Nella notte tra l’8 (ora dell’Europa occidentale) e il 9 maggio (ora di Mosca) di 80 anni fa le truppe tedesche si arrendevano incondizionatamente agli alleati sovietico-occidentali. Mussolini era morto da 10 giorni, Hitler da 8. Finiva così la maggior carneficina della storia dell’umanità, costata tra i 50 e i 60 milioni di morti, in gran parte civili. Il mondo (soprattutto in Europa, Asia e Nordafrica) non aveva probabilmente mai conosciuto dei livelli di barbarie così efferati e diffusi geograficamente. Il massacro di civili, una costante anche nelle guerre del passato, ma in misura molto minore, era diventata la regola. E non solo da parte dei nazifascisti, che comunque furono i principali responsabili (a cominciare dai 9 milioni di ebrei, rom, antifascisti, omosessuali, ecc. assassinati nei campi di sterminio), ma anche da parte degli Alleati (basti pensare all’inutile bombardamento di Dresda nel febbraio del ’45 o all’orribile olocausto atomico di Hiroshima e Nagasaki dell’agosto dello stesso anno!). Guerra inter-imperialista? Certamente, come la Prima Guerra Mondiale. Guerra di “liberazione nazionale”? Pure, per lo meno in gran parte d’Europa e Asia. Guerra civile antifascista? Anche, soprattutto in molti paesi europei ed asiatici, tra i quali l’Italia. Guerra di classe, tra proletari e contadini da un lato e borghesi e proprietari terrieri dall’altro? Certo, soprattutto in Jugoslavia, Albania, Grecia e Cina. Una guerra dalla quadruplice natura, che però è stata ridotta, nella propaganda ufficiale, solo alla seconda e terza versione, quelle più comode per le classi dominanti. Per le “democrazie occidentali” si trattava di uno scontro tra il fascismo e la “democrazia”. Per il gruppo dirigente staliniano era una “guerra patriottica” contro l’invasore tedesco, come ai tempi di Aleksandr Nevskij, nel XIII secolo, anche se, ovviamente non mancavano riferimenti alla lotta contro “l’orda fascista”. Proprio i popoli sovietici furono quelli che pagarono il prezzo più alto, con 20 (o 27 secondo altre fonti) milioni di morti. E fu l’URSS, dopo la fine del patto Hitler-Stalin del 1939/41, a dare i colpi più duri alle armate tedesche, italiane, rumene, ecc. , a partire dalla vittoria di Stalingrado del 1942-43. Tra oggi e domani vedremo autorità, bandiere, inni nazionali, fanfare, soldati, aerei. Soprattutto a Mosca, visto che in Occidente l’anniversario sta stranamente passando sotto tono (sarà per non girare il coltello nella piaga di un’estrema destra sempre più potente?). Certo, a Mosca non è necessario essere di sinistra per festeggiare l’anniversario di una vittoria benedetta anche dalla chiesa ortodossa e dai nostalgici dello zarismo contro il “nemico teutonico”. Qui da noi, dopo 8 decenni di racconto che fu la vittoria dell’antifascismo contro la barbarie nazifascista, la cosa è un po’ più complicata, soprattutto per Trump, la Meloni, Orban, la Le Pen, ecc. che sicuramente antifascisti non sono. Io, seppur in tono minore, festeggerò comunque, anche se la “quarta guerra”, quella di classe, l’abbiamo persa (e ancor prima del 1945). Non tanto perché sia un entusiastico sostenitore del “meno peggio” (che comunque non si può disprezzare del tutto). Ma resto convinto che, seppur non si è fatta nessuna rivoluzione proletaria (come invece era accaduto tra il 1917 e il 1920), le condizioni della mia classe (e di tutti gli sfruttati ed oppressi) sono state migliori (in alcuni casi di molto) grazie alla sconfitta dei nazifascisti. Fascismo e democrazia borghese NON sono la stessa cosa, per quelli come me. Non mitizzo la seconda. La combatto. Ma mi permette di vivere, e lottare, molto meglio che sotto i regimi fascisti e dittatoriali aperti. E so benissimo che la bandiera rossa con la falce e il martello che sventolava sul Reichstag, in realtà, significava soprattutto la vittoria “nazionale” della Russia (e in parte delle altre repubbliche sovietiche) contro la Germania (mi viene in mente l’orribile “poesia” di Ilya Ehrenburg per spronare l’Armata Rossa in Germania). Ma per molti proletari, comunisti, socialisti, anarchici, restava (e resta) comunque una bandiera ROSSA, un simbolo, certo spesso mitizzato e slegato da un vero progetto di liberazione sociale, che nutriva (e in parte nutre tuttora) la speranza che un altro mondo è possibile. Per cui brindo, con i pochi russi, ucraini, italiani, ecc. che in quella bandiera ci vedono non una vittoria “patriottica” o semplicemente antifascista, ma una vittoria “sociale”, al “Giorno della Vittoria”. Ad maiora semper.
Flavio Guidi
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