Peccato che Berlusconi sia morto.

Sarebbe stata l’occasione della sua vita organizzare l’incontro storico fra i due amiconi di vecchia data, Trump e Putin. Ad Arcore, luogo di incontri internazionali, dove pure la nipote di Mubarak amava passare le sue serate eleganti.

Su questa guerra il cavaliere aveva capito tutto, il suo fiuto per gli affari gli diceva che era solo una questione di danè. Il gran polverone ideologico che si era alzato era solo reclame, campagna pubblicitaria attraverso la quale putiniani e atlantisti cercavano di vendere la loro merce.

Il capo della più grande democrazia del mondo e lo zar di tutte le Russie pare che si siano sentiti e deciso che in Ucraina devono fare la pace. Da bravi giocatori di poker sanno quando è il momento di chiudere la partita, dividere il piatto e lasciare a bocca asciutta gli incauti “polli” che si sono lasciati spennare. I due, accomunati dallo stesso imprinting genetico, l’essere esponenti della stessa “razza padrona”, non hanno faticato a mettersi d’accordo. Restano da definire i particolari ma, si sa, che fra uomini di affari un accordo vantaggioso per ambedue si trova sempre.

Al momento sembra che tutto ciò che Putin ha conquistato con le armi rimarrà nella sua disponibilità. Mentre gli ucraini dovranno abbandonare quelle poche decine di chilometri di territorio russo conquistato dando fondo alle ultime loro risorse.

In cambio gli Usa incasseranno 500 miliardi di dollari in materie prime (terre rare) per ripagarsi di un investimento sbagliato. Si chiamano “riparazioni di guerra”, il rimborso delle spese sostenute, il costo dell’impegno dell’industria bellica americana a supporto “dell’eroica resistenza” ucraina.

Ci stanno pure le garanzie per evitare che un futuro governo ucraino si rifiuti di pagare il debito contratto dall’attuale. Diritto di prelazione sulla ricostruzione, un affare da 700 miliardi di dollari. Gli ucraini sopravvissuti alla guerra dovranno sbracciarsi e fare la fame per ripagare gli “aiuti” che “generosamente” l’America aveva loro concesso. La colpa è loro che non hanno saputo vincere la “guerra nazionale” e che si sono fidati della loro dirigenza nazionale, dei loro “oligarchi”, del presunto “diritto” delle nazioni all’autodeterminazione.

Del nemico che marciava alla loro testa.

Anche i russi dovranno sbracciarsi e fare la fame per pagarsi la vittoria. I gioielli della tecnica, i missili ipersonici, i “cannoni” che fanno sparire il “burro” dai mercati, le pensioni alle vedove e l’assistenza agli orfani. Ma avranno la consolazione di poter portare al petto una medaglietta di latta e poter andare orgogliosi del fatto che il proprio padrone gliele ha suonate al padrone nemico.

E l’8 maggio sfilare, petto in fuori, per la Piazza Rossa agitando la foto a colori dei loro “martiri”.

Dell’Ucraina nella Nato non se ne parla nemmeno, che già costano troppo quelli che ci stanno dentro.

E vedremo se i paesi europei, che con questa guerra si sono giocati tutto, ma proprio tutto, saranno alla fine disposti ad accollarsi il peso di una nazione indebitata, mutilata dei suoi territori più ricchi, l’onere di pagargli gli stipendi pubblici e le pensioni, quando rischiano di non poterli pagare a loro stessi cittadini.

Bisognerà dare da mangiare a 35 milioni di ucraini ai quali si aggiungono 4,3 milioni di sfollati dalla guerra per la metà collocati in Germania e Polonia beneficiari dello status di “protezione temporanea” che già campano a spese dell’UE. E L’emigrazione precedente alla guerra, e chi è scappato clandestinamente, con una stima dell’effettiva presenza dei “migranti” ucraini fuori dal loro paese calcolata intorno ai 12 milioni. Una “bomba” sociale che entra in rotta di collisione con le pulsioni xenofobe che stanno attraversando il vecchio continente.

