Pubblichiamo questo articolo di un compagno russo esiliato dal regime di Putin, che esprime una visione piuttosto peculiare dell’attuale momento storico.

Ilya Budraitskis, esponente di “Vpered” (“Avanti”), sezione russa della Quarta Internazionale, e del Movimento Socialista Russo (RSD), da europe-solidaire.org

Possiamo definire lo stato attuale del mondo come un “momento fascista”. Non si tratta solo della crescita dell’estrema destra in Europa e in America Latina,* dell’ascesa dell’autoritarismo cinese e delle azioni del regime di Putin che persegue la sua guerra criminale in Ucraina. La fascistizzazione, in quanto complessa combinazione di logiche degli apparati statali, dinamiche dei movimenti politici e psicologia popolare, rappresenta l’esplosione di una tendenza immanente alla società di mercato nel suo complesso.

Il fascismo non è riemerso nella veste storica che conosciamo dalla prima metà del XX secolo. Non è “rinato” perché è, per definizione, privo di continuità storica e non ha mai costituito un progetto ideologico coerente. Al contrario, il fascismo prospera estetizzando la storia, estraendo arbitrariamente narrazioni e immagini per soddisfare le esigenze dell’immaginario politico corrente. Lo storicismo, come idea che immagina il progresso del mondo verso un futuro migliore, gli è ancora più estraneo. Il fascismo non nasce da uno stato di cose obbligato o auspicabile, ma da uno stato di cose reale, che si replica costantemente perché la natura umana, radicata nella lotta spietata e nel desiderio di dominio, rimane immutata.

Come un secolo fa, il momento fascista di oggi totalizza queste massime di comportamento economico, estendendole alla politica, alla società e alle relazioni internazionali. Gli stati e le culture, come gli individui, sono immaginati come bloccati in un conflitto permanente che si riproduce perpetuamente nel tempo.

Secondo la narrazione ufficiale putiniana, la Russia si è confrontata per secoli con l’aggressivo Occidente e la “grande cultura russa” è stata una delle armi chiave di questa lotta. L’Ucraina, in questa concezione, non ha un’essenza indipendente; è un progetto artificiale, un’“anti-Russia” la cui unica ragion d’essere è quella di fungere da “ariete dell’Occidente” nel suo progetto di distruzione della Russia. Non c’è nulla di nuovo in questa storia, e ogni evento non fa altro che riproporre l’archetipo ormai obsoleto. Il tempo scorre in un “eterno ritorno”, in cui l’iniziativa individuale e collettiva è annullata, affermando così il potere assoluto del destino sugli esseri umani.

La Seconda guerra mondiale non c’è stata?

Questo regime temporale traccia la “scomparsa del senso della storia” nel “tardo capitalismo” postmoderno che Fredric Jameson ha descritto. Analizzando il funzionamento della cultura popolare, egli mostra che il suo consumo, radicato nel recidere tutte le connessioni tra immagini estratte da contesti ed epoche diverse, assomiglia alla sensibilità di uno schizofrenico. “Il nostro intero sistema sociale contemporaneo”scrive Jameson”ha cominciato a poco a poco a perdere la capacità di conservare il proprio passato, ha cominciato a vivere in un presente perpetuo e in un cambiamento perpetuo che cancella le tradizioni del tipo che tutte le formazioni sociali precedenti hanno dovuto in un modo o nell’altro conservare”.

La conclusione di Jameson è stata suggerita dalla situazione dei primi anni Novanta, quando la diffusione universale dei principi del mercato senza vincoli del neoliberismo è stata accompagnata da affermazioni sulla “fine della storia”. Nell’odierna “lotta di civiltà” geopolitica, ciascuna con la propria “essenza” immutabile, stiamo assistendo alla vera fine della storia come idea di emergenza in cui nulla è perenne e c’è sempre un altro futuro all’orizzonte per ridefinire e smantellare l’ordine delle cose esistente. In questo senso, le due spiegazioni concorrenti del mondo dopo la caduta del muro di Berlino – quella di Fukuyama e quella di Huntington – sono state sintetizzate e il prodotto finale è la fine della storia come scontro infinito di civiltà.

