di Mario Gangarossa

C’è un momento in cui sopravviene il disgusto, e passa pure la voglia di commentare.

Un momento in cui nasce prepotente il bisogno, quasi la necessità fisica, di seguire l’esempio di chi, prima di te, si trovò ad affrontare quella che dopo, dai sopravvissuti, sarà chiamata l’età di mezzo.

Chiuderti in un eremo coi tuoi libri, i tuoi ricordi, la scienza imparata negli anni con fatica, le piccole conquiste di consapevolezza.

Raccogliere e conservare questa conoscenza per chi verrà dopo.

Lasciare che gli eventi seguano il loro corso, che le “forze materiali” trovino la loro strada continuando a sbattere la testa contro il muro. Che gli uomini e le donne reali, i vecchi e i bambini, continuino a crepare a milioni, fin quando l’istinto di sopravvivenza della specie non avrà il sopravvento.

Retorica, un fumo denso di retorica, a nascondere la vita reale di miliardi di esseri umani che non hanno voce.

Alla tv scorrono le immagini hollywoodiane della liberazione degli ostaggi israeliani.

Uno spettacolo osceno. Una pagliacciata.

Una pagliacciata che è costata il genocidio di Gaza.

Quei burattini che hanno giocato alla guerra sulla pelle dei “martiri bambini”, ammucchiati a camionate nei cortili degli ospedali e delle scuole distrutte, sfilano a favore di telecamere a festeggiare la loro “vittoria”.

1.000 palestinesi verranno liberati.

Dal 7 ottobre ne hanno catturato altri 5.000 che rimarranno nei lager israeliani e su cui calerà il silenzio.

Torturati e massacrati dall’esercito più immorale del mondo.

Nella contabilità dei fascisti che guidano i due popoli il valore della vita umana è una variabile relativa frutto della “contrattazione” fra le parti.

E scorrono pure le immagini di una folla che numerosa manifesta a Rafah.

I “fratelli” egiziani si tenevano alla larga da quel valico quando il loro governo costruiva un secondo muro qualora qualcuno fosse riuscito a scavalcare il primo.

Governo egiziano che, per inciso, in base agli accordi presi col governo israeliano, e benedetti dall’ ONU, avrebbe dovuto garantire la vita e la sicurezza a Gaza e avrebbe dovuto impedire il massacro dei suoi abitanti.

Oggi organizza una manifestazione di massa per ribadire che i palestinesi devono rimanere in Palestina e soprattutto non devono sciamare in Egitto.

Come? sono cazzi loro.

Ognuno a casa sua. Ognuno nella sua nazione.

E quando non c’è posto per due nazioni sullo stesso territorio chi ha da crepare crepi.

Non puoi vivere da schiavo? Muori da martire.

Anche se nessuno ti ha chiesto se avevi tutta questa voglia di fare il martire per un pezzo di terra o un pugno di rovine.

Ecco, nessuno mai mi convincerà che vale la pena morire per la “propria” terra, per la propria nazione. Per la propria casa.

Sarà perché vengo da una famiglia di migranti.

Da una terra da cui sono scappati in milioni alla ricerca di un posto sicuro dove vivere.

Io sono un vigliacco, in un mondo di lupi e di eroi, una pecora.

Mi sono perfino vaccinato, visto che era quello che passava il convento, perché quando piove meglio un ombrello sbrindellato che nulla.

E se devo fare la guerra la faccio per difendere il mio diritto a sopravvivere, non per inseguire i vostri straccetti colorati che non servono più nemmeno a nascondere le vostre vergogne.

Prima o poi dalla Palestina se ne andranno pure gli israeliani, quelli che aspirano a una vita non regolata dalla paura di saltare in aria alla fermata di un autobus, rimarranno solo i fantaccini a prendersi a sassate coi calcinacci delle macerie.

E quando i lager saranno vuoti dei loro prigionieri saranno i carcerieri a scannarsi fra di loro per decidere chi deve continuare a fare la parte della vittima.

Retorica, ideologia malata che infetta le menti di una umanità senza voce che ha prostituito il suo presente e il suo futuro alle classi dominanti e ai loro fantocci che ne fanno quello che più gli aggrada.

Una umanità a cui viene prospettata una unica “speranza” liberatrice.

Il martirio.

Un unico ruolo quello di carne da macello.

Bene, cari amici e compagni, i martiri per una idea, per una patria, per una moschea o una sinagoga, fateli voi.

Io mi accontento di combattere per la mia esistenza materiale.

Per il mio diritto di vivere.

E se per vivere devo scappare dalle vostre guerre scappo.

A piedi e sui barconi.

Diserto.

E siccome chi combatte la propria guerra quotidiana per vivere è la maggioranza della popolazione.

Siccome noi, i proletari, i senza terra, i senza patria, i senza nazione, i senza risorse, siamo tanti, tantissimi, vinceremo noi.

Come hanno vinto sempre i tanti contro i pochi.

E allora, mentre me ne sto seduto davanti a uno schermo per costruire il quale in questo preciso momento la razza padrona statunitense e la razza padrona cinese si stanno facendo la guerra in Congo, per interposta persona ovviamente, che i padroni, fin quando possono la guerra la fanno fare agli altri, mi permetto di spendere due parole sugli eroi misconosciuti del 7 ottobre.

Non sappiamo i loro nomi, le loro foto non si trovano nelle piazze e non appaiono in televisione, “ostaggi per caso”, catturati senza nessun motivo e nessuna logica sia pure distorta.

Le cronache li definiscono tailandesi dal loro paese di origine.

In Israele ci erano andati non perché spinti da pulsioni ideologiche o al seguito di qualche bandiera o di qualche richiamo religioso o ideale.

C’erano andati perché proletari, seguendo il destino della forza lavoro che insegue il capitale dovunque intravvede una possibilità di essere impiegata.

Erano migranti, migranti economici come diremmo in Italia, in fuga da un “paese sicuro” che, pur di sopravvivere alla fame, si accollavano il rischio di spostarsi in un paese ostile e insicuro.

Era il granellino di sabbia in un ingranaggio perfetto.

Un granellino così insignificante da passare inosservato.

Continuate a ignorarlo. Fate bene.

Che quei granellini crescano fin quanto diventeranno una cascata.

E mentre voi continuate a giocare coi popoli e le nazioni e vi suicidate con le vostre guerre i proletari, i senza risorse, i senza voce, con la loro coscienza di essere gli ultimi della terra sciamano per l’intero pianeta.

Si fanno i “fatti loro” e provano a risolvere il loro problemi.

Ma i loro problemi sono quelli dell’intera umanità.

Hanno un mondo intero da conquistare ed è grazie a loro che noi piccole gocce di consapevolezza, confusi e oppressi dall’angoscia di essere inutili e impotenti, non ci ritiriamo in un convento a goderci gli ultimi scampoli di una vita vissuta grazie alla fortuna di essere nati nel posto giusto, dalla parte della tavola imbandita dove le briciole cadevano più abbondantemente.

Poi pensatela come vi pare, le idee non hanno mai cambiato il corso della storia e, semmai, è il contrario.

E l’esperienza delle masse, l’esperienza quotidiana di milioni di essere umani che trasforma il mondo reale e le idee che servono a rappresentarlo.

Continuate a negarlo e un giorno vi sveglierete e scoprirete che qualcuno la rivoluzione la sta facendo per davvero e voi, si proprio voi, siete nemici.


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