di Sergio Sinigaglia 

Caro Moni, sono tra coloro che in questi anni ti hanno visto come punto di riferimento imprescindibile sia sul piano politico che intellettuale. Non solo ebrei come me, impegnati ancora di più in questi mesi a protestare contro i crimini del governo israeliano e dell’esercito, ma anche vasti settori dell’opinione pubblica.

Per questo sono rimasto sconcertato e rattristato nel leggere che nel corso di una iniziativa pubblica a Massa Carrara riferendoti all’eccidio del 7 ottobre hai affermato: “E’ diritto e dovere di un popolo occupato ribellarsi agli occupanti. Se poi all’interno di quell’azione legittima sono stati perpetrati crimini contro l’umanità, verranno giudicati” e che 400 civili sono stati uccisi da “fuoco amico”.

Quel giorno quando ho saputo dell’azione di Hamas, la prima cosa che ho pensato, e che penso ancora, è che in poche ore Israele aveva vissuto ciò che i palestinesi subiscono da decenni. Ma ritengo impossibile e irricevibile ritenere che quello che non pochi, io stesso, hanno giudicato un pogrom possa essere definito come “un atto legittimo”.

L’oppressione e i crimini dell’occupazione colonialista israeliana non possono giustificare un’azione altrettanto criminale, seppure con alle spalle massacri su massacri, ingiustizie su ingiustizie, di fronte ai quali è certamente giusto ribellarsi. Il problema è come. Non amo lo stucchevole dibattito su nonviolenza e violenza. Come già sottolineato credo che dipenda dal contesto. In questo caso anni di resistenza armata da parte palestinese non hanno portato a nulla, se non aggiungere morti a morti, e per questo penso che una esperienza, purtroppo minoritaria, come “Combattenti per la pace” sia preziosa e vada valorizzata.

Tornando al 7 ottobre non ci sono dubbi che quel giorno erano presenti decine di giovani palestinesi, non propriamente “miliziani” di Hamas, che dopo aver vissuto sin dalla nascita in quel terribile ghetto e carcere a cielo aperto che è Gaza sono evasi con il sangue agli occhi. Ma si può comprendere senza giustificare, senza appunto dare legittimità ad un massacro che ha colpito in prevalenza civili, rispetto al quale al di là delle solite sciocchezze sui social, non c’è un cencio di prova che la metà siano stati uccisi dall’esercito israeliano. Sull’autorevole quotidiano Haaretz e non solo in effetti ci sono state alcune testimonianze che citano specifici episodi, ma l’entità numerica non è stata mai indicata e ritenere che il cinquanta per cento delle vittime sia stato opera dell’Idf lo ritengo fantasioso.

Inoltre, prendendo per buono il virgolettato degli organi di informazione, non si può dire: se sono stati perpetrati crimini…”. Rapire 250 persone, molti anziani e bambini, non è un crimine?

Quando mi capita di intervenire in pubblico sul conflitto israelo-palestinese, soprattutto nelle scuole, come è anche avvenuto in questi giorni, tra le varie considerazioni sottolineo che le modalità e gli strumenti che un popolo sceglie per lottare contro l’oppressore, in caso di liberazione, andranno inevitabilmente a condizionare il suo futuro assetto istituzionale, politico, sociale e culturale. Il fallimento dei vari comunismi novecenteschi può anche essere così interpretato.

Caro Moni la causa palestinese ha bisogno del massimo sostegno, ancora di più da quegli ebrei che come noi rifiutano il colonialismo israeliano, o comunque pur continuando ad avere un rapporto direi “sentimentale” con quel Paese e il sionismo delle origini, non hanno esitato a prendere posizione. Certe affermazioni non solo fanno perdere credibilità, ma credo non portino nessun vantaggio alla fondamentale battaglia per una pace giusta in quei territori insanguinati, basata sulla fine dell’occupazione, sul pieno riconoscimento dei diritti di chiunque vi abiti, rifuggendo ogni nazionalismo e fondamentalismo.

Cordialmente

Sergio Sinigaglia
Sergio Sinigaglia (Ancona, 1954) ha svolto le professioni di libraio e successivamente di giornalista in una società di comunicazione. Dal 1976 al 1978 è stato redattore a Roma del quotidiano Lotta Continua, di cui è stato militante. A partire dalla metà degli anni Novanta ha collaborato con il mensile Una città, il settimanale Carta Cantieri Sociali e il Manifesto. Ha pubblicato i seguenti testi:“Di lunga durata durata” (affinità elettive 2002); “Fuori linea” (affinità elettive 2005); La piuma e la montagna, con Francesco Barilli (manifesto libri 2008); “Altremarche” (affinità elettive 2010); il romanzo “Il diario ritrovato” (Italic Pequod 2014) e il giallo “Strage silenziosa” (Italic Pequod). Nel 2018 ha curato la raccolta di testi postumi di Gabriele Giunchi “Il mattino ha i piedi scalzi (Una città). A settembre 2022 è uscito “S’avanza uno strano soldato – il movimento per la democratizzazione delle Forze Armate 1970-1977, Derive Approdi, scritto con Deborah Gressani e Giorgio Sacchetti. Per alcuni anni ha pubblicato articoli sul sito Global Project. Dal 2022 scrive su Pressenza.com. Attualmente fa parte della redazione del trimestrale “Malamente”. E’ ancora attivo politicamente nel centro sociale Arvultura di Senigallia, città dove abita dal 2017. E’ vegetariano e animalista antispecista.


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