[continuazione dell’articolo del 12 settembre]
L’America è indubbiamente un continente dove le lotte per la cosiddetta “liberazione nazionale” si sono incrociate più facilmente con il pensiero e la pratica del movimento operaio e socialista. Un continente in cui gli aspetti pre-capitalistici pesavano molto meno che in Africa, nel Medio Oriente, in Asia, già agli inizi del XX secolo. E non parlo tanto dei paesi a capitalismo “avanzato” (come gli USA o il Canada, che conoscono pure loro dinamiche riconducibili a queste lotte – dai nativi agli afro-americani o al Quebec), quanto dell’America Latina, formalmente in gran parte “indipendente” fin dal secondo decennio del XIX secolo e già parte integrante del sistema capitalistico, con un proletariato sufficientemente numeroso da poter influenzare la vita politica del continente, per lo meno in alcuni paesi-chiave come Argentina, Brasile o Messico. Inoltre, grazie alla massiccia immigrazione europea (largamente maggioritaria nel Cono Sud), un continente esposto precocemente alle influenze del pensiero socialista (anarchico o marxista). Il che lo candidava, in un certo senso, a laboratorio ideale per verificare nella pratica e nella teoria l’intreccio tra “liberazione nazionale” e “rivoluzione sociale”, con minor rischi di slittamento del “movimento di liberazione nazionale” verso un nazionalismo regressivo, autoritario e, in fin dei conti, reazionario (com’è avvenuto in buona misura nel resto del mondo, salvo eccezioni). Dal Messico all’Argentina, da Cuba al Brasile, dal Nicaragua alla Bolivia, dal Perù al Venezuela, dal Chiapas alla Colombia, gli “esperimenti” si sono moltiplicati, fin dalle guerre “di liberazione” condotte dai “libertadores” nel XIX secolo, e continuano ovviamente ancor oggi, a due secoli di distanza.
Il Messico, con la sua rivoluzione di oltre un secolo fa, è stato una fonte di ispirazione per molti, non solo in Latinoamerica. Già nel XIX secolo si era scontrato militarmente con gli imperialisti nordamericani e francesi, perdendo quasi la metà del suo territorio precedente. Anche da qui nacque un profondo sentimento “anti-gringo”. Ma la rivoluzione, scoppiata nel 1910 per opporsi alla dittatura di Porfirio Diaz, ebbe fin da subito caratteristiche di rivoluzione “sociale” e politica, con scarsi agganci alle problematiche legate all’autodeterminazione nazionale*, sia di tipo internazionale che interno (per esempio delle minoranze indigene): una rivoluzione soprattutto contadina, contro le classi dominanti “autoctone”, inficiata da un “caudillismo” con caratteristiche più personalistiche che politiche. Il movimento socialista messicano, soprattutto di matrice anarchica, esisteva già da alcuni anni prima dello scoppio della rivoluzione. Nel 1906 i fratelli Magòn fondarono il Partito Liberale Messicano (che, nonostante il nome, era sostanzialmente anarco-comunista) un partito le cui idee influenzarono alcuni dei rivoluzionari messicani più famosi, in particolare Emiliano Zapata, e diedero vita a tentativi insurrezionali già nel 1906 e nel 1907. Anche durante la rivoluzione gli anarco-sindacalisti messicani organizzarono sindacati (come la Casa del Obrero Mundial, CAM, nel 1912) e parteciparono anche alla lotta armata, pagando spesso con la vita le illusioni riposte in personaggi come Madero (vedi l’insurrezione in Bassa California nel 1911). Questa mancanza di chiarezza politica nelle file anarco-sindacaliste fu all’origine anche del tragico errore dei “Battaglioni Rossi”, organizzati dalla CAM nel 1915 per appoggiare i “costituzionalisti” di Carranza contro Villa e Zapata. Nonostante la relativamente scarsa attenzione della rivoluzione messicana al pericoloso vicino del Nord**, gli imperialisti USA non si limitarono a guardare con preoccupazione ciò che avveniva al loro confine meridionale, direttamente (come con lo sbarco a Veracruz nel 1914) o indirettamente (tramite i potenti condizionamenti di questo o quel politico sedicente “rivoluzionario”). Senza entrare nei dettagli