Visto il dibattito che si è animato in Italia sul federalismo europeo e il Manifesto di Ventotene, dopo le goffe prese di posizione della Meloni, mi permetto di ripubblicare la terza e la quarta parte di un mio articolo pubblicato sul blog 8 anni fa, riguardante i progetti federalisti europei (e, per quanto riguarda la prospettiva dei marxisti, mondiali). (Flavio Guidi)
Rivoluzione russa e progetto federalista
Quando, dopo la rivoluzione d’ottobre, i bolscevichi ebbero l’opportunità di concretizzare le loro concezioni sulla questione, i primi passi furono, dopo il cessate il fuoco con Germania e Austria-Ungheria, una dichiarazione “per una pace senza annessioni”, l’abolizione della diplomazia segreta, la “dichiarazione dei diritti dei popoli di Russia”. La Repubblica russa dei Soviet, nelle intenzioni di Lenin e Trotsky, era il primo passo verso la federazióne europea (e mondiale) delle repubbliche soviétiche, anche perché non era concepibile per loro la possibilità di costruire il “socialismo” in un solo paese, e ancor meno arretrato come la Russia. Tra novembre e gennaio il governo dei soviet riconobbe l’indipendenza delle nazioni che erano appartenute all’ex impero zarista (Polonia, Finlandia, Ucraina, paesi baltici, caucasici, ecc.) proponendo allo stesso tempo l’instaurazióne di relazioni di tipo federativo con la repubblica russa. A conclusióne del Congresso pan russo dei soviet, il 31 gennaio 1918, Lenin così esprimeva la sua opinióne: “..io sono…convinto che intorno alla Russia rivoluzionaria…si raggrupperánno le federazioni delle nazioni libere, in maniera totalmente volontaria…questa Federazione crescerà e sarà indistruttibile…e non è lontano il giorno in cui i lavoratori di tutto il mondo si uniranno in un unico stato di tutta l‘umanità”.
Questo progetto si poggiava sulla speranza (che dopo il novembre 1918 sembrò farsi più concreta) di una rivoluzione in Germania (e in Austria-Ungheria) che avrebbe posto fine all’isolamento della Russia sovietica e scatenato una rivoluzione continentale (e, in prospettiva, mondiale). Dopo la proclamazióne della “Repubblica tedesca dei consigli degli operai e dei soldati” (9/XI/1918) e della Repubblica sovietica d’Unghería (21/III/1919) la prospettiva di una Unione tra le repubbliche “sorelle” di Russia, Germania, Ungheria, ecc. non sembrava, allora, tanto utopistica. E la creazione della III Internazionale, nel marzo 1919, andava nella stessa direzione.
Però la sconfitta delle rivoluzioni del “biennio rosso” fuori dal territorio dell’ex impero zarista (instaurazione di due repubbliche “borghesi”, dopo la repressione del movimento comunista, in Germania e Austria; invasione delle truppe rumene e distruzione della repubblica soviética in Ungheria; riflusso, a partire dal 1920, di tutti i tentativi rivoluzionari in altri paesi, come l’Italia) mise fine a queste speranze, e lasciò la Russia nell’isolamento.
Nonostante la decisione (più o meno spontanea a seconda dei casi) di federarsi con la Russia di Ucraina, Bielorussia, Armenia, Azerbaigián, Turkestan (e, dopo una invasióne dell’Armata Rossa, anche della Georgia), e della conseguente decisione di creare una nuova unione, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS), nel 1922, il progetto degli stati uniti socialisti d’Europa era fallito. Il peso predominante della Russia nella nuova Unione, chiarissimo fin dal principio, finì per convertire questa prima “unione europea” in una riedizione (salvaguardando tutte le differenze) dell’ex impero russo. E, aldilà di tutte le dichiarazioni ufficiali “internazionaliste”, l’identificazione dell’URSS di Stalin con la Russia si fece, soprattutto dopo il 1941, sempre più stretta. La messa in guardia contro “lo sciovinismo russo” espressa molte volte da Lenin (che si era convertita quasi in una ossessione negli ultimi anni della sua vita) non aveva avuto successo contro la alleanza tra la controrivoluzione internazionale (sia da parte delle “democrazie” liberali sia da parte delle dittature reazionarie) e i poderosi fattori inerziali della storia russa.
