di Mario Gangarossa
Sta accadendo quello che i pochi ancora capaci di pensare senza il cervello annebbiato dall’ideologia avevano previsto il 7 ottobre.
Che il pogrom islamista avrebbe permesso a Netanyahu di portare a compimento la pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania, da anni cercata e pianificata.
Che la folle avventura di Hamas avrebbe portato all’ultima definitiva Nakba.
Che dopo la “caccia all’ebreo” effettuata in forma artigianale avremmo assistito alla “caccia al palestinese” effettuata in forma industriale e scientifica.
Al GENOCIDIO del popolo palestinese senza che nessuno potesse o volesse impedirlo.
Le chiacchiere e la retorica, gli insulti e perfino le minacce hanno subissato la voce di chi provava a ragionare, a partire dai rapporti di forza reali, dall’analisi concreta di una situazione concreta, come se il gridare più forte potesse cambiare il corso degli eventi.
Sullo sfondo l’assoluta incomprensione di chi erano gli attori in campo, di come agivano e quali interessi erano in gioco, l’ignoranza sulla storia recente di quel popolo e del ruolo e degli obiettivi di Hamas.
Si straparlava della potenza militare di Hezbollah, delle decine di migliaia di missili che avrebbero raso al suolo le città israeliane, delle armi segrete degli ayatollah, delle capacità belliche di una famiglia allargata di beduini yemeniti.
Della rivoluzione che sarebbe scoppiata nel mondo islamico all’appello dei muezzin il “prossimo” venerdì.
La realtà dura, cruda, è quella della montagna di morti bambini accumulati sulle macerie di un deserto.
Il GENOCIDIO.
Il disastro annunciato e la fine di ogni possibile speranza di costruire uno Stato palestinese.
È una polemica chiusa che non ho intenzione di riaprire.
Anche perché a chi ha cavalcato una lotta nazionale fuori dalla storia e dal contesto internazionale, scambiando una azione di propaganda di una setta di islamisti per rivoluzione di popolo, non rimane altro che condannare al sacrificio estremo, al martirio finale, lo sventurato popolo tradito dalle sue direzioni politiche, abbandonato dai suoi “amici”, carne da macello a disposizione dell’arrogante nemico israeliano.
E la condanna morale, l’ultima patetica forma di protesta ormai rimasta alle vittime, che non cambierà di una virgola lo svolgimento degli eventi.
E le chiacchiere idiote sul diritto internazionale che è sempre stato il diritto delle nazioni forti a imporre la propria legalità, il proprio dominio, e il dovere dei deboli a rispettarlo.
Nei conflitti e nelle guerre non vincono i buoni e nemmeno coloro che hanno ragione.
Vincono i più forti.
Se inizi una guerra dichiarando che vuoi distruggere il tuo nemico, e il nemico è più forte, finisci tu ad essere distrutto.
Se non ti sei reso conto, quella mattina del sette ottobre che non c’erano le pur minime condizioni per costruire una Palestina libera (dagli israeliani) dal fiume al mare mentre c’erano tutte le condizioni per un Israele che imponeva il suo dominio oltre quel fiume e in quel mare e risolveva definitivamente la questione palestinese, o sei un avventuriero, un provocatore, o rispondi a una logica che non ha nulla a che vedere con le aspirazioni di quel popolo.
Oggi ai palestinesi rimangono solo due opzioni.
Fuggire o crepare.
Non ne esistono altre.
Se non ne siete convinti andate a difenderli e a morire con loro.
Visto che NESSUNO è in grado o ha la volontà di impedire il loro massacro.
Pretendere che continuino a morire, che si immolino per dimostrare il loro attaccamento alla terra degli avi è una oscenità.
E solo il farneticare della mente corrotta di chi non ha nessuna empatia per le vittime e nessun rispetto per la vita materiale delle classi dominate.
Che diventino popolo dei barconi, delle carovane, profughi delle guerre e migranti per necessità. Hanno un mondo da conquistare.
Che diventino una spina nel fianco di chi gli ha voltato le spalle e assiste indifferente al loro martirio.
Se la scelta del governo israeliano, deciso a cancellare la presenza dei palestinesi dalla “loro” terra è stata fin dal primo giorno ferma e determinata, arrivando perfino a sacrificare i propri cittadini ostaggi, quale è stato il comportamento dei paesi arabi “amici”?
Se ne sono stati alla finestra a guardare in attesa che Israele facesse il lavoro sporco che era quello di liberarli dall’islamismo che vedono come un nemico più pericoloso dello stesso sionismo.
Nemmeno la più minima forma di reazione che potesse far capire a Israele che non tutto gli era permesso.
Nemmeno la rottura formale dei rapporti diplomatici, uno straccio di sanzioni economiche, il blocco dei rapporti commerciali, il tentativo di usare l’arma del petrolio verso gli alleati di Netanyahu che, di questi tempi, avrebbe avuto un effetto più convincente delle inutili risoluzioni dell’ONU.
Tutte armi usate nelle guerre passate che hanno coinvolto la Palestina.
Anzi, l’Egitto si è affrettato a rafforzare quel muro che chiudeva due milioni di esseri umani dentro un lager a cielo aperto.
Avrebbe potuto accogliere almeno i bambini di Gaza salvando loro la vita.
Avrebbe potuto accogliere i feriti, i vecchi, i malati.
NON L’HA FATTO.
Lo status di Gaza è della Cisgiordania è il prodotto del trattato di pace fra Egitto e Israele che aprì la strada al suo riconoscimento e ai buoni rapporti commerciali, prima inesistenti, col resto del mondo arabo “moderato”.
E l’Egitto e gli Stati Uniti cofirmatari di quell’accordo avrebbero dovuto garantire la sicurezza degli abitanti di Gaza e della Cisgiordania.
Avrebbero dovuto considerare l’intervento israeliano come una rottura di quel trattato.
Come una dichiarazione di guerra.
Come definire questa resa incondizionata di fronte ai crimini israeliani se non un’infamia?
Se i palestinesi di Gaza, fin dal primo giorno, come la ragione suggeriva, avessero abbattuto quel muro nel suo punto più debole, a Rafah, e a centinaia di migliaia si fossero spinti in Egitto avrebbero costretto gli egiziani a agire in un modo o in un altro.
E l’Egitto e gli altri paesi arabi “moderati” hanno per gli Usa un interesse strategico almeno pari a quello che hanno per Israele.
Bombardare i loro ospedali non sarebbe stato così facile. E nemmeno i campi profughi.
Diciamocelo senza ipocrisie. A vincere la guerra non sarà solo Netanyahu, ma anche i suoi vicini, gli stati arabi del medio Oriente che non vedono l’ora di liberarsi dalla presenza ingombrante dei palestinesi, normalizzare i rapporti e poter finalmente fare buoni affari con lo Stato sionista.
A cominciare dalle riserve di gas che stanno di fronte alla costa di Gaza. Per le quali esiste ed è ben documentato un interesse comune fra Israele, Egitto, Cipro, Grecia e Italia.
Un accordo commerciale che aspetta solo che la situazione si “normalizzi” per diventare operativo.
Non tutti i “buoni” sono veramente buoni.
In questo caso non ce ne sono in qualsiasi direzione volgi lo sguardo.
Continuare la resistenza fino alla morte dell’ultimo palestinese fa comodo a tutti tranne a chi vive nella trappola di Gaza e nella futura trappola della Cisgiordania.
Sopravvivere disertando il “dovere” di crepare è l’unico modo per continuare a lottare.
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