di una ricostruzione storica delle complicate e convulse vicende della rivoluzione messicana, si può schematicamente dire che, nonostante i proclami (più o meno sinceri) di quasi tutte le fazioni a favore dei contadini poveri, contro il latifondismo, ecc., le correnti più a sinistra, seppur non apertamente a favore del socialismo (come quella di Zapata o di Villa) furono alla fine sconfitte (e i loro leader assassinati) tra il 1919 e il 1923, dopo aver sostanzialmente funzionato come portatori d’acqua per i settori moderati, che, come al solito, ripagarono il “debito” con la più brutale repressione. In questi anni nacquero vari partiti che si richiamavano più o meno apertamente al socialismo, tra i quali il Partito Operaio Socialista (1911), il Partito Socialista Messicano (1918), il Partito Laburista Messicano (socialdemocratico “sui generis”), di cui erano leader Obregón e Calles, e il Partito Comunista Messicano (1919). Una caratteristica particolare di questo periodo fu la relazione piuttosto ambigua con i vari leader “ufficiali” della rivoluzione messicana (per esempio con V. Carranza, Obregón, Calles, ecc.) che, pur essendo considerati “democratico borghesi”, non furono osteggiati dalle forze che si richiamavano al marxismo. Questa mancanza di “indipendenza di classe” (comune anche agli anarco-sindacalisti) fu, a mio avviso, la zavorra principale che impedì, tra l’altro, il collegamento tra le forze più radicali del movimento contadino (zapatisti, villisti) e il nascente movimento operaio socialista. Furono soprattutto le organizzazioni “socialiste” (a partire dal PLM, diretto tra gli altri da Obregón, un politico “costituzionalista” nemico di zapatisti e villisti, in tutta la sua carriera politica, fino alla presidenza della Repubblica) ad identificarsi col nuovo regime. Questi, che si consolidò in Messico negli anni Venti e Trenta, pur con aspetti progressisti sul piano culturale e politico (e in misura molto minore su quello sociale), fu comunque un regime borghese, che non tentò mai, neppure lontanamente, di mettere in discussione il capitalismo, ma che sottolineava il suo carattere “nazionalista”, anche in funzione anti-gringos. Ciò nonostante (e nonostante la persecuzione anticomunista di Obregón tra il 1921 e il 1923), il PCM (che era abbastanza influenzato dall’anarco-sindacalismo ed era astensionista in materia elettorale) decise nel 1924 di appoggiare Plutarco Elia Calles (legato a Obregón) alle elezioni, visto “i pericoli della destra”. Come ricompensa, Calles avviò, come il suo predecessore, una dura persecuzione anticomunista. Evidentemente non ammaestrati dall’esperienza, nel 1928 i comunisti decisero di appoggiare la rielezione di Obregón (sempre per scongiurare il rischio di una vittoria della destra reazionaria). Questo tipo di politica continuò anche negli anni successivi (escluso il breve intermezzo della svolta “terzoperiodista” decisa dal Cremlino nel 1939-41). La fusione dei vari gruppi nazionalisti “di sinistra” in un unico partito (il Partito Nazional Rivoluzionario) nel 1928, diventato nel 1938 Partito della Rivoluzione Messicana, e nel 1946 Partito Rivoluzionario Istituzionale, esemplifica bene l’istituzionalizzazione, la burocratizzazione e l’abbandono progressivo degli aspetti più progressisti della rivoluzione degli anni Dieci. Oggi il PRI, infatti, dopo aver governato in forma di regime semi-autoritario (ricordate il massacro di Tlatelolco nel 1968?) per decenni, è all’opposizione, con gli altri partiti di destra, del governo di MORENA (movimento peraltro nato, nel 2011, da una costola staccatasi dal PRI, il PRD di C. Cárdenas, anch’egli approdato al fronte delle destre). Una parabola, quella del “nazionalismo” messicano, presuntamente rivoluzionario e antimperialista (con momenti più radicali, come ai tempi di L. Càrdenas alla fine degli anni ’30, e altri – la maggioranza – molto più moderati e puramente di facciata) che ha caratterizzato tutto l’ultimo secolo e che non sembra ancora esaurita.