Questa assenza di storia funziona spostando dalla memoria collettiva eventi che avevano fondamentalmente diviso il tempo in un “prima” e un “dopo”, eventi sulla cui scia il mondo, le sue nozioni e i suoi valori, non potevano più essere gli stessi. L’attuale momento fascista ha posto fine a due di questi eventi che avevano precedentemente definito il significato storico del XX secolo: la Rivoluzione russa del 1917 e la Seconda guerra mondiale. Mentre il primo evento ci ha ricordato che gli oppressi possono modificare radicalmente le loro circostanze e il loro “destino” da soli, il secondo evento ci ha detto che non dovremmo mai ripetere la mostruosa esperienza della guerra globale.

Lo sforzo di dare un senso alla Seconda guerra mondiale ha generato l’intero insieme di idee morali e istituzioni internazionali su cui, a parte le riserve, è stato costruito fino a poco tempo fa il mondo contemporaneo o, più precisamente, il nostro senso di “normalità”. Anche le critiche radicali a questo ordine di cose invocavano un insieme di concetti che si rifacevano alle lezioni impartite dall’evento: la condanna incondizionata dell’aggressione militare, i diritti umani universali e l’inammissibilità di ogni forma di razzismo. Questa critica si fondava sulla “normalità”, poiché rivelava le incongruenze tra la realpolitik e le norme generalmente accettate dell’ordine mondiale. Gli interventi militari dell’Occidente in Afghanistan o in Iraq, che erano in realtà atti di aggressione, venivano camuffati con dichiarazioni “umanitarie” o spiegati come atti di autodifesa. Si trattava (per riprendere l’espressione di Hannah Arendt) di “crimini morali vecchio stile”, o di semplice ipocrisia, che non cercava di stabilire nuove norme, ma giocava sbrigativamente con quelle vecchie.

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha prodotto una vera e propria rottura con la normalità, rifiutando questo vocabolario di concetti familiari. Senza proporre un nuovo linguaggio universale, la Russia di Putin ha proposto qualcosa di più serio: il relativismo assoluto come nuova norma, ridefinendo costantemente i concetti da una posizione di forza. Il concetto di “mondo multipolare”, sostenuto dal Cremlino, si basa sull’idea che le argomentazioni morali e storiche non siano fondate su un linguaggio comune, ma siano riducibili a semplici attributi del potere di un particolare stato.

La “scomparsa del senso della storia”, menzionata in precedenza, si esprime in un gioco di immagini de-storicizzate non più in termini di cultura popolare, ma come parte integrante dell’ideologia di stato. Ad esempio, la propaganda ufficiale russa definisce tutti i suoi nemici, stranieri e nazionali, “fascisti”, mentre l’“antifascismo” è dichiarato parte integrante dell’identità russa. Inoltre, la narrazione ideologica di Putin dipinge l’invasione dell’Ucraina come una replica della Seconda guerra mondiale, con gli “antifascisti” russi che affrontano un Occidente “fascista”. La memoria di una guerra che non dovrebbe mai ripetersi viene così trasformata nel suo opposto: ricordiamo le gesta eroiche di quella guerra per ripeterle ancora e ancora. “1941-1945: possiamo farlo di nuovo” è la frase sintetica degli adesivi patriottici che negli ultimi anni milioni di russi hanno incollato sulle loro auto durante le celebrazioni annuali del 9 maggio per il Giorno della Vittoria.

Un processo senza soggetto

“Fascismo” e “antifascismo” sono diventati sinonimi del binomio ‘amico’ e ‘nemico’ che, secondo la nota definizione di Carl Schmitt, costituiscono la base della politica. Per Schmitt, questa nozione di politica significava che i concetti morali e giuridici non avevano un significato regolativo indipendente e venivano costantemente ridefiniti attraverso il conflitto. La vera fonte del diritto – il sovrano che prende decisioni – perfora il guscio vuoto delle norme, sosteneva Schmitt. Ciò ha permesso a Schmitt di giustificare la massiccia liquidazione extragiudiziale degli oppositori politici da parte di Hitler nel 1934, nota come la Notte dei lunghi coltelli. Trascendendo lo stato di diritto, sosteneva Schmitt, possiamo arrivare a una risposta politica (chi deve decidere la questione), piuttosto che a una risposta morale (come la questione deve essere decisa).

