Penso a un giovane ucraino nemmeno ventenne nel fango della sua trincea dove marcisce da mesi.
È poco più che un ragazzo, gli hanno detto che doveva andare a combattere per difendere la sua casa e la sua donna, dall’arrivo degli orchi.
Lui non è stato rastrellato. E’ un volontario. Un “eroe”.
Lui non è un “vigliacco”, a scuola gli hanno insegnato ad aver fiducia nei suoi “maestri”.
A fidarsi dei suoi lungimiranti governanti, a preoccuparsi del “bene comune”.
Gli hanno raccontato della Patria e della bandiera, e di un mondo oltre confine dove gli uomini e le donne sono liberi.
Di una bandiera comune a difesa dei ragazzi come lui.
La sua casa oggi non c’è più, è solo un ammasso di macerie, e i suoi vecchi vivono nelle cantine.
La sua ragazza è partita all’arrivo delle prime bombe, vive nel mondo libero grazie alla carità “temporanea” degli amici europei.
Forse si è fatta una nuova vita, magari accanto a uno di quei suoi compagni di scuola che è scappato via quando ha capito che, in questa guerra, chiunque avrebbe vinto, lui ne sarebbe stato la vittima.
Figli di papà, fighetti con le tasche piene di soldi che trovano sempre il modo di imboscarsi.
Ha visto morire metà dei suoi compagni uccisi da altri ragazzi come lui, e con negli occhi la stessa paura.
E contro quei ragazzi si è vendicato, ammazzandoli senza guardarli nemmeno in viso.
La guerra è questa. Sopravvive chi ammazza per primo il nemico.
Si diventa “criminali” perché è l’unico modo per poter rivedere l’alba del giorno dopo.
Lui è poco più che un ragazzo e sogna quello che tutti i ragazzi sognano.
Gli hanno detto che l’unico modo per potere tornare a fare il ragazzo, a bere la sua birra accanto agli amici e alla sua ragazza, è vincere questa guerra del cazzo che è iniziata quando lui ancora gattonava per quella casa che ora non c’è più.
E alla guerra ormai si è abituato. Avanzare arretrare. Scavare una nuova latrina. Coprire i resti della precedente.
Gli hanno pure tatuato una strana croce sul braccio. Dicono che è un simbolo fascista.
A lui serve solo per capire chi gli sparerà addosso e chi no.
Il suo capo ogni giorno gli dice che la vittoria è alle porte, che ora c’è l’inverno che congela la voglia di combattere e i motori dei carri armati, ma a primavera… vedrete.
Avanzare, arretrare e ogni metro di terra vuole il suo contributo di sangue.
Le case continuano a venire giù e al loro posto crescono i cimiteri.
Ma di nemici ne muoiono di più. Prima o poi si stancheranno di combattere.
Anche loro hanno una ragazza, una mamma. Chissà quando si decideranno a richiamare a casa i loro uomini e a impedirgli di continuare ad ammazzarsi.
Poi, una mattina, nel fango gelato di quella trincea, mentre conti gli ultimi proiettili che ti sono rimasti, scopri che il mondo, i valori, gli ideali, la tua casa e la tua ragazza, i tuoi vecchi, la bandiera e la medaglietta di latta che porti al petto orgoglioso, ti hanno voltato le spalle e ti hanno lasciato lì, solo con la tua paura di crepare a contare i proiettili che ti restano.
Il grande fratello di cui pensavi di condividere il sogno e l’orco che beveva il tuo sangue, si sono seduti a un tavolo e fra un bourbon e una vodka, qualche pacca sulla spalla, un paio di battute ironiche sugli allocchi che si lasciano incantare dagli spot pubbliciari, hanno deciso che è scoppiata la pace.
Che non ci sarà nessuna vittoria.
Che quei proiettili, quelli che hai usato e quelli che ti sono rimasti, dovrai pagarteli per il resto della tua vita passando dalla trincea al buco di una miniera.
E che la tua ragazza, nel mondo libero, ci rimarrà a fare la badante e a pulire il culo di chi su questa guerra si è ingrassato.
Che la tua casa la riavrai se potrai pagare il pizzo a chi te la ricostruirà.
Che hai perso gli anni migliori della tua vita e che quella medaglietta farai bene a nasconderla perché, chi questa guerra l’ha voluta, salterà e di corsa sul carro della pace e farai la fine degli eroi sconfitti, odiato da chi prima ti osannava.
E sarai tu l’unico responsabile di questa inutile carneficina perché non hai avuto il coraggio di rifiutarti di imbracciare il fucile.
Il coraggio di disertare la guerra dei tuoi generali.
Cosa rimane a quel “bambino soldato”? Quel fucile che gli hanno messo tra le mani, quel fucile che ha imparato a usare.
L’unica cosa che possiede.
L’unica cosa che gli permetterà di continuare a sopravvivere.
… No questa non è una delle tante favolette scritta per le mie nipotine quando saranno in grado di comprendere ciò che leggono.
Questa è la realtà.
La pace fra i grandi della terra avrà un effetto devastante sulle coscienze di chi si è lasciato intrappolare nella logica della guerra.
Su chi l’ha vissuta e su chi si è schierato al servizio di uno dei contendenti.
La coscienza degli individui, che forma la coscienza di massa, non è qualcosa che si può resettare pigiando un tasto.
E l’esperienza vince sempre sull’ideologia.
Il mondo reale sul mondo delle idee.
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