di Fabrizio Burattini

La prima cosa da notare è che la vittoria di Donald Trump e del suo partito è indiscutibile, tanto che, smentendo le previsioni che facevano pensare a conteggi e riconteggi, a contenziosi più o meno fondati, la vittoria è stata universalmente riconosciuta già nella notte tra martedì e mercoledì, e, pur evidenziando un paese largamente diviso, dai numeri risulta schiacciante, con il candidato repubblicano che ha raccolto 72.641.564 voti, cosa che rappresenta il 50.9%, cioè la maggioranza assoluta degli elettori americani che si sono espressi, contro i 67.957.895 voti (47.6%) di Kamala Harris. E questa patente vittoria si è anche riflessa nella distribuzione dei 538 “grandi elettori”, 295 dei quali sono andati a Trump, dunque ampiamente al di sopra della maggioranza di 270 richiesta) e solo 226 a Kamala Harris (i restanti 17 sono ancora da definire ma evidentemente non cambieranno il risultato finale).

La vittoria della destra repubblicana risulta, dopo la pubblicazione dei risultati, particolarmente solida istituzionalmente, dato che Trump godrà della maggioranza sia al Senato, dove avrà l’appoggio di 52 senatori (+3 rispetto alle precedenti elezioni) sui 100 che lo compongono, sia, con tutta certezza (anche se al momento in cui scriviamo questi risultati sono ancora provvisori), alla Camera dei rappresentanti, dove i repubblicani hanno conquistato un seggio in più, rafforzando la maggioranza che già precedentemente avevano.

A dare ancor più solidità alla vittoria “trumpiana” c’è la distribuzione dei governatori dei 50 stati che compongono l’Unione, 27 dei quali saranno repubblicani, contro i 23 dei democratici.

La sconfitta di Kamala Harris e dei Democratici

Il successo di Trump, lo diciamo subito, a  nostro parere, costituisce una nuova e ancor più importante sconfitta per la classe lavoratrice e per la democrazia. L’abbiamo detto a più riprese, Kamala Harris, esponente di punta dell’altro partito padronale e capitalista che domina la politica statunitense, non meritava alcun sostegno da parte di chiunque fosse minimamente ispirato da criteri di sinistra. Ma occorreva impedire che il potere nel paese più armato più potente del mondo andasse alla cricca ultrareazionaria e tendenzialmente fascista di Trump e dei suoi. E l’unico modo che era disponibile era sostenere l’elezione della sua antagonista. Lo ha detto ad esempio anche Angela Davis: “Lo dico con molta esitazione, ma penso che a questo punto dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per evitare l’elezione di Donald Trump e per prevenire l’ascesa del fascismo negli Stati Uniti”.

L’ampio discredito di Kamala Harris (e dietro di lei di Joe Biden, il presidente uscente) si basa sul fallimentare bilancio che americane e americani, anche e soprattutto quelli dei ceti popolari, hanno potuto fare della situazione economica, con il declino del livello reale di esistenza e del potere d’acquisto. Quel bilancio, unito all’allarme per il sempre maggiore coinvolgimento americano nel genocidio sionista in atto in Palestina, ha messo in secondo piano la stessa battaglia per la difesa della democrazia e dei diritti civili.

Peraltro, soggiogati dalla preoccupazione di una “pacificazione nazionale” (mentre Trump snocciolava con impudente sincerità i suoi propositi razzisti, sessisti, omofobi, antidemocratici) e dalla ricerca del sostegno di tutta la classe dominante (compresi i suoi settori più chiaramente reazionari), Biden e i suoi non sono mai voluti andare a fondo nella repressione dei responsabili di quell’assalto a Capitol Hill di 4 anni fa che ha mostrato a tutti la crisi della “democrazia” americana.

Pur nel contesto della vicenda ucraina, si è persino messa la sordina sulla persistente amicizia, ammirazione e connivenza di Trump verso Vladimir Putin, l’autocrate russo.

Le scelte della classe dominante

Del resto, sia per intima convinzione (Elon Musk), sia per la scelta semiautomatica di “salire sul carro del vincitore” (soprattutto quando come in questo caso ha vinto in maniera indiscutibile), la classe dominante americana sembra non avere esitazioni nel cantare vittoria dopo la proclamazione dei risultati elettorali, con la crescita del valore del dollaro e l’esultanza della borsa di Wall Street (Dow Jones +3,6%, Nasdaq +2,9%, Bitcoin record a 76.480 dollari).

