleanza “PSI-Nuova Sinistra” nella battaglia congressuale nella UIL contro la direzione uscente (4), o ancora sul peso della “nuova sinistra” nella FIM (5). Traspare comunque, qua e là, un certo cambiamento di clima nel movimento dei lavoratori di fronte al nuovo quadro politico di “unità nazionale”, con l’emergere di un dissenso più o meno aperto.

Di un certo rilievo anche l’attenzione al movimento femminista legato alla nuova sinistra (24 articoli) e a quello antimilitarista (20 articoli), che vede protagonisti quasi sempre però non tanto i gruppi, quanto la LOC, il MIR, l’ICI, il Movimento Non Violento, da sempre gelosi della loro autonomia, nonostante la contiguità con alcuni settori dell’estrema sinistra (in particolare gli anarchici). Scarsa rilevanza (dovuta in gran parte però al calo oggettivo delle mobilitazioni) ha l’attività internazionalista (la fine della guerra del Vietnam e l’affievolimento dell’interesse per altre situazioni – Cile, Palestina, Portogallo, Spagna, ecc.- ne sono all’origine): dei 19 articoli solo 7 si riferiscono a iniziative politiche vere e proprie (3 per il Cile, due per la Palestina, una per l’Argentina e una genericamente per il “Terzo mondo”). Gli altri 12 articoli riguardano attentati notturni, più o meno gravi, a concessionarie d’auto o a negozi in genere di merci tedesche, ad opera soprattutto dei N.A.P.O., per ricordare Ulrike Meinhof, militante della RAF morta in strane circostanze in carcere. L’iniziativa antifascista “militante” (definizione diffusa in particolare tra gli “ultrà”) è oggetto di una trentina di articoli, per lo più riguardanti episodi minori in provincia. D’altra parte la scelta, più o meno forzata, visti i rapporti di forza, del MSI-DN e dei gruppi minori del neofascismo bresciano di rinunciare, dopo la strage di Piazza Loggia, ad un’attività politica “di piazza” (ed anche alle consuete aggressioni, diventate per fortuna sporadiche) rende molto meno centrale, rispetto al quinquennio 1969-1974, l’attivismo antifascista della nuova sinistra. L’anticlericalismo, poco sentito storicamente dalla maggior parte dei militanti bresciani della cosiddetta “ultrasinistra” (con l’eccezione parziale di anarchici, maoisti della Lega M-L e “trotskisti”), è invece, in un certo senso, in ripresa, anche per l’emergere della “questione” CL e per l’iniziativa dei radicali. In questo senso ampio (non limitando il campo quindi alla sola battaglia contro la Chiesa cattolica) escono 28 articoli. Se a questi aggiungiamo molti degli articoli dedicati al movimento femminista (quelli legati alla polemica con gli anti-abortisti) si arriva intorno alla cinquantina d’articoli. Il problema dell’aborto e degli 8 referendum (due dei quali, aborto e Concordato, di chiara matrice anticlericale) indetti dai radicali con l’appoggio di buona parte della sinistra già extraparlamentare spiegano questa crescita dell’interesse. Ma pure la battaglia contro una forza emergente, apertamente confessionale ed integralista, come CL (battaglia condotta da alcuni settori anche tramite attentati) è all’origine di questa crescita (11 dei 28 articoli sono dedicati allo scontro col movimento fondato da Don Giussani). In quest’anno caratterizzato da nuove forme di attivismo nell’estrema sinistra fa capolino, per la prima volta nel Bresciano, anche l’ecologismo (6). Due articoli sono consacrati ad un “movimento” destinato a diventare sempre più presente nel dibattito pubblico, non solo a sinistra. Un certo numero di articoli è dedicato (praticamente dal solo BSoggi) all’attività più propriamente culturale delle realtà (CPC, CUEB, ecc.) più o meno legate all’area oggetto della nostra analisi. Sono una dozzina gli articoli dedicati a convegni e seminari aventi per oggetto Storia, Filosofia, Economia o semplicemente l’organizzazione di queste strutture “ampie” (in particolare la “crisi” della CPC di fine anno).