Il nuovo europeismo borghese nel primo dopoguerra
Il grande massacro del 1914-18 e le rivoluzioni del 1917-19 diedero impulso alla riflessióne in molti intellettuali e polítici borghesi. Il trauma dei 10 milioni di morti e dei 21 milioni di feriti e mutilati è molto profondo, in tutti i settori sociali, e l’idea che questa “è stata l’ultima guerra”, costi quello che costi, si diffonde in tutta la società. La guerra ha indebolito le potenze europee, non solo quelle “vinte” ma anche, in diversa misura, le “vincitrici”. Due fattori preoccupano i polítici, gli intellettuali “borghesi”, i capitalisti europei: il pericolo “rosso” simbolizzato dalla Russia soviética e dal suo progetto rivoluzionario europeo (e mondiale) e la preponderanza económica degli USA. Quando, a partire dal 1920-21, il “contagio” soviético sembra diventarese meno minaccioso, continua però la preoccupazióne per l’egemonía económica nordamericana. Si fa strada il concetto che l’Europa, disunita, non potrá competere con questa nuova potenza emergente (e, d’altro lato, farla finita con le minacce rivoluzionarie basate sulla propaganda internazionalista, chee sottolinea sempre l’equazióne: stato nazionale borghese=imperialismo=guerra). Il progetto della Società delle Nazioni nasce in questo clima, nonostante sia palesemente in contraddizióne con la praxis dei trattati di Versailles, Saint Germain, Trianon, ecc. Mentre si afferma il principio di una “pace giusta e duratura”, del “diritto dei popoli”, della “unióne fraterna delle nazioni” affinché non ci sia “mai più la guerra”, si castigano duramente Germania, Turchía, Austria e Unghería, si creano, solo in Europa, 22.000 Km. de nuove frontiere, si spartiscono le ex colonie dei vinti tra Inghilterra, Francia e Giappóne, si cancellano i diritti dei tedeschi del Tirolo, Posnania, Boemia, Moravia e Danzica, degli Sloveni e Croati dell’Istria, degli úngheresi di Slovacchia e Transilvania, degli Ucraini di Rutenia e Galizia, dei Turchi della penísola balcánica, ecc.(e non parliamo poi dei diritti degli árabi, africani, indiani, cinesi, ecc.).
Il presidente nordamericano Wilson, dopo essere stato il primo nell’appello alla costruzióne della S.d.N., non riuscirá a portare gli USA in questo progetto, a causa della sconfitta nelle elezioni del 1920 contro i repubblicani “isolazionisti”. Così, senza la partecipazióne degli USA., la S.d.N. si trasformerà in una organizzaióne predominantemente europea. Come disse J. Monnet, anche se la S.d.N non si proponeva l’unióne europea, creava il método della unità europea (occidentale) del secondo dopoguerra.
