Sarajevo è città paradossale, come i sogni, gli spaesamenti, gli incubi, come gli smarrimenti. È Liguria e Beirut, Tirolo e casbah, Hanoi e basket room, sanatorio e minareto, fuga e filo spinato. Potrebbe essere dimora di geni mutilati dalla vita o di squinternati presi per mano dal vento giusto e condotti in salvo. La vita è una tregua di dimenticanza, sussurrata in una lingua sconosciuta ma dolcissima, tagliente come un vetro rotto e scivolata tra le fenditure del pavimento stradale di rioni ubriachi tra silenzio e notti inutili. Il Muezzin chiama più volte, come fosse un latrato lugubre e carico di disgrazie incipienti e l’ombra della musica si allontana furtiva, scacciata da desideri proibiti e assetati di birra. Le risate risuonano come beffe sui ricordi e ingiurie sulle offese senza sutura, mentre il fiume scorre, scorre ancora pur avendo visto e sentito tutto, scorre sfiorando le luci e le voci per tuffarsi nel freddo, finalmente oscuro. Le piazze assolate sanno di scena onirica, ambientata nell’oblio e abitata da comparse sopravvissute ai nuovi equilibri. È scena fissa, ma impossibile da replicare, che offre perfino tavolini accoglienti per osservare una pace che solo da poco comincia a perdere la sua carica di stupore. Più che al sicuro, ogni movimento, ogni gesto sembra assicurato, quasi volasse da un trapezio all’altro su una rete spessa, dolce e inflessibile. Resta il pericolo, ma è attutito da una sorta di compromesso che nasconde i coltelli rendendo commestibile l’odio, fruibile in ogni bar, in ogni spaccio di cibo, presso tutti i tabaccai e gli spacciatori di taroccherie.
Sarajevo è universo rimpicciolito e imprigionato, una complicatissimo veliero di legno e tela, di remi e cannoni, intrappolato in una bottiglia dal collo strettissimo. Un diaframma in olografia che separa una mitraglietta da un abbraccio, una prospettiva etica ed etnica che si trasmuta in musica balcanica. Quella in cui l’armonia nasce per caso e nuota nel caos. Le finestre di questa città sono sguardi bucati, segnali di rifugio oscuro o forse sono fori provocati da un tempo che passa mitragliando ancora. Sono assenze, colpi di tamburo in levare, ritmi di passaggi in fuga, luoghi che sembrano inaccessibili, ma che una volta hanno ospitato perfino sorrisi, forse perfino coccole. Sono squarci in cui si infila ogni materiale umano, infetto e pericoloso. A Sarajevo scopri che la pace e la guerra sono la stessa cosa, che le ragioni per baciarsi e uccidersi sono le medesime e che la Miljacka scorre in ogni caso e senza mutare ritmo.
I torti e le ragioni sono abiti quotidiani, vesti stropicciate, indumenti da lavoro, si incrociano tra di loro senza fretta, senza passione, forse senza nemmeno timore. A volte, credo possano perfino abitare assieme, dietro qualcuno di quelle finestre, di quei buchi rettangolari che, sulle facciate dei palazzi che corrono al contrario nel vetro dei finestrini, hanno ancora la forma spalancata del terrore stupito. Le regioni e i torti sono fili intrecciati di un nodo del cuore. Inestricabile, inesplicabile.
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