Cuba è probabilmente la realtà in cui il tentativo di coniugare “liberazione nazionale” e rivoluzione sociale ha avuto, secondo me, i risultati più incoraggianti (o comunque un po’ meno deludenti). Una delle poche colonie ancora presenti nell’area alla fine dell’Ottocento, inquieta e ribelle contro il colonialismo spagnolo, e in seguito contro il “neocolonialismo” di marca USA, quest’isola ebbe molto in comune, dal punto di vista politico, col vicino Messico. L’insofferenza di massa, che si riflettè in vari leader politici post-indipendenza, verso il prepotente “vicino del nord” (che mantenne un protettorato formale sull’isola tra il 1898 e il 1902, e di fatto fino al 1959, e che ancora oggi occupa illegalmente la baia di Guantanamo) è stata il fattore caratterizzante della vita politica dell’isola, da Josè Martì da Fidel Castro. Un nazionalismo prima anti spagnolo e poi anti yanqui, che per molti politici cubani (basti pensare al primo presidente cubano, Estrada Palma, che nel 1906 sollecitò lo sbarco di truppe USA!) fu un semplice artificio retorico del “caudillismo” conservatore, ma che si mantenne vivo a livello di massa fino alla rivoluzione castrista ed oltre. Le lotte e le rivolte contro la povertà, il razzismo, la corruzione, lo strapotere dei “tutori” yanquis sono una costante nella storia di Cuba “indipendente”, dalla rivolta degli afro-cubani del 1912, al grande sciopero generale del 1930 contro la dittatura di Machado, a quello del 1933 che porterà alla caduta e fuga del dittatore, ecc. Pochi anni prima era nata la Confederazione Nazionale Operaia (CNOC), e nello stesso anno, il 1925, il Partito Comunista Cubano, tra i cui fondatori figura il giovanissimo leader della Federazione Studentesca, Julio Antonio Mella (fatto assassinare nel 1929 dal dittatore Machado). Il PCC ebbe un ruolo importante nelle lotte degli anni Trenta, grazie al peso ottenuto nella CNOC, che portarono al ristabilimento della democrazia e al governo progressista (nazionalista) di Grau San Martín, caduto in seguito alle pressioni USA, appoggiate dall’esercito (il cui capo era Batista) nel 1934. La posizione del PCC negli anni ’30 (nonostante una discreta forza sindacale e politica) fu di appoggiarsi ora all’una ora all’altra delle formazioni politiche borghesi (liberali, nazionalisti, ecc.) in cambio, ovviamente, di misure più o meno progressiste e, soprattutto, dopo il 1935, di un impegno antifascista, il che portò i comunisti cubani ad appoggiare Fulgencio Batista e il suo governo nel 1941, quando Cuba dichiarò guerra agli stati dell’Asse. Nel 1944 tornarono al potere le forze nazionaliste “storiche”, che con la loro politica moderata e sempre più filo USA dopo il 1946 e di repressione del movimento operaio, furono oggetto di una scissione di sinistra, con la nascita nel 1947 del Partito del Popolo Cubano, a cui aderirà il giovane Fidel Castro. Nel 1952, di fronte alla possibilità di vittoria elettorale del PPC, l’ex presidente e sempre capo delle forze armate Batista fece un colpo di stato, dando vita a un regime dittatoriale con caratteristiche di iper-corruzione mafiosa, a cui si oppose sia la sinistra nazionalista che il Partito Socialista Popolare (nome del PCC dopo il ’44). Il 26 luglio 1953 un gruppo di nazionalisti guidati da Fidel Castro tentò un’insurrezione a Santiago de Cuba, ma vennero quasi tutti uccisi o catturati (tra questi ultimi Castro). Uscito di galera per un’amnistia nel ’55, si reca in Messico, dove organizza il “Movimento 26 luglio”, un gruppo di nazionalisti antimperialisti che si richiama all’eroe della rivoluzione anticoloniale del 1895, Josè Martí. L’anno dopo organizza una spedizione di un’ottantina di rivoluzionari (tra i quali un simpatizzante comunista argentino, Ernesto “Che” Guevara) che sbarcano a Cuba per dar vita ad un movimento insurrezionale contro la dittatura di Batista. Non è qui il caso di parlare delle varie fasi della guerriglia “castrista”: il movimento, comunque, dopo le enormi difficoltà iniziali, cresce e, collegandosi alle insurrezioni urbane, trionfa con la fuga di Batista e l’entrata dei “barbudos” all’Avana, il 1° gennaio 1959. Una delle peculiarità del movimento castrista, diversamente da quasi tutti i movimenti nazionalisti più o meno sedicenti antimperialisti, è stata la volontà di “andare fino in fondo” nello scontro con gli interessi dell’imperialismo (in questo caso USA). Il che, dopo qualche tentennamento iniziale, ha portato il Movimento 26 luglio ad evolvere verso sinistra (radicale riforma agraria, nazionalizzazioni, ecc.), fino alla “scelta socialista” del 1960-61. Una rivoluzione iniziata quindi sul terreno della “liberazione nazionale” che evolve in pochi anni in rivoluzione sociale, e che elimina sostanzialmente non solo il potere delle multinazionali, in