Peraltro, forse perché si sapeva che la rimonta di Kamala Harris era tutt’altro che risolutiva, ma più probabilmente per un più profondo ripensamento da parte di una classe dominante americana che negli ultimi decenni era stata più favorevole ai Democratici, Elon Musk non costituiva un’eccezione. Molti altri esponenti del capitalismo statunitense, compresi quelli più legati all’innovazione tecnologica, tradizionalmente ciarlieri e molto sinceri sulle loro preferenze politiche, stavolta si sono rifugiati in un silenzio del tutto eloquente, che voleva dire prendere le distanze da Kamala Harris e, dunque, avvicinarsi a Donald Trump, non più considerato “un pericolo per la democrazia”.

Alcuni tra i massimi esponenti delle imprese della “new economy” avevano scelto una ostentata “neutralità” (Mark Zuckerberg di Facebook, Meta e Whatsapp, Jeff Bezos di Amazon, Sundar Pichai di Google, Satya Nadella di Microsoft, Sam Altman di Open AI e Jensen Huang di Nvidia). 

Queste scelte sono alla base della scelta più o meno piena dei massimi esponenti del capitalismo americano di seguire l’esempio dei loro compari di numerosi altri paesi del mondo, cioè di appoggiare o almeno non ostacolare la crescita dell’estrema destra, come strumento di controllo dell’opinione pubblica e di gestione della politica.

Non è di per sé la fine definitiva della globalizzazione economica. E’ certo però che, in un contesto di diffusione delle crisi geopolitiche e militari, di virulenta concorrenza in un commercio mondiale sempre più minacciato, del moltiplicarsi di politiche protezionistiche, di crescita del confronto con le minacciose mega-aziende cinesi della new economy in salsa pechinese, la possibilità di avere a disposizione uno stato nazionale e il suo appoggio costituisce un forte elemento di rassicurazione per la classe dominante americana e per i suoi affari.

Paradossalmente, sulla vittoria di Trump ha pesato anche la minaccia “golpista” che era rappresentata dagli annunci di una replica di quanto accaduto a Washington il 6 gennaio 2021, dalla crescente diffusione in giro per gli States di episodi di intolleranza suprematista, di machismo e di omofobia, di azioni sempre più apertamente fasciste da parte di squadracce dei gruppuscoli filotrumpiani dei Proud Boys, degli Oath Keepers o di altre formazioni analoghe, che in alcuni casi prefigurano atti di vero e proprio “terrorismo interno” come nel caso dell’auto scagliata nello scorso agosto da manifestanti razzisti contro i manifestanti antirazzisti nella cittadina universitaria di Charlottesville, che ha ucciso la giovane Heather Heyer e causato il ferimento di una dozzina di altri manifestanti di sinistra.

Il “pacifismo” di Trump

In Italia, nei social della “bolla della sinistra” si coglie un senso di sconcerto ma anche una qualche soddisfazione. Ha perso Kamala Harris, ex braccio destro del guerrafondaio Joe Biden, anzi di “Genocide Biden”, il nomignolo che il presidente uscente si è meritato per il suo indefesso sostegno alla guerra di Netanyahu.

Ma Netanyahu è più lucido è si è espresso così, assieme alla moglie, con un messaggio per niente istituzionale, segnato da un sincero entusiasmo, su X (ex Twitter):

“Cari Donald e Melania Trump, congratulazioni per il più grande ritorno della storia! Il vostro storico ritorno alla Casa Bianca offre un nuovo inizio per l’America e una potente riaffermazione della grande alleanza tra Israele e l’America. Questa è una grande vittoria! In vera amicizia, vostri Benjamin e Sara Netanyahu”.

Il sostegno di Biden a Israele è stato indefettibile, ma inquinato da quella costante preoccupazione dei democratici di “mettere insieme il diavolo e l’acqua santa”, per non dispiacere alla lobby sionista americana e nello stesso tempo cercare di perdere il minimo possibile tra l’elettorato filopalestinese. Il connubio di interessi e di propensioni tra l’estrema destra israeliana e i loro omologhi repubblicani americani è solidissimo.

Trump durante la sua campagna ha ripetutamente affermato “Se non vinco, penso che Israele sarà sradicato”, ha sollecitato l’amico israeliano a “finire il lavoro”, a portare avanti il genocidio, perché Gaza è “infestata dal terrorismo”. E più in generale sul Medioriente, ha aggiunto: “se Harris sarà eletta, l’Iran otterrà rapidamente armi nucleari in grado di uccidere molte persone… Con me respingeremo l’antisemitismo che dilaga”.