Il dibattito, nel campo “liberal-democrático” borghese (latu sensu, perché includiamo quí socialdemócratici moderati, democristiani, ecc.) sulla necessità di una unióne (o federazióne, o confederazióne) europea, è un dibattito soprattutto “continentale” (nel senso che non vede, se non in maniera marginale, una importante partecipazióne británnica, sentendosi il Regno Unito, con il suo Commonwealth, ben più “mondiale” che europeo), e in particolare franco-tedesco. La necessità di una “Entente” tra i due giganti del continente (escludiamo la Russia, por il fatto di essere “socialista”, ossia esclusa tout court da qualsiasi progetto di integrazióne dell’Europa “borghese”) è chiara per tutti coloro che si propongono una prospettiva di pace in Europa. E se esistono forze scioviniste nel governo (pensiamo per esempio a Clemenceau o Poincarè) e nella opinióne pubblica in Francia che continuano a pensare che “l’Allemagne paiera!” (e che porteranno nel 1923 all’occupazióne francese della Ruhr), cresce il numero di coloro che sono convinti che la stabilità europea e la prosperità del capitalismo francése sono intrecciati. J. Rivière, W. d’Ormesson, P. Méndes France, J. Schwab, R. Tourneux, M. Sangnier, L. Loucheur, J. de Pange, P. Viénot, R. Rolland, J. Caillaux, L. Weiss, L. Blum, E. Herriot, F. Delaisi sono alcuni degli uomini (e donne) che, ciascuno nel proprio campo (política, economía, giornalismo, letteratura ecc.) propongono la necessità di un avvicinamento con la Germania, nella prospettiva di una federazióne europea. E, dall’altro lato del Reno, altri polítici, intellettuali, imprenditori, rispondono allo stesso modo, convinti che il “revanscismo” nazionalista proposto dall’estrema destra e dai settori militaristi “prussiani” può solo portare la Germania verso un nuovo disastro. Sono uomini come F. Nonnenbruch, A. Schmidt, E. Stern-Rubarth, E. Bleier, T. e H. Mann. Non solo francesi e tedeschi, ma anche altri europei, come il lussemburghése E. Mayrisch, il franco-belga D. Serruys, il danése C. F. Heerfordt, l’italiano L. Einaudi e soprattutto l’austro-greco-giapponése Richard Coudenhove-Kalergi animano, nei primi anni venti, il dibattito europeista. Il progetto “paneuropeo” di Coudenhove-Kalergi (ammiratore dl la mitteleuropa e del modello svizzero), esposto nel suo libro “Pan-Europa” del 1923, prevede una unióne europea inter-governamentale, che escluda il Regno Unito e l’URSS, che includa le colonie europee, che possa affrontare la sfida degli altri quattro “imperi” che si spartiscono il mondo: l’impero británnico, quello russo, il nordamericano e l’“estremo-orientale”.
Dopo il 1923 la situazióne política, sociale ed económica migliora notevolmente in quasi tutta Europa, e la relativa distensióne porta al trattato di Locarno (1925) tra Francia, Germania, Regno Unito, Bélgio e Italia, un trattato che, nelle intenzioni dei partecipanti, avrebbe dovuto superare, per lo meno in parte, le conseguenze negative (soprattutto per la Germania) del trattato di Versailles. La frontiera franco-tedesca e belgo-tedesca furono riconosciute formalmente, e furono firmate convenzioni di arbitraggio tra Germania da un lato e Polonia, Cecoslovacchia, Francia e Bélgio. Un trattato franco-polacco y uno franco-cecoslovacco furono inoltre frutto della conferenza.
Nonostante il fatto di non aver risolto i problemi pendenti tra la Germania e i suoi vicini dell’est (e tanto meno dell’ovest, come dmostrerá la storia negli anni trenta), il primo ministro francése, Aristide Briand, salutó il trattato con gran retórica ottimista, “che sostituisce al vecchio spírito di sospetto uno spírito di solidarietà…che renderà la guerra impossibile”. Briand sará il propagandista principale di questo “spírito di Locarno”(implícitamente contrapposto allo spírito rancoroso di Versailles), parlando di una futura era di pace, di spírito europeo, di conciliazióne, ecc. E il ministro tedesco Gustav Stresemann, nonostante il suo tradizionale nazionalismo, accetta il gioco, e la Germania entrerá nella S.d.N l’anno seguente.
In questo nuovo clima l’idea di una unióne europea trova nuovi adepti, e le proposte si moltiplicano, dalle più modeste (práticamente più o meno nuove alleanze político-militari su scala regionale, su impulso della S.d.N) fino alle più “federaliste”.