Effetto tardivo di una certa “ufficializzazione” (per alcuni “istituzionalizzazione”), legata probabilmente anche all’entrata nei consigli comunali, provinciali e regionali nel 1975 e alla Camera dei Deputati nel 1976, è la pubblicazione (anche qui, quasi solo da parte di BSoggi) di comunicati, notizie sui congressi, ecc. di vari partiti e gruppi. Se è già dai primi anni ’70 che i giornali hanno cominciato a citare i singoli gruppi (diversamente dal 1968/69 quando erano tutti catalogati sotto un’etichetta comune – sinistra extraparlamentare, “cinesi”, ultrà, ecc. -) ormai anche i giornalisti locali, pur continuando ad usare alcune di queste etichette (non tutte: la rapida scomparsa di “cinesi” è significativa del tramonto delle illusioni sulla Cina maoista), conoscono un po’ meglio la “geografia” dell’arcipelago “ultrà”. La frequenza delle citazioni (e dei comunicati) non può in questo caso essere presa come indice di forza e radicamento, se non in modo indiretto ed indicativo. Ha più a vedere da un lato con la frequenza delle conferenze stampa e comunicati (alcuni gruppi, soprattutto i più “estremisti”, ricorrono poco a questi strumenti) e dall’altro con la presenza di simpatizzanti (a volte militanti) tra i giornalisti dei due quotidiani. Le differenze d’atteggiamento tra BSoggi da un lato e GdB, VdP e Il Cittadino dall’altro sono notevoli. La radicalità di alcune forme di lotta è certamente all’origine di queste differenze, che vedono i tre organi d’ispirazione cattolica e conservatrice usare (nel caso del GdB “tornare a”) linguaggi ed espressioni durissime. Non è certo una novità. Dopo i due-tre anni (1968-70 circa) di relativa “comprensione paterna” (o paternalistica) la critica, sempre più dura, verso questi “studenti” o giovani in generale, mano a mano che si cristallizzava l’adesione di buona parte di loro al “marxismo” nelle varie versioni era diventata la norma, soprattutto a partire dal 1973/74. Ma il 1977 vede un ulteriore salto di qualità nella critica dei “balilla rossi”. Basti, per fare un esempio, questa citazione, che ben riassume il cambio d’atteggiamento, dell’organo della diocesi di Brescia, in riferimento alla manifestazione del 14 maggio per protestare contro l’assassinio a Roma di Giorgiana Masi. Luciano Costa, giornalista di punta del cattolicesimo conservatore bresciano, scrive: “Ed infine si è scritto anche la parola fine alla componente sociologica comprensiva verso i giovani […] Dal 1968 in poi, anche noi, abbiamo versato fiumi d’inchiostro per capire, per giustificare, per riportare la contestazione all’interno dei pali di questa nostra società. Oggi quelle disquisizioni sociologiche […] non valgono più. Perché quei giovani non possono essere capiti né giustificati. Essi, infatti, non appartengono alla politica, ma alla delinquenza comune; non hanno più ideologie da difendere e proposte da fare; sanno solo distruggere e regalare violenze gratuite ed assurde. Questi giovani […] sono solo reazionari che si dipingono di rosso, ma hanno l’anima nera. Sono fascisti della peggior specie, sono volgari ladri……(7)

Per quanto riguarda i comunicati, lettere al direttore, conferenze stampa il quadro è il seguente: il PdUP-Manifesto (il cui nome ufficiale è da quasi tre anni PdUP per il Comunismo, ma che viene spesso citato semplicemente come PdUP) appare in 15 occasioni, il MLS in 9, DP in 7, i radicali in 5, LC in 2, AO in 1. Il Coordinamento cittadino degli studenti (con varie denominazioni) appare 9 volte, i Collettivi o circoli giovanili in 5, e una volta ciascuno il CUB della Cattolica, il MIR cileno, il CAFRA argentino, Radio Popolare e il Collettivo Politico Rivoluzionario di Angolo Terme. Ben più numerose le citazioni: il MLS è citato ben 48 volte, il PdUP 36, DP 34, AO 26, LC 21, i radicali 13, gli “autonomi” 12, la Lega dei Comunisti (inesistente nel Bresciano, ma citata insieme a PdUP e AO per il progetto di DP come partito) 6, il GCR-IV Internazionale 4, gli anarchici 3, i Cristiani per il Socialismo 2, l’OC m-l 1, Lotta Comunista 1. Ben 22 volte sono citati i vari “collettivi” o “circoli” giovanili, 20 volte i collettivi femministi, 16 il Coordinamento cittadino degli studenti (o dei delegati studenteschi o altre analoghe “firme”), 7 volte gli “indiani metropolitani”, 4 volte ciascuna la Cooperativa Popolare di Cultura e la CUEB (vicina al MLS), così come Radio Popolare, 1 volta ciascuno il Circolo “La Comune”, il MIR cileno, il Comitato bresciano contro la repressione, il Collettivo Politico “R. Franceschi”, l’Assemblea dei Rivoluzionari di Brescia e il Comitato Rivoluzionario Iseo-Pilzone-Provaglio. Per quanto riguarda i gruppi clandestini, i Nuclei Armati per il Potere Operaio sono citati 19 volte, le Brigate Rosse 11 volte, 3 volte i Rivoluzionari Antimperialisti Comunisti e uno ciascuno i Comunisti Combattenti e Lotta Armata Antimperialista. In effetti il 1977 è l’anno (dopo i due episodi propagandistici e “disarmati” della fine dell’anno precedente) in cui anche nel Bresciano appaiono attive “militarmente” alcune sigle di quel settore ultra-minoritario dell’estrema sinistra che ha scelto la clandestinità e la lotta armata. Sono tutti episodi incruenti, ma l’attenzione suscitata da questi piccoli attentati nei media locali è certamente il riflesso di ciò che accade in altre aree del paese ad un livello ben più pesante. D’altra parte le stesse BR sono citate non tanto per la loro attività (inesistente con questa sigla), quanto per gli strascichi dell’inchiesta giudiziaria del dicembre ’76.

Note

  1. Gli studenti occupano la stazione“, BSoggi del 30/03; “Occupati i binari della stazione. Contusi il vicequestore e un agente“, GdB del 30/03
  2. Divergenze di opinioni tra FIOM-CGIL e PCI“, GdB del 29/04
  3. CGIL-Scuola: unità interna e apertura al confronto“, BSoggi del 18/04
  4. La UIL vuole essere maggiormente presente“, GdB del 21/05; “Il settimo congresso della UIL si concluderà in tribunale“, BSoggi del 22/05
  5. Congresso FIM-CISL: si voterà su due liste“, GdB del 28/04
  6. Quando l’ecologia degenera in luddismo“, BSoggi del 10/04; “Il collettivo chiede chiarezza sull’attività della Monte Pora“, BSoggi dell’11/08.
  7. La violenza criminale dei balilla rossi“, VdP del 20/05


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