Dunque, interpretare il presunto “isolazionismo” di Trump come un fattore che agevolerebbe l’agognato “mondo multipolare” che buona parte della sinistra sogna è un ulteriore vagheggiamento. Quel che si può immaginare è, al contrario, la fine del doppiopesismo americano che si presentava come difensore dell’autodeterminazione dei popoli in Ucraina mentre collaborava attivamente a distruggere ogni possibilità di affermazione dei diritti dei palestinesi.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, prendendo atto dei fatti, con il necessario realismo, si è congratulato con Trump, apprezzandone “l’impegno per l’approccio ‘pace attraverso la forza’ negli affari globali, cosa che può nei fatti avvicinare la pace giusta in Ucraina”.

Ma è molto chiaro che per Trump la “pace in Ucraina” può essere raggiunta solo legittimando la conquista da parte della Russia della Crimea, del Donbass e degli altri territori finora occupati dalle truppe di Mosca.

Mentre rischia di perpetuarsi il doppiopesismo speculare di una sinistra antiucraina e filopalestinese.

Peraltro questo doppiopesismo di “sinistra” è e continua ad essere un drammatico indebolimento della credibilità di quella sinistra e, di conseguenza, di tutta la sinistra.

Le conseguenze di un’elezione non come le altre

Non c’è né può esserci dunque nulla di positivo nella vittoria di Trump. La politica italiana sembra soprattutto spaventata dal rilancio di una politica trumpiana “autarchica” e dalla possibile reintroduzione di dazi che minaccerebbero le esportazioni “made in Italy”. Noi, soprattutto temiamo fondatamente – ahimé possiamo dire ne siamo certi – che della vittoria reazionaria ne faranno le spese i milioni di immigrati più o meno “irregolari” che il prossimo presidente vuole deportare fuori del paese, le donne americane, sempre più oppresse da un patriarcalismo insediato alla Casa Bianca, le rinate lotte sindacali americane, minacciate dagli espliciti propositi repressivi della prossima amministrazione, il pur tiepido e imbelle green deal e soprattutto l’ambiente americano e mondiale, con un paese in mano a spudorati negazionisti climatici. 

Seppure con dinamiche diverse, ma con risultati preoccupantemente convergenti, gli Stati Uniti, dopo il Brasile di Bolsonaro, l’Italia di Giorgia Meloni, l’Argentina di Javier Milei, l’India di Narendra Modi, sono l’ennesimo paese che l’irrazionale scelta delle elettrici e degli elettori consegna in mano a leader reazionari, spesso invasati da una cultura  fondamentalista, “laica” o religiosa poco importa, a volte persino psicopatici.

Sappiamo bene quali siano le responsabilità a monte di questa inquietante dinamica planetaria. C’è il rovinoso fallimento del modello “socialista” nell’Est d’Europa, che ha distrutto in miliardi di persone l’idea di una possibile utopia democratica e egualitaria. Ci sono le disastrose ricette neoliberali adottate dai governi del Partido dos Trabalhadores brasiliano e del Partito democratico italiano o dei governi peronisti argentini. Resta che quel che è accaduto in quei paesi e rischia di accadere prossimamente in altri è l’ennesima riprova della crisi di una democrazia che va colta in tutta la sua profondità.

Ma è anche la cruda testimonianza di una sinistra che non riesce più a essere in sintonia con le più ampie preoccupazioni popolari. C’è chi a sinistra pensa di riconquistare quella sintonia inseguendo le pulsioni e le paure fomentate dai reazionari, come la tedesca Sahra Wagenknecht. E quanto alla “sinistra di sinistra”, quella che ha festeggiato per l’adesione degli europarlamentari del Movimento 5 Stelle al gruppo della “Sinistra europea”, vale la pena ricordare che il movimento di Giuseppe Conte si è “congratulato” con Donald Trump la sua elezione “che deve aprire una riflessione nelle forze politiche europee … per tutelare gli interessi comuni … tra i quali la cessazione delle ostilità in Ucraina e in Medio Oriente … e l’elaborazione di una piattaforma in difesa dei ceti popolari, dei più poveri, delle masse dei lavoratori che non arrivano alla fine del mese”. Non abbiamo bisogno di una sinistra che esulti insieme alla destra e che ne insegua le pulsioni demagogiche.

Noi pensiamo che si debba andare in direzione esattamente contraria, ricostruendo quell’utopia che ha mosso milioni di persone nel secolo scorso.


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