Il progetto di Coudenhove-Kalergi, abbozzato già nel 1923, diventa un programma di Unióne Paneuropea nel 1926 (con una alta corte federale, una alleanza militare con una forza aérea comúne, una unióne doganale, una amministrazióne única delle colonie extraeuropee, una moneta única, ecc.) e trova l’appoggio di Briand (che diventa il presidente d’onore della Unióne Paneuropea) e di molti polítici, imprenditori e intellettuali, come Loucheur, Blum, Herriot, Mercier, Claudel, Valery, T. Mann, H. Mann, R. Maria Rilke, S. Zweig, A. Schnitzler, S. Freud, J. Ortega y Gasset, M. De Unamuno, il cancelliere austriaco I. Seipel, A. Einstein, K. Adenauer. In generale, i partiti tedeschi di centro-sinistra (SPD, Zentrum, demócraticis) appoggiano il progetto, così come la sinistra moderata radical-socialista francese. In questo clima nasce nel 1928, tra Francia, Germania e altri 13 paesi, il famoso patto Briand-Kellog, che dichiara la guerra “illegale”. Parallelamente a questo movimento, diciamo, político-istituzionale, si sviluppano tentativi più strettamente económici, come il progetto di unióne económica tra Francia e Lussemburgo del 1919 (rifiutato dai francesi) o l’Accordo Internazionale dell’Acciaio (EIA) del 1926 tra gli imprenditori di Francia, Lussemburgo, Bélgio, Saar e Germania, animato soprattutto dall’imprenditore lussemburghese E. Mayrisch. Questo signore, práticamente padrone della siderurgia lussemburghese, la cui impresa, ARBED, possedeva miniere e fabbriche in Francia, Bélgio, Germania e Lussemburgo, aveva compreso molto presto la necessità di una política económica comúne per affrontare le sfide di una economía mondiale sempre più basata sui trust multinazionali. Nel 1927 a la ElA si aggiungevano gli austriaci, i cecoslovacchi e gli úngheresi, arrivando così a concentrare i 2/3 della produzióne europea di acciaio. Questa política, molto simile agli accordi del 1950 per la creazióne della CECA, sará imitata da altri settori capitalistici tra il 1926 e il 1928 (alluminio, zinco, elettricità, cemento, ecc.). Nello stesso 1926 Mayrisch crea (con P. Vienót e A. Rechberg) il Comitato Franco-Tedesco di Informazióne e Documentazióne, che non si limita al terreno económico, ma vuole contribuire allo sviluppo di un clima di comprensióne e fiducia reciproca tra gli stati ex nemici. Questo comitato, legato a polítici, imprenditori, giornalisti, ecc. apre la sua prima riunióne a Berlíno, nel 1927, alla presenza di importanti intellettuali come A. Einstein, proponendo non solamente una unióne económica, ma anche política. Però i governi francése (con l’eccezióne del ministro Loucheur) e tedesco non appoggeránnno seriamente il progetto, che fallirà definitivamente nel 1930, due ani dopo la morte del suo animatore.
Altri progetti análoghi subiranno una sorte simile. Così l’Unióne Doganale Europea (1926) in relazióne con Paneuropa, diretta da C. Gide, o il Comitato Francése per la Cooperazióne Europea (1927) di E. Borel, o i progetti di D. N. Heinemann, J. C. Snoy et d’Oppuers, F. Delaisi, A. Salter, P. Stoppani. Nonostante le differenze, tutti hanno in comune la fiducia nel ruolo degli imprenditori, del capitalismo liberale e liberoscambista, dell’“economía”: questi saránno i “motori” veritieri della integrazióne europea, più che la “Política” con la p maiúscola. La crisi económica che inizierà alla fine del 1929 (e che non terminerá, aldilà delle “tregue” del 1934-36, fino alla seconda guerra mondiale) si incaricherà, con la nuova ondata di protezionismo e nazionalismo, di farla finita con tutti questi progetti ottimisti.
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