Ripubblichiamo, seppur con un certo ritardo, dal sito dei compagni di ControVento, questo articolo del compagno Rognoni che fa il punto sulla difficile situazione nella Siria nord-orientale.

Il contesto. L ’8 dicembre 2024 cade in Siria il regime di Assad dopo 4 anni di parziale “non conflitto” tra le varie fazioni ribelli e l’esercito governativo e che si sono combattute fin dal lontano 2011. La crisi econo
mica peggiorata dalle conseguenze del post pandemia e le sanzioni internazionali hanno accelerato il processo di disgregazione del regime che ha subito il tracollo finale con il cambiamento repentino della fase politica globale innescato dall’insediamento alla presidenza americana di Donald Trump.
Le formazioni antigovernative unite nel gruppo Tahrir al-Sham (HTS) e nell’Esercito Nazionale Siriano (NSA) a Idlib e nella Siria nord-occidentale alla fine di novembre hanno lanciato una fulminante offensiva contro la città di Aleppo espugnandola in un paio di giorni. Il 5 dicembre cade anche la città di Hama e da lì a poco anche la città di Homs. Assad non può nemmeno contare sull’appoggio degli Hezbollah storici alleati filo iraniani libanesi, impegnati a respingere gli attacchi israeliani in conseguenza delle operazioni antipalestinesi e anti libanesi iniziate il 7 ottobre 2023. Persino le forze armate russe presenti in due
avamposti strategici in Siria: la base navale di Tartus, sulla costa mediterranea, e la base aerea di Khmeimim, vicino alla città portuale di Latakia non intervengono direttamente in difesa di Assad che viene fatto fuggire in tutta fretta in Russia.
A capo del nuovo governo siriano c’è Abu Mohammed Al-Golani (Ahmed al-Saraa) che ha diretto la fulmi nea operazione contro quello che rimaneva del regime di Assad. È capo riconosciuto dell’ HTS, che è un’organizzazione islamista (ufficialmente elencata come organizzazione terroristica in Occidente) e fino a pochi mesi fa era un terrorista ricercato. Al-Golani una volta al potere come nuovo presidente, ha cercato di mostrarsi affidabile verso gli interessi occidentali, il più possibile credibile politicamente. Ipocritamente l’occidente capitalista si è dimostrato conciliante ed aperto verso al-Golani. Gli strati più poveri e deboli della popolazione siriana, vivono in questa fase di transizione un momento di apparente libertà che sotto Assad era impossibile. Il nuovo governo non è in grado di organizzare nuove regole di controllo in ampie zone del paese. Ma sarebbe un errore credere in un’esplosione di sindacalizzazione e lotta di classe da un giorno all’altro. Ci sono stati timidi tentativi di proteste a Idlib contro la decisione di HTS di aumentare le tariffe sulle importazioni di beni essenziali, ma limitati. Il nuovo governo deve anche comprendere come muoversi in una situazione dove a sud le truppe israeliane avanzano annettendosi ampi territori nelle altu
re del Golan e che non hanno cessato di bombardare i siti del passato regime di Assad. La situazione con le presenze delle milizie Hezbollah al confine con il Libano e quelle palestinesi (che non si sono smilitariz- zate malgrado l’intimazione di Al-Golani) rendono difficile la normalizzazione nel paese.


Rojava
Mentre scriviamo, nella prima settimana di Marzo del 2025, la situazione diventa di nuovo incerta nella Si
ria occidentale, lungo la costa e nelle zone limitrofe alle basi russe. Diverse azioni militari sono partite dalle milizie legate all’ex esercito baathista e da volontari delle comunità alawite e cristiane. Gli scontri sono stati particolarmente cruenti come la risposta indiscriminata contro i civili alawiti da parte dei reparti armati salafiti legati al nuovo governo. Alla fine di due giorni di combattimenti e rappresaglie sui civili alawiti, i morti si contavano in più di un migliaio. Le reazioni internazionali: Arabia Saudita, Turchia
e Qatar hanno condannato le azioni militari degli insorti alle quali hanno fatto eco le dichiara- zioni discordanti tra Europa e USA. La prima accolla tutte le responsabilità ad elementi vicini all’ex presidente Assad e condanna fermamente i recenti attacchi contro le forze del Governo ad interim nelle aree costiere della Siria e ogni forma di violenza contro i civili. I secondi viceversa attraverso Rubio segretario di Stato USA hanno condannato le violenze contro la comunità alawita: “Gli Stati Uniti condannano i terroristi islamisti radicali, inclusi i jihadisti stranieri, che hanno ucciso persone nella Siria occidentale negli ultimi
giorni. Gli Stati Uniti sono solidali con le minoranze religiose ed etniche della Siria, comprese le comu- nità cristiane, druse, alawite e curde e porgono le loro condoglianze alle vittime e alle loro famiglie…”


