Il mio amico Amadou, un simpatico senegalese-bresciano che conosco da oltre un quarto di secolo, mi ha mandato stamane un breve video, in cui si vede un politico liberale lussemburghese, Xavier Bettel, “rim- proverare” il presidente del Senegal, Bassirou Diomaye Faye, tra le altre cose, di criminalizzare nel suo paese gli omosessuali e in generale le “minoranze sessuali”. Diomaye Faye, con un discorso presuntamen- te “anticolonialista” (a mio avviso un anticolonialismo da quattro soldi) risponde rivendicando il diritto a quella che lui definisce “uguaglianza di tutte le culture” e “rifiuto di valori imposti come valori universali”. Il video termina con un appello di una voce fuori campo (in francese!) a diffondere il video, se “credi nella famiglia”. Sostanzialmente Faye rivendica il diritto, giustificato da quella che lui ritiene la cultura senegalese autoctona (che di “autoctono” ha ben poco, visto che l’Islam, importato dai conquistatori Almoravidi nel IX secolo, diventa maggioritario solo negli ultimi 100 anni) di rifiutare quella cultura, percepita come colonialista, che, mentre sottometteva con la violenza i popoli africani, inalberava (senza troppa pubblicità in loco, ovviamente) ipocritamente il vessillo dei diritti umani stabiliti dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione francese. Conosco abbastanza bene questa problematica, anche per aver insegnato per almeno vent’anni a studenti immigrati (in maggioranza da paesi asiatici e africani di cultura musulmana), ed aver affrontato con loro molto spesso questo concetto, da molti di loro concepito come “occidentale” (in odore quindi di colonialismo) di “rispetto dei diritti umani”. Mi è capitato di dover stigmatizzare, per esempio, le mutilazioni genitali femminili (che hanno molto più a che fare con le religioni tradizionali africane che con l’Islam) ritenute da alcuni miei studenti (per fortuna molto meno dalle mie studentesse, soprattutto quelle che avevano subito questa assurda tortura) necessarie e “onorevoli”. O di spiegare la teoria darwiniana e trovarmi a discutere, letteralmente, di Adamo ed Eva e dell’arca di Noè. Oppure dell’uguaglianza di genere di fronte ad affermazioni perentorie (talvolta con atteggiamenti di misoginia al limite della violenza) sull’inferiorità del genere femminile. Di solito, soprattutto nei primi anni, evitavo la contrapposizione frontale, cercando il modo di avvicinare i miei interlocutori ai valori della tolleranza democratica in primis, per poi proseguire coi piedi di piombo nel lavoro di lento smantellamento degli stereotipi reazionari e maschilisti di cui sono incrostate le religioni (tutte, non solo l’Islam) e le culture di quasi tutto il mondo (compresi ahimé, i paesi occidentali che da oltre 200 anni parlano di Liberté, Fraternité, Egalité). Una delle cose più complicate, per esempio, era far capire come gli orrori dello schiavismo, del colonialismo, dell’indottrinamento e dell’oppressione non erano purtroppo solo appannaggio del “cristiano Occidente”, ma pure (ed in misura maggiore sia in termini di secoli che di numeri) del mondo arabo-islamico (e indiano, cinese, africano, ecc.). La memoria storica dei miei studenti, anche dei più adulti (insegnavo alle serali) arrivava al massimo ai loro genitori, raramente ai nonni, e la cultura storica vera e propria era molto vicina allo zero. D’altra parte se pensiamo che persino Cassius Clay, per protestare contro lo schiavismo d’un tempo e la discriminazione attuale, aveva scelto di chiamarsi col nome, nient’affatto africano, di Muhammad Alì (invece di scegliere per esempio, quello del martire abolizionista yankee John Brown!) possiamo ben capire le difficoltà. Ovviamente capivo benissimo (anche se non giustificavo, per lo meno non del tutto) le loro diffidenze, le loro chiusure mentali. Quando quelli che ti parlano di libertà ed uguaglianza ti disprezzano, discriminano, sfruttano, massacrano, è facile buttare alle ortiche loro e tutto il loro “bagaglio” culturale. Devo dire però che negli ultimi anni, anche grazie al diffondersi in molta “sinistra” di teorie pseudo terzomondiste che non solo non avevano nulla a che fare col marxismo (o l’anarchismo) ma neppure con l’Illuminismo, il mio atteggiamento guardingo e rispettoso stava lasciando il posto ad una crescente insofferenza. Ma, lasciando perdere i ricordi personali, torniamo alle sciocchezze dette dal presidente senegalese. Ritenere la cultura poliedrica prodotta dal genere umano una specie di sommatoria equipollente di varie “culture” etniche, nazionali, religiose, ecc. viste come compartimenti stagni più o meno autoreferenziali è, per dirla alla Fantozzi, una “boiata pazzesca”, quasi come ritenere che ci sia una cultura intrinsecamente “superiore” alle altre. La cultura umana è fatta da migliaia di rivoli interconnessi e mutuamente influenzati, con mutevoli equilibri. Non vedo perché, per fare solo un esempio, dovrei rifiutare le cifre cosiddette arabe (in realtà indiane), col concetto di “zero”, solo perché qui “da noi” né Greci, né Romani, né europei altomedievali c’erano arrivati e perché chi ce li portati lo ha fatto tra un’invasione (Nordafrica, Spagna, Sicilia, ecc.) e una scorreria per secoli e secoli. E allo stesso modo non vedo perché i valori della cultura illuministica di cui sopra, dovrebbero essere rifiutati in Africa o in Asia solo perché sviluppatisi in Europa Occidentale (in Francia in particolare), una zona del mondo da cui sono scaturiti colonialismi e imperialismi particolarmente virulenti negli ultimi cinque secoli. Certe “conquiste” culturali, fatte a Delhi o a Parigi o a Vattelapesca, sono utili a tutti gli esseri umani. Ed io continuerò ad usare le cifre “arabe” e a difendere i concetti di libertà, ugua- glianza e fraternità, piaccia o no al presidente del Senegal e a chi la pensa come lui.
Flavio Guidi
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