Riprendiamo da Counterpunch (Nella traduzione di: https://pungolorosso.com) la recensione di un libro di F. Jerome, ottimo conoscitore del pensiero scientifico e politico di Albert Einstein, che è stato pochi mesi fa riedito negli Stati Uniti da Baraka Books [Einstein on Israel and Zionism].
Non pretendiamo certo di ascrivere le posizioni di Einstein a quelle dell’internazionalismo rivoluzionario, ma cosa pensasse dei padri/padrini politici di Netanyahu e simili, e cosa dell’istituzione di uno stato ebraico in Palestina, è molto istruttivo. Smentisce categoricamente la pretesa di certi falsari di ascriverlo al “sionismo reale”, quello all’opera da un secolo in Palestina. (Red.)
Poche settimane prima della creazione dello Stato di Israele, Shepard Rifkin, direttore
esecutivo dello Stern Group, chiese che i rappresentanti del gruppo incontrassero Albert
Einstein negli Stati Uniti, “la più grande figura ebraica dell’epoca” secondo I.F. Stone. La
risposta di Einstein fu inequivocabile:
“Quando una vera e definitiva catastrofe dovesse abbattersi su di noi in Palestina, il
primo responsabile sarebbe l’inglese e il secondo responsabile sarebbero le organizzazioni
terroristiche create dai nostri stessi ranghi. Non sono disposto a incontrare nessuno
associato a questi individui corrotti e criminali.” [2]
Per comprendere la lungimiranza di Einstein, basta sostituire “gli inglesi” con “gli
americani” e “organizzazioni terroristiche” come il gruppo Stern e il gruppo Irgun con il
governo Netanyahu, erede politico dei leader di questi gruppi, Menachem Begin e
Yihtzak Shamir.
Einstein disse che la sua “vita era divisa tra equazioni e politica”. Eppure, tra i suoi
biografi (ce ne sono centinaia) e nei principali media, i suoi ampi scritti politici su
Israele e il sionismo sono stati, nella migliore delle ipotesi, nascosti sotto il tappeto,
nella peggiore, completamente distorti, facendo di Einstein un sostenitore dello Stato di Israele.
Questo fino a quanto il compianto Fred Jerome non li ha cercati, trovati, fatti tradurre,
per lo più dal tedesco, e pubblicati nel libro Einstein on Israel and Zionism.
Sfortunatamente, la prima edizione di questo libro, pubblicata da una casa editrice di
New York, ha avuto una tiratura molto limitata, non è mai stata promossa o trasformata
in un e-book, ed è andata esaurita in pochissimo tempo, avendo l’editore ceduto
alle forti pressioni dei sionisti. Ecco perché Baraka Books ha pubblicato una nuova
edizione con l’accordo di Jocelyn Jerome, la vedova dell’autore.
Fu nella Germania negli anni ’20, in un periodo di antisemitismo dilagante in cui la
teoria della relatività veniva attaccata come “scienza ebraica”, che Einstein fu attratto
dal movimento sionista. Solo nel 1914, quando arrivò in Germania, “scoprì per la prima
volta di essere ebreo”, una scoperta che attribuì più ai “gentili che agli ebrei”. Prima di
allora, si era visto come un membro della specie umana.
Si definiva un “sionista culturale”, ma già nel 1921 Kurt Blumenfeld, un attivista sionista
inviato a reclutare Einstein, mise in guardia Chaim Weizmann, il futuro presidente di
Israele, riguardo al grande scienziato:
«Einstein, come sapete, non è un sionista, e vi chiedo di non cercare di farlo diventare
sionista o di cercare di associarlo alla nostra organizzazione… Einstein, che propende
per il socialismo, si sente molto coinvolto nella causa del lavoro ebraico e dei lavoratori
ebrei… Ho sentito… che vi aspettate che Einstein tenga discorsi. Per favore, siate molto
attenti a questo. Einstein… dice spesso, per ingenuità, cose che a noi non sono
gradite».
A parte la presunta “ingenuità” di Einstein, Blumenfeld non avrebbe potuto esprimerlo
meglio. Fino alla sua morte nel 1955, Einstein sarebbe stato un ostacolo costante al
progetto sionista di colonizzazione della Palestina e alla creazione dello Stato di Israele.
Ecco alcuni esempi delle posizioni da lui assunte.
I suoi scambi con Chaim Weizmann, il futuro presidente di Israele, illustrano quanto
Einstein fosse importante per i sionisti, ma soprattutto quanto le sue opinioni differissero
dalle loro. In una lettera a Weizmann del 25 novembre 1929, scrisse:
«Se non siamo in grado di trovare una via di onesta cooperazione e di patti onesti con
gli arabi, non abbiamo imparato nulla nei nostri duemila anni di sofferenza e meritiamo il
destino che ci toccherà».
L’idea del “destino che ci toccherà” ricorre spesso. Nel 1929, sembra che avesse già
previsto che lo Stato di Israele, che i sionisti sognavano di creare senza “onesta
cooperazione e onesti patti” con i loro vicini palestinesi, sarebbe diventato quello che è
oggi, cioè il luogo più pericoloso al mondo dove vivere per gli ebrei.
Poche settimane dopo, il 14 dicembre 1929, scrisse a Selig Brodetsky dell’Organizzazione
sionista di Londra: “Sono felice di non avere potere. Se la cocciutaggine nazionale si
dimostrerà abbastanza forte, allora ci faremo saltare il cervello come meritiamo”.
Inoltre, Leon Simon, uno dei suoi primi traduttori, scrisse: “Nel nazionalismo del professor Einstein non c’è spazio per alcun tipo di aggressività o sciovinismo. Per lui il dominio degli ebrei sugli arabi di Palestina, o il perpetuarsi di uno stato di ostilità reciproca tra i due popoli, significherebbe il fallimento del sionismo”.