Il Rojava dopo l’ 8 Dicembre e nell’attuale contesto
Le formazioni di Tahrir al-Sham (HTS) e nell’Esercito Nazionale Siriano (NSA) che hanno abbattuto il regi-
me di Assad hanno legami più o meno forti con gli interessi imperialistici neo-ottomani della Turchia e in particolare di Erdogan che vede nella presenza dell’etnia kurdo siriana il principale nemico ed ostacolo a questa visione di annessione dei territori del Rojava nella Siria del Nord. Il contesto nel continuo conflitto però è mutato negli ultimi mesi.
Il 27 febbraio Abdullah Öcalan, il leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), rinchiuso dal 1999
in regime d’isolamento sull’isola di İmralı nel Mar di Marmara, lancia un appello sorprendente: “Tutti i gruppi devono abbandonare le armi, il Pkk deve sciogliersi. Mi assumo la responsabilità storica di questo appello”. Il PKK nasce il 27 novembre 1978 nel villaggio di Fis in provincia di Diyarbakır, nel sud-est del paese a maggioranza kurda, ed è considerato un’organizzazione terroristica da parte di Turchia, Unione Europea e Stati Uniti. Da allora la repressione turca ha causato circa 40mila morti. L’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK), l’organizzazione che raccoglie tutti i partiti curdi esistenti nei paesi della regione (Turchia, Siria, Iraq e Iran) si riunirà in congresso il prossimo Aprile per ratificare l’ indicazione di Öcalan. L’attenzione maggiore però è rivolta al Rojava, il progetto politico della confederazione demo- cratica Kurda che vive nell’ incertezza della situazione siriana dopo la caduta di Assad. Inoltre il potenziale disimpegno americano nell’area toglierebbe l’appoggio militare verso le formazioni di autodifesa kurde, le YPG. Le direzioni politiche del Partito dell’Unione Democratica (PYD) e delle Forze Democratiche Siriane (SDF) dopo le dichiarazioni di Öcalan sono state chiare: se un’eventuale percorso di pace tra turchi e kurdi in Turchia avranno un percorso positivo per la regione, questo non sarà sufficiente per spingere i kurdi siriani ad abbandonare le armi. Invece il presidente reazionario Masoud Barzani del Kurdistan irakeno, alleato di Erdogan nella repressione contro il PKK ha perfino ringraziato la Turchia per questo passo,
oscurando lo stesso Öcalan.


La diga di Tishrin
Per tutto il 2024 la Turchia e le formazioni islamiche alleate hanno tentato di prendere nel Rojava il con- trollo della diga di Tishrin sul fiume Eufrate, ma dall’insediamento di Trump a gennaio gli attacchi si sono intensificati. Ankara tramite l’Esercito Nazionale Siriano (SNA) ha cercato di valicare la diga, nodo strate- gico per attraversare l’Eufrate e arrivare a Kobane. L’Esercito Nazionale Siriano, addestrato, armato e pagato da Ankara, conta una forza di 70 mila uomini.
Dal 7 gennaio una gigantesca mobilitazione è partita dalla popolazione di Kobane e dalle cittadine vicine.
Migliaia di persone hanno presidiato la diga giorno e notte sotto i bombardamenti dei caccia e dei droni della Turchia. Malgrado le decine di morti il presidio riesce a resistere e impedire il passaggio delle formazioni islamiste. Se la diga crollasse tutta la regione rimarrebbe senza riserve idriche ed elettriche.