Nell’attuale momento fascista, tuttavia, il sovrano non fa la storia ma afferma la sua fedeltà all’archetipo. Nel giustificare la necessità di lanciare la cosiddetta operazione militare speciale nel febbraio 2022, Putin ha insistito sul fatto che la sua mano era stata forzata. Non aveva “altra scelta”: stava solo obbedendo al destino, soccombendo alla perennemente ripetuta resa dei conti tra Russia e Occidente, che si configura come una sorta di althusseriano “processo senza soggetto”.

Questa combinazione paradossale di volontarismo e fatalismo rivela il profondo legame tra il fascismo contemporaneo e la convenienza neoliberale. Il soggetto neoliberale riconosce l’impossibilità di modificare le circostanze che dettano la sua volontà, ma allo stesso tempo agisce come un decisore, scegliendo costantemente il comportamento migliore in condizioni sulle quali non ha alcun potere. Ogni sua decisione particolare è quindi un modo per eludere una vera decisione e riconoscere l’impossibilità di raggiungere la massima arbitrarietà, la “sovranità” assoluta. L’azione continua è il modus operandi dell’agente di mercato: deve reagire costantemente alle circostanze e accettare la realtà come una moltitudine di sfide esterne. La realtà gli appare come qualcosa di inconoscibile e caotico, privo di coerenza interna e di direzione.

Gli sforzi dell’individuo capitalista sono razionali rispetto all’insieme irrazionale. Questo irrazionalismo nella vita privata è in contrasto con la democrazia liberale, che presuppone una sorta di consenso generale sulla razionalità di tutto ciò che accade. La perdita completa di questo orizzonte di ragionevolezza – cioè della nozione (per quanto vaga) di un interesse comune e della crescita progressiva di una morale collettiva – estende il fatalismo alla politica. La fascistizzazione non significa altro che l’emergere dell’individualismo di mercato come logica dello stato.

Il mondo è stato trasformato in un’arena di concorrenza spietata non solo tra diversi centri di potere, ma anche tra mentalità particolaristiche e omogenee. Nella sua opera in più volumi Noomachia. Rivolta contro il mondo postmodernoAlexander Dugin, il più fiammeggiante e coerente ideologo dello stato putiniano, ha elaborato un’intera teoria del “logos” delle varie civiltà. Ogni civiltà, secondo Dugin, ha una mentalità archetipica unica, una propria visione del mondo, di natura astorica e riprodotta inconsciamente nel corso dei millenni. Ad esempio, secondo Dugin esiste un legame diretto tra i rituali dei druidi celtici e la psicoanalisi lacaniana, dovuto all’esistenza di un “logos francese”. Anche la politica estera cinese e le peculiarità del regime politico indiano tengono conto delle mentalità particolari delle loro civiltà, le cui caratteristiche principali sono immutabili.

La coscienza non è né di natura universale né in divenire; piuttosto, ripete costantemente le stesse mosse all’interno della sua particolare civiltà. Dugin si ritiene un platonista, ma il suo platonismo si riduce all’affermazione che le idee sono eterne e immutabili, anche se non hanno la qualità di verità assoluta, perché la “verità” russa non si sovrappone mai a quella giapponese o araba, per esempio. I valori spirituali supremi, che lo stato ordina ai suoi cittadini di adottare, significano obbedire al destino collettivo senza porsi domande.

Così, all’inizio del 2023, il governo russo ha annunciato il lancio del “DNA della Russia”, un programma su larga scala di corsi scolastici e universitari. È interessante notare che in questo caso “DNA” sta per “cultura spirituale e morale” (in russo, dukhovno-nravstennaia kul’tura o DNK, che è l’acronimo russo equivalente a DNA), equiparando così direttamente la biologia alla cultura. Uno dei corsi principali, “Fondamenti dello stato russo”, obbligatorio in tutti gli istituti superiori, si propone di “colmare il divario tra l’identità reale di una persona e la realizzazione di tale identità”.

L’appartenenza inconscia, espressa nel linguaggio e nelle norme comportamentali, dovrebbe diventare una questione consapevole, assumendo così la qualità di un sistema olistico. Questa memoria dell’obbligo continua a essere biologicamente presente, per così dire, ma è stata temporaneamente rimossa dalla mente della maggior parte dei giovani, che sono ancora sotto l’influenza di una cultura occidentale ostile. Con un po’ di coercizione da parte dello stato, il loro “DNA” culturale si attiva e si ritrovano riappropriandosi della loro predestinazione.