Altro che ingresso nella UE. E’ più probabile che attorno al protettorato di Kiev ci costruiranno un muro per impedire che vengano a mendicare davanti ai nostri supermercati.

Il costo della guerra e della pace dovranno pagarlo i paesi europei che pensavano di essere gli attori mentre erano la posta in gioco. Una posta che, nel conflitto planetario, gli Usa hanno deciso di abbandonare al proprio destino. Uno scacchiere secondario per il quale non vale la pena preoccuparsi, ne spendere nemmeno un cent bucato. Nessun soldato americano andrà a difendere i nuovi confini ucraini a garanzia della loro futura inviolabilità. Gli Stati che si accolleranno questo onere lo faranno, a titolo individuale, senza nemmeno la protezione dell’articolo 5 dello Statuto della Nato a ulteriore dimostrazione dell’ostentato disinteresse per le sorti del continente.

Gli europei si difendano da soli, se ne sono capaci, difendano quel che resta dell’Ucraina. Difendano loro i paesi che, sull’onda bellicista che aveva infiammato le classi dirigenti europee, avevano rinunciato alla loro neutralità e aderito al fronte del “mondo libero”. Che lo faccia Macron visto che era già pronto a partire al canto della marsigliese. O che lo facciano gli inglesi che la pace hanno sempre provato a sabotarla tutte le volte che si apriva uno spiraglio diplomatico.

In fondo, se la Russia si prende “quello che era già suo” prima della caduta del muro può pure avere i suoi risvolti positivi. Quello che rimarrà dell’Europa costretta a “difendersi” da questa minaccia, da sola, non sarà più un concorrente preoccupante né un “alleato” che possa far gola al nemico.

L’imperialismo è quello di sempre, quello che schierava le cannoniere per imporre ai cinesi il libero commercio dell’oppio. Ma la sua maschera e ormai completamente caduta.

La spartizione dell’Ucraina e la sua cancellazione dal novero delle nazioni sovrane sarà devastante per l’Europa e per le sue velleità imperialiste.

Le sue borghesie dovranno elaborare il lutto e sotto il fuoco di una crisi incontrollabile che gli fa franare il terreno sotto i piedi. Le sue classi dirigenti che fino a ieri sostenevano Zelensky “fino alla vittoria”, alla riconquista dei territori persi e, perché no, perfino alla conquista di qualche fetta di territorio russo, sono allo sbando. Pugili suonati che continuano a menare colpi all’aria che li circonda. Un’aria che si fa ogni giorno di più irrespirabile. Le economie del vecchio continente, nonostante la droga del PNRR sono ferme. In recessione. In crisi. Le merci ammuffiscono sugli scaffali. I commerci languono. Il debito pubblico cresce a dismisura. Lo spettro della disoccupazione di massa si aggira rendendo precaria e insicura la sua forza lavoro.

È l’Europa l’anello debole del sistema imperialista, il vaso di coccio che rischia di andare in frantumi.

I paesi europei se vorranno scegliere di continuare a percorrere la strada della guerra come soluzione alla loro crisi, la guerra dovranno farsela fra di loro, nel loro pollaio, rapinandosi a vicenda.

Una nuova stagione di aspri conflitti sociali si appalesa all’orizzonte.

La pace sarà più devastante della guerra perché costringerà la classe operaia europea, non più aristocrazia garantita dai superprofitti imperialisti, a fare i conti con la dura realtà della crisi economica. Con l’attacco massiccio alle sue condizioni materiali di esistenza. E’ la fine definitiva del sogno riformista e della pace sociale. La fine di un incubo.

Ora si ricomincia a giocare la partita epocale interrotta 100 anni fa. Si ritorna a combattere la guerra di classe. E’ la rivoluzione che annuncia il suo irrompere sulla scena politica quando “le classi dominanti non possono più governare come prima” e “le classi oppresse non vogliono più vivere come prima”.

E lo diceva uno che la rivoluzione l’ha fatta.


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