L’accordo del 10 Marzo
La pesante situazione sul fiume Eufrate, l’appello di Öcalan, il cambiamenti e i rovesciamenti delle alleanze
dopo l’arrivo di Trump, portano la dirigenza kurdo siriana delle SDF e PYD del Rojava ad una scel- ta difficile e politicamente discutibile: l’accordo con il Governo di Transizione Siriano (GTS: ex di al-Nusra e suoi alleati jihadisti) di Al-Golani. Questo nasce dall’urgenza di entrambi di prendere tempo e congelare temporaneamente gli scontri armati nel Nord Est della Siria.
L’accordo, porterà le unità combattenti delle SFD/YPG dentro le quali sono inseriti diversi movi- menti progressisti arabi e minoranze etniche anche ad integrarsi nell’esercito “di coalizione” siriano, mentre il nuovo governo riconosce i kurdi come parte integrante dello Stato. I punti dell’accordo:
1 tutte le componenti religiose ed etniche della Siria avranno il diritto di partecipare al processo politico e alle istituzioni statali.
2 Viene riconosciuta la comunità kurda originaria della Siria e vengono garantiti tutti i suoi dirit- ti costituzionali e civili.
3 Cessate il fuoco generale immediato su tutto il territorio siriano.
4 Inserimento delle istituzioni della Siria nord-orientale nelle infrastrutture civili e militari, compresi i valichi di frontiera, gli aeroporti e le risorse energetiche nella gestione dello Stato siriano.
5 Rientro e protezione di tutti i siriani fuggiti nei passati conflitti che potranno tornare nelle loro città e nei loro villaggi sotto la protezione delle autorità siriane.
6 l’accordo obbliga i firmatari a sostenere la stabilizzazione del Paese di fronte a qualsiasi minaccia alla sua sicurezza e unità e rifiuto di divisioni e discorsi d’odio: ogni tentativo di dividere o diffondere discorsi settari sarà contrastato, in particolare contro la resistenza degli apparati dell’ex governo Assad.
7 I comitati esecutivi saranno impegnati a controllare l’attuazione dei punti dell’impegno per un anno.
Sia L’ONU che il dipartimento di stato USA lo hanno appoggiato. “Gli Stati Uniti accolgono con favore l’accordo recentemente annunciato tra le autorità siriane ad interim e le Forze democratiche siriane per
integrare il nord-est in una Siria unificata.”

Le prospettive del Confederalismo democratico
I termini di questo accordo, l’appello di Öcalan, la situazione volatile in tutta la Siria e il ruolo della Tur-
chia sono incognite coinvolgono direttamente il popolo del Rojava e il suo prossimo futuro politico. Ad est dell’Eufrate forse tornerà una relativa calma, permettendo il ritorno di un certo benessere con scambi delle risorse primarie del Rojava con il resto della Siria: Acqua, grano e petrolio. Risorse difese dall’autogoverno kurdo in questi anni e obbiettivi di conquista dell’imperialismo neoottomano di Erdogan. Il modello di Confederalismo Democratico, il concetto di società più avanzato in Medio
Oriente, il ruolo elevato delle donne in questa situazione sono indubbiamente messi in discussione, come il contraddittorio riformismo espresso dall’auto organizzazione del Rojava.
È indubbio che la svolta di Öcalan e gli accordi tra le SDF e il Governo di Transizione islamista di Al-Golani,
siano dei compromessi che pongono degli interrogativi politici. Il congresso di Aprile indetto dall’ Unione
delle Comunità del Kurdistan dovrà dare delle prospettive, ma gli interrogativi rimangono. Le buone
intenzioni come “Il confederalismo democratico è aperto verso altri gruppi e fazioni politiche. È flessibile, multi-culturale, anti-monopolistico, ed orientato al consenso. Il confederalismo democratico non è un sistema politico arbitrario quanto piuttosto un modo per accumulare la storia e l’esperienza. Lo stato orienta continuamente se stesso verso il centralismo per poter perseguire gli interessi dei poteri monopolistici. La struttura eterogenea della società è in contraddizione con tutte le for
me di centralismo.” “L’ecologia e il femminismo sono i pilastri centrali.”

Lo stesso “riformismo” del Rojava è fortemente a rischio se non è affiancato da una prospettiva rivolu-
zionaria di autonomia della classe lavoratrice e contro ogni compromesso con le classi reazionarie capitaliste dominanti, a maggior ragione contro progetti imperialisti. Il Governo di Transizione Siriano nasce dalla sponda jihadista di AlQaeda, (Al- Golani era uno dei leader dell’ISIS in Iraq) ma è fonte ancora di massacri e repressione, con concetti di società reazionari soprattutto sul ruolo delle donne agli antipodi rispetto ai modelli di società espressi dal Confederalismo Democratico. La resistenza della popolazione del Rojava è passata attraverso un cammino di resistenza contro il fascismo islamico dell’ ISIS,contro altre formazioni jihadiste e gli attacchi imperialisti della Turchia. Accettare il centralismo del Governo
islamista di Al-Golani, ora ben visto dagli osservatori di vari imperialismi occidentali, essere la “polizia carceraria” eterodiretta dagli USA dei prigionieri dell’ ISIS e delle loro famiglie seppur in chiave di autodifesa territoriale del Rojava, sono delle questioni aperte che dovrebbero essere i temi principali del congresso generale delle comunità kurde di Aprile. Siamo convinti che la via passi solo attraverso un programma rivoluzionario di transizione verso l’ unificazione rivoluzionaria dei vari popoli del Medio Oriente e dentro una federazione socialista. Il Rojava potrebbe esserne una fondamentale parte attiva.


Scopri di più da Brescia Anticapitalista

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.