La cultura è qui concepita come una proprietà innata incaricata di difendere la nazione come corpo unificato, di fortificarla di fronte alla concorrenza di altre culture (che sono praticamente specie biologiche diverse). Questa fedeltà alla biologia, che armonizza il corporeo e il mentale, è allo stesso tempo il miglior investimento su se stessi. Come si legge nel programma del corso, una nazione è un “capitale umano”, che cresce costantemente mentre “realizza la propria identità”. È interessante notare che la tendenza all’autocrescita del capitale in questo approccio corrisponde a uno stato fisso di coscienza identico al suo archetipo di civiltà.

Si tratta di un caso estremo di ciò che Lukács ha definito “reificazione della coscienza”, ossia l’adozione da parte della coscienza della forma merce, la trasformazione dell’individuo in una merce tra le altre merci. Il “capitale umano” (un concetto mutuato direttamente dal gergo neoliberale) si riferisce alla suprema riduzione dell’essere umano all’astrazione della forma merce. Gli individui, che hanno un’identica mentalità che viene equiparata alla loro unità biologica (identificata come unità razziale nella precedente versione hitleriana del fascismo), vengono trasformati nel capitale posseduto dallo stato in quanto civiltà. Lo stato diventa così una forma di capitale, la sua espressione diretta. Il fascismo comporta il superamento e la distruzione delle istituzioni politiche e dei diritti civili che mediano il rapporto tra individuo e stato e impediscono la disposizione illimitata delle persone come capitale.

Il fascismo tra astratto e concreto

Il fascismo come potere dell’astrazione non è paradossalmente in contrasto con il disprezzo fascista per i diritti umani “astratti” e per il diritto internazionale. Anche i conservatori del primo Ottocento criticarono l’Illuminismo e la Rivoluzione francese come il trionfo di principi astratti derivati dalla pura ragione e non basati sull’esperienza storica. Come scrisse Joseph de Maistre“nella mia vita ho visto francesi, italiani, russi, ecc. … Ma per quanto riguarda l’uomo, dichiaro di non averlo mai incontrato in vita mia”. L’uomo astratto creato dall’Illuminismo è privo della forma originale tramandata dagli antenati ed ereditata nelle tradizioni culturali e statali (cioè il “codice culturale”, come lo definisce oggi la propaganda russa). Questa persona ha diritti inalienabili, poiché appartiene all’umanità come unica comunità, e quindi afferma l’universalismo come principio. Allo stesso tempo, il riconoscimento universale dell’individuo gli conferisce libertà di scelta, compresa la propria identità.

Il razzismo fascista è diretto contro coloro che si pongono come astrazioni incarnate, che si ribellano alle forme tradizionali. Gli ebrei secolarizzati, con la loro passione per le idee universalistiche, o gli slavi, come agenti del bolscevismo antistatale (vedi Carl Schmitt, Roman Catholicism and Political Form), hanno simboleggiato questa mancanza di identità in vari momenti tra i fascisti. A loro avviso, le forze del caos erano concentrate nel loro nemico principale, la classe operaia organizzata, con la sua fedeltà alle idee di uguaglianza sociale e solidarietà internazionale. La paura dell’informe, animata da emozioni fugaci e da masse senza radici, ha generalmente giocato un ruolo chiave in tutti i movimenti fascisti. (vedi Ishay LandaFascism and the Masses). La rinascita della gerarchia delle caste, in cui ognuno conosce il proprio posto e segue il proprio destino naturale, rimane in una forma o nell’altra il progetto principale del fascismo, la sua immagine del futuro desiderato.

Nella loro propaganda, gli ultradestri di oggi hanno prevalentemente sostituito l’“uomo astratto” con i musulmani, come migranti emarginati o presunti aderenti a un califfato globale, nonché con le persone LGBT e trans, che ridefiniscono liberamente il proprio genere.

