di Sebastiano Isaia
Tra le conseguenze più nefaste prodotte dalla guerra di annientamento e allontanamento condotta dall’esercito israeliano contro i palestinesi, occorre certamente annoverare il rinfocolare del sentimento antiebraico negli strati più politicizzati della cosiddetta opinione pubblica occidentale. Questa guerra ha senz’altro costituito un facile alibi per le posizioni genuinamente antigiudaiche, di matrice “destrorsa” e “sinistrorsa”, che amano nascondersi dietro la lotta al sionismo. Ma questo non toglie in alcun modo il fatto che vi sia un’abissale distanza tra l’antisionismo, concepito oggi come lotta alla pratica imperialista dello Stato israeliano, e l’antisemitismo inteso come irriducibile ostilità nei confronti degli ebrei (di qualsivoglia nazionalità essi siano) in quanto ebrei. Sotto questo aspetto, occorre dire che bisogna guardare con molto sospetto la posizione di chi oggi difende le ragioni di Israele e proclama una lotta implacabile contro il «rinascente antisemitismo», mentre al contempo tratta come materiale di scarto (o “capitale umano” da supersfruttare nelle campagne e nelle fabbriche) gli immigrati clandestini – resi tali dallo Stato. Infatti, l’odio e il disprezzo nei confronti degli stranieri (che «ci rubano» il lavoro, che «ci insidiano le donne», che «ci rubano il denaro», che «corrompono i nostri usi, i nostri costumi, la nostra cultura») e dei “diversi” d’ogni tipo spesso servono a mantenere caldo un generico sentimento di ottusa e violenta ostilità che in determinate condizioni può facilmente orientarsi e scaricarsi contro il perfetto capro espiatorio di sempre: l’ebreo.
Personalmente trovo a dir poco ributtante vedere molti giovani studenti inneggiare ai nazionalisti-islamisti di Hamas, politicamente ultrareazionari non meno della classe dirigente israeliana, come massimi esponenti della cosiddetta Resistenza palestinese. Né vale la tesi secondo cui i palestinesi sarebbero liberi di scegliere la leadership (e il campo imperialista) che più gli aggrada; questo è un ragionamento che può far presa su un pensiero subalterno al punto di vista grettamente nazionalista (e quindi borghese sul piano storico), non certo su un pensiero autenticamente critico-radicale che cerca di analizzare e agire (quando può e come può) avendo come fonte di ispirazione la lotta di emancipazione delle classi sfruttate e oppresse di tutto il mondo. Assimilare senz’altro il terreno della lotta nazionale a quello della lotta di classe ha sempre voluto di dire, nella storia del movimento operaio internazionale, privare il proletariato della sola vera arma che può usare contro le classi dominanti: l’autonomia di classe. Per chi sostiene le ragioni del regime misogino, antiproletario e sanguinario dell’Iran per non indebolire il “campo antimperialista” (sic!) è meglio stendere un pietosissimo velo.
Lungi dall’essere state sradicate, le cause che resero allora possibile lo sterminio, organizzato scientificamente e con teutonica serietà, di uomini e donne, di vecchi e bambini colpevoli solo di essere ebrei (nella fabbricazione di questa colpa storica la Chiesa ha avuto, com’è noto, un ruolo fondamentale) sono più vive che mai, e trovano espressione in moltissimi fenomeni sociali, e non solo nelle guerre che si combattono in ogni parte del mondo. La disumana dimensione del dominio sociale (si tratta della storia delle società divise in classi) che si sposa con la mostruosa potenza tecnoscientifica dei nostri tempi: è questo il presupposto di ogni possibile futura catastrofe sociale. Ma a ben vedere la catastrofe sociale è già in atto, in “pace” come in guerra, tutti i giorni. Si tratta della catastrofica condizione umana, velenoso terreno che fa germogliare e che nutre ogni genere di contraddizione, di sentimenti ostili all’umano e, appunto, di “apocalittiche” avventure.
È questa realtà che gli anticapitalisti si sforzano di portare alla coscienza soprattutto di chi porta acqua al mulino della conservazione sociale magari credendo di appoggiare la causa dei più deboli. Qui la buona fede è data per scontata. Si tratta piuttosto di dare alla sensibilità umana e alla memoria un orientamento radicalmente anticapitalista, e quindi autenticamente umano, perché «Essere radicale vuol dire cogliere le cose alla radice. Ma la radice, per l’uomo, è l’uomo stesso». L’uomo colto nella sua dimensione storica e sociale, beninteso.
LA DIALETTICA DELLO STERMINIO SECONDO HABERMAS
CONTRO L’ANTISEMITISMO DI OGGI
OGGI COME ALLORA. ADORNO E IL NUOVO RADICALISMO DI DESTRA
SUL CONCETTO DI ANTISIONISMO
QUELLA MARCIA IN PIÙ CHE IL MONDO GLI INVIDIA
Il giovane Marx e la questione ebraica.; Carlo Cattaneo e le interdizioni imposte agli ebrei; Lenin e la questione ebraica in Russia.
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