particolare USA, sull’isola, ma pure quello della borghesia autoctona. Durante la prima metà degli anni Sessanta, nonostante il legame crescente con l’URSS (scelta in un certo senso obbligata visti i continui tentativi degli imperialisti nordamericani di organizzare invasioni e controrivoluzioni) e le influenze del modello burocratico stalinista (il PSP filo-sovietico, dopo la freddezza iniziale verso Castro, entra a pieno titolo nel nuovo regime, pur tra diffidenze reciproche), il governo castrista – e le organizzazioni che lo appoggiano (fusesi nelle ORI nel 1961 e nel Partito Unito della Rivoluzione Socialista nel 1962) – cerca pragmaticamente una soluzione che sottragga Cuba all’isolamento senza per questo subordinarsi al modello d’importazione post-stalinista. Però, dopo gli anni dei grandi dibattiti più o meno “aperti” (basti pensare al dibattito economico tra varie correnti del marxismo internazionale del 1963-64), il regime tende a consolidare una visione sempre più appiattita sul modello dell’URSS (soprattutto dopo la fondazione del nuovo PCC e la partenza di Guevara, nel 1965), anche se non mancano segnali di autonomia relativa in alcuni campi (soprattutto nella politica internazionale) persino negli anni Settanta ed Ottanta. L’implosione dell’URSS e del cosiddetto “campo socialista” tra l’89 e il ’91 riapre alcuni spunti di riflessione (lo stesso Fidel accenna ad alcune autocritiche), ma sostanzialmente sul “modello cubano” consolidatosi dagli anni Settanta in poi pesano gli stessi limiti ereditati dall’URSS (burocrazia privilegiata, scarso pluralismo politico, inefficienza economica sul medio-lungo periodo, ecc.) che la ripetizione, sempre più logora e rituale, degli slogan nazionalisti (tipo “Patria o muerte” o “Siempre es 26”) non riesce a nascondere. La scomparsa del “líder máximo” (già ritiratosi dalla direzione reale nel 2006) e l’opzione verso il modello “cinese” (capitalistico di fatto, al di là della verniciatura “socialista”) degli ultimi anni sembrano relegare sempre più gli anni “eroici” ,in cui sembrava riuscita la connessione tra liberazione nazionale e rivoluzione sociale, al di là degli slogan, nella soffitta della Cuba della Tricontinental, faro del cosiddetto “Terzo Mondo”.
Negli altri paesi latinoamericani i movimenti nazionalisti, accomunati da una più o meno accentuata ostilità agli imperialismi (prima britannico e poi statunitense), furono presenti (e lo sono tuttora) praticamente in tutti i paesi. Alcuni con caratteristiche progressiste radicali, come per esempio il sandinismo nel Nicaragua degli anni Trenta (ripreso con successo dal FSLN negli anni ’60, ’70 e ’80), altri, all’opposto, coniugando questo nazionalismo con caratteristiche autoritarie e anticomuniste (come il “varghismo” in Brasile, il peronismo in Argentina, ecc.), altri ancora oscillanti nel tempo tra questi due poli, a seconda del contesto locale ed internazionale, come l’Alleanza Popolare Rivoluzionaria Americana in Perù, che è forse quello la cui involuzione verso destra, dagli anni Trenta ad oggi, è stata impressionante, o il Movimento Nazionalista Rivoluzionario in Bolivia, ecc. Un capitolo a parte meriterebbero i movimenti rivoluzionari creati negli anni ’60 sull’onda della rivoluzione castrista, come il MLN-Tupamaros in Uruguay, il MIR in Cile, il PRT-ERP in Argentina, ecc. in cui l’origine marxista cerca la fusione con la tradizione antimperialista di taglio nazionalista. In un certo senso eredi di queste tradizioni sono alcuni partiti e movimenti di questi ultimi anni, come il MAS in Bolivia, il chavismo in Venezuela, ecc. Senza voler dare giudizi tranchant, sembra che tutte queste realtà “progressiste” (comprese quelle in cui l’aspetto nazionalista è meno presente, come nel PT brasiliano o nelle esperienze cilena di Boric e colombiana di Petro) siano nell’impasse, incapaci sia di rompere le catene economiche, politiche e culturali di subordinazione all’imperialismo USA (e in prospettiva agli imperialismi emergenti, come quello cinese o russo) sia di rovesciare gli assetti sociali interni. Una questione che rimane aperta, da almeno 150 anni, e che le variegate forze che si richiamano al socialismo (di matrice marxista o anarchica) non hanno certo risolto.
Flavio Guidi
*Significativo il fatto che molti dei leader “rivoluzionari” (a cominciare da Francisco Madero) scegliessero l’esilio negli USA, e dal territorio statunitense organizzassero le loro forze.
**Già Porfirio Diaz, non certo sospettabile di antimperialismo, pare avesse detto “Povero Messico, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti“. In generale, comunque, le misure “antimperialiste” dei vari governi “rivoluzionari” furono piuttosto moderate, se non puramente simboliche.
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