A differenza della grande maggioranza dei sionisti, il sostegno di Einstein a una possibile
“patria ebraica” – non uno Stato – non si limitava alla Palestina. Non c’era nulla di religioso nel suo approccio. Alcuni sionisti sostenevano la creazione di una patria ebraica in Cina, Perù o Birobidjan nell’Unione Sovietica, ma sempre in pieno accordo con le autorità statali e le popolazioni. Einstein sostenne questi passi. Ad esempio, sulla patria ebraica in Birobidjan nell’Unione Sovietica dopo la Seconda guerra mondiale scrisse:
«Non dobbiamo dimenticare che in quegli anni di atroce persecuzione del popolo ebraico,
la Russia sovietica è stata l’unica grande nazione che ha salvato centinaia di migliaia di
vite ebraiche. L’iniziativa di sistemare 30.000 orfani di guerra ebrei nel Birobidjan e di
assicurare loro in questo modo un futuro soddisfacente e felice, è una nuova prova
dell’atteggiamento umano della Russia nei confronti del nostro popolo ebraico. Aiutando
questa causa contribuiremo in modo molto efficace alla salvezza dei resti dell’ebraismo
europeo». [In questo caso il giudizio di Einstein è piuttosto superficiale – n.n.]
Negli anni cruciali tra la fine della guerra e la sua morte nel 1955, Einstein si espresse
apertamente sul progetto dello Stato ebraico. Invitato a testimoniare davanti alla
Commissione d’inchiesta anglo-americana sulla Palestina a Washington, nel gennaio del
1946, Einstein rispose in modo inequivocabile quando gli fu chiesto del possibile Stato di
Israele rispetto a una patria culturale: «Non sono mai stato a favore di uno Stato».
Nel marzo del 1947, I.Z. David, membro del gruppo terroristico Irgun guidato da
Menachem Begin, gli inviò un questionario al quale rispose in modo netto e chiaro:
Domanda: Qual è la sua opinione sulla creazione di una libera
Palestina nazionale ebraica?
Einstein: Casa nazionale ebraica? Sì. Palestina nazionale ebraica? No. Sono
favorevole a una Palestina libera e binazionale in un secondo momento, previo accordo
con gli arabi.
Domanda: Opinione sulla spartizione della Palestina e sulle proposte di Chaim Weizmann
in merito?
Einstein: Sono contrario alla spartizione.
Sulla questione dell’imperialismo britannico e americano, Einstein non ebbe illusioni circa il passaggio di mano dall’uno all’altro:
“Mi sembra che i nostri cari americani stiano impostando la loro politica estera sul
modello dei tedeschi, dal momento che sembrano aver ereditato la supponenza e
l’arroganza di questi ultimi.
Si rifiutano di imparare gli uni dagli altri; e imparano poco anche dalla loro stessa dura
esperienza. Ciò che è stato inculcato nelle teste fin dalla prima giovinezza si radica più
saldamente dell’esperienza e del ragionamento. Gli inglesi ne sono un altro buon
esempio. I loro metodi antiquati di oppressione delle masse ricorrendo a elementi indigeni
senza scrupoli della classe economica superiore costeranno loro presto l’intero impero, ma
non sono in grado di cambiare i loro metodi; non importa se si tratta dei Tories o dei
socialisti. Con i tedeschi è stato esattamente lo stesso. Sarebbe tutto bello e positivo,
se non fosse che è così triste per gli elementi migliori e per gli oppressi…” (Lettera a
Hans Mühsam)
Per quanto riguarda gli antesignani politici dell’attuale governo Netanyahu, Einstein si
scagliò contro di loro e contro i loro partiti politici, in particolare sul New York Times.
Quando Menachem Begin venne a New York alla fine del 1948, Einstein, Hannah Arendt
e altre personalità ebraiche negli Stati Uniti pubblicarono una lettera in cui denunciavano
la sua visita e l’organizzazione da lui guidata, definendola “un partito politico molto vicino
per organizzazione, metodi, filosofia politica e appello sociale ai partiti nazisti e fascisti”.
Un esempio da essi citato era il massacro di 240 uomini, donne e bambini nel villaggio
palestinese di Deir Yassin.
Einstein ribadirà questa accusa fino alla sua morte, avvenuta nel 1955: “Queste persone
sono naziste nei loro pensieri e nelle loro azioni”. Chiunque lo dica oggi nei media
tradizionali viene immediatamente etichettato come antisemita e bandito dagli stessi media.
È risaputo che quando Chaim Weizmann morì nel 1952, il Primo Ministro di Israele offrì
la presidenza di Israele ad Albert Einstein. Meno nota, invece, è la ragione che Einstein
addusse per questo rifiuto: “Avrei dovuto dire al popolo israeliano cose che non
avrebbero voluto sentire”. Ancora meno nota è la dichiarazione di Ben Gurion: “Ditemi
cosa fare se dice di sì! Ho dovuto offrirgli il posto perché era impossibile non farlo, ma
se accetta siamo nei guai”.
Centinaia, se non migliaia, di persone vengono accusate di antisemitismo o licenziate dal
loro lavoro perché osano criticare lo Stato di Israele, definirlo uno Stato di apartheid e
denunciare il genocidio dei palestinesi. Stiano tranquilli: sono in buona compagnia, perché
se Einstein fosse vivo oggi, sarebbe in prima linea a manifestare con loro.
Note
[1] Robin Philpot è l’editore di Baraka Books
[2] Tutte le citazioni sono tratte da Fred Jerome, Einstein on Israel and Zionism, nuova edizione
arricchita.
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