di Mario Gangarossa

Che Israele avrebbe approfittato della contingenza storica che stiamo attraversando era chiaro fin dal giorno in cui una banda di provocatori diretti da un albergo di Doha, protettorato degli Stati Uniti, gli ha dato l’alibi e la scusa per scatenare la sua guerra per “l’autodeterminazione nazionale”.

Invece di consultare vecchi libri, scritti in un’epoca passata, epoca di “passaggio” verso la fase matura del capitalismo, e utilizzarli a mo’ di oracoli, sarebbe stato più sensato comprendere la natura delle forze in campo, i rapporti di forza, il quadro generale dei rapporti fra gli Stati, gli interessi e la forza relativa degli imperialismi coinvolti.

E soprattutto comprendere il livello di coscienza e la capacità di mobilitazione autonoma delle masse di proletari coinvolti, la loro storia “politica” passata e recente.

Le loro esperienze rivoluzionarie che pur ci sono state, anche quelle catalogate come “rivoluzioni arancione” o quelle considerate frutto delle influenze del “grande Satana” a vantaggio dell’unico imperialismo scolasticamente riconosciuto.

In realtà non è la Caporetto dell’internazionalismo comunista quella a cui stiamo assistendo.

Quella c’è stata negli “anni della pace”.

Negli anni del nazional-comunismo. Della dittatura della borghesia “comunista”, che ha stroncato sul nascere la rivoluzione proletaria e gravemente compromesso la credibilità dei comunisti.

E semmai la guerra può rappresentare un loro ritorno sulla scena politica.

Il ritorno degli unici capaci di prospettare una soluzione “progressista” della crisi generale del capitale che ha bisogno della guerra per sopravvivere a se stesso.

È la Caporetto del nazionalismo che, nel momento in cui trionfa, si scopre impotente a risolvere le contraddizioni, ormai diventate antagoniste, fra popoli e nazioni.

Impotente a raggiungere un risultato che non sia il circolo vizioso di vittore e sconfitte. Fino all’esaurimento delle forze in campo.

Un susseguirsi di distruzioni insensate e di inutili carneficine contro le quali l’unica Resistenza che i proletari, vittime designate di “amici” e “nemici”, possono opporre, è la diserzione. La fuga.

Nelle sue componenti più avanzate il sabotaggio.

Israele sta vincendo la sua guerra regionale

In guerra non conta il diritto e la ragione, e l’Onu conta meno di un missile teleguidato capace di raggiungere l’obiettivo.

In guerra contano la capacità militari, la forza economica e la coesione del fronte interno. La motivazione del proprio esercito. Le alleanze.

L’Iran non è in grado di sostenere uno scontro diretto. Al momento ha impegnata la sua produzione bellica a sostegno dell’alleato russo. Negli accordi di reciproca assistenza oggi i suoi droni servono a Mosca per lanciarli su Kiev.

Non possono essere distratti per lanciarli su Tel Aviv.

Il suo fronte interno è a pezzi, una guerra esterna porterebbe a una guerra civile.

Il suoi appelli ai governi musulmani sono destinati a cadere nel vuoto.

Molti di quei governi considerano Israele meno pericoloso del regime degli ayatollah.

E in fondo sperano che Netanyahu faccia il “lavoro sporco” che loro non riescono a fare.

Egitto e Arabia Saudita, i due paesi che potrebbero impensierire Israele, da tempo mantengono buoni rapporti e fanno buoni affari con “l’entità sionista”.

I festeggiamenti nei villaggi sunniti della Siria per la morte di Nasrallah, alleato del macellaio Assad che ha stroncato nel sangue la rivolta popolare (assieme agli amici russi) dovrebbe fare riflettere chi parla di resistenza popolare contro l’imperialismo. E definisce hezbollah una forza “progressista”.

E la situazione in Iran è tale che, se un missile israeliano colpisse la ‘guida suprema’, sarebbero molti di più coloro che festeggerebbero che quelli che sfilerebbero ai suoi funerali.

È UNO SCONTRO TRA MACELLAI.

Schierarsi dall’una o dall’altra parte significa condannarsi al ruolo di ascari.

Farlo in nome degli interessi del proletariato e del socialismo o di presunte teorie rivoluzionarie è da giullari.

Farlo in nome dei comunisti del passato che la guerra l’hanno trasformata in rivoluzione è una infamia.

La guerra è una cosa troppo seria per continuare a dare credibilità, e continuare a polemizzare, con questi saltimbanchi che giocano a Risiko con la pelle dei proletari.

La guerra è la barbarie che confonde le coscienze e abbrutisce gli esseri umani.

Noi non siamo “né coll’uno né con l’altro”.

Siamo contro gli uni e contro gli altri.

Contro chi “aggredisce” e contro chi si “difende”.

La classe operaia, un tempo arroccata nelle cittadelle dell’Occidente, oggi ha “conquistato” l’intero pianeta.

Gli opportunisti e i giullari di corte vedono la borghesia espandersi, nuovi imperialismi emergere all’orizzonte.

Non si accorgono che dietro ogni borghesia nazionale, dietro ogni imperialismo ci stanno milioni di operai con tutta la loro forza materiale e tutte le loro potenzialità rivoluzionarie.

L’epoca dei popoli e delle nazioni muore nella guerra “fratricida” fra i briganti sopravvissuti alle guerre passate.

L’epoca che si apre è quella dello scontro definitivo fra il capitale e il lavoro. Fra le borghesie divise che si cannibalizzano a vicenda e il proletariato unito che lotta per la sua sopravvivenza.

Il cammino è lungo ma non è affatto tortuoso.

È semplice e lineare se si mantiene diritta la rotta e fermo il timone.

Riscriviamo sulle nostre bandiere “pace e pane”. La borghesia non può darceli.

E su questo ricostruiamo la nostra identità.

Mario Gangarossa


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