Nella Russia di Putin, che funge da avanguardia del momento fascista globale, qualsiasi espressione pubblica dell’identità LGBT è un reato penale e la riassegnazione di genere è completamente vietata. I russi devono essere specifici nelle loro affiliazioni e il loro posto nella vita per il fatto di essere nati deve essere fermamente stabilito nella gerarchia delle forme sociali. Lo stato, secondo l’appropriato slogan di Putin, è l’apice di questa gerarchia patriarcale, una “famiglia di famiglie” unita sotto l’autorità paterna del leader della nazione. L’“Occidente collettivo”, in quanto portatore del liberalismo universalistico, con i suoi principi di diritti umani e libertà di scelta individuale, è stato proclamato il principale nemico della Russia. L’oggetto dell’odio sono le “élite liberali globali” che distruggono i “valori tradizionali”, prima di tutto dell’Occidente stesso. Contro queste élite occulte, con i loro piani segreti di creare un “uomo meccanico” liberato dalla sua vera essenza naturale, la Russia di Putin è solidale con tutte le forze conservatrici del mondo occidentale. Il sostegno del Cremlino a Trump e Le Pen non è quindi opportunistico, ma ideologico e programmatico.

Come radicato nella tradizione reazionaria russa, la critica all’Occidente è stata paradossalmente combinata con l’occidalocentrismo. Come nel XIX secolo, nell’immaginario politico russo odierno l’Occidente collettivo è l’unica entità reale da cui la Russia imperiale pretende di essere riconosciuta come pari. La retorica “anticoloniale” di Putin e la dichiarazione pubblica del “perno a Est” non devono ingannarci: sono solo gli strumenti di pressione di cui la Russia ha bisogno per conquistare il posto che le spetta tra le nazioni europee dominanti. Per raggiungere questo obiettivo, la Russia deve riportare l’Occidente alle sue vere fondamenta spirituali e costringerlo a recuperare le proprie tradizioni. Più recentemente, nel corso della guerra in corso in Ucraina, Vladislav Surkov, uno degli ideologi del Cremlino, ha pubblicato un articolo provocatorio in cui prevedeva la futura creazione di un “Grande Nord”, un’alleanza trina e paritaria tra Russia, Stati Uniti ed Europa che avrebbe dominato il mondo. Surkov sosteneva che il cammino verso questa alleanza sarebbe stato lungo, ma inevitabile a causa della comune eredità messianica romana dei suoi membri.

Impero e imperialismo

L’idea che l’impero sia il “destino” della Russia, l’unica forma possibile della sua esistenza, è stata uno dei principi chiave dell’ideologia ufficiale di Putin. Nel paradigma conservatore russo (mappato in modo più vivido nel XIX secolo da Konstantin Leontiev), la forma imperiale è stata definita come esistente al di fuori del tempo: a differenza dei moderni stati nazionali, l’impero non aspira alla perfezione e all’uguaglianza, ma impedisce alla “moltitudine in fiore” di infinite differenze di classe e culturali di essere inghiottita dalla storia. L’onere dell’impero, sosteneva Leontiev, è quello di resistere al progresso e di preservare un equilibrio di differenze senza tempo. Questa immobilità dell’impero come forma, tuttavia, ha sempre creato la necessità di una costante mobilitazione dei suoi confini. Per rimanere immutabile, l’impero deve costantemente spingersi verso l’esterno, espandendo il proprio territorio. È questa espansione permanente verso l’esterno, come ha scritto Surkov in un precedente articolo, che aiuta a mantenere la stabilità politica “esportando il caos” e “accumulando nuove terre”.

L’idea arcaica di impero, in questa interpretazione, coincide completamente con l’imperialismo, un fenomeno dell’età moderna e del sistema capitalistico. Rosa Luxemburg sosteneva che l’imperialismo era predeterminato dalla struttura stessa dell’accumulazione del capitale, che doveva costantemente superare i propri limiti ed espropriare territori e modelli economici non ancora inseriti nell’economia capitalista.

Ne Le origini del totalitarismoArendt sviluppò questa linea di pensiero, sostenendo che l’imperialismo era un precursore diretto del fascismo europeo. Secondo Arendt, l’imperialismo ha sostituito l’idea politica dello stato come comunità basata sul consenso con la logica economica della continua espansione. L’imperialismo non ha comportato l’espansione dei confini della comunità politica; al contrario, ha stabilito un confine impenetrabile tra la metropoli e le colonie. Il potere politico, che in precedenza aveva il compito di prevenire la violenza in patria, strumentalizzò la violenza incontrollata al di fuori dei propri confini. L’identità di potere e violenza stabilita dall’imperialismo europeo tornò poi nel cuore dell’Europa sotto forma di deportazioni e campi di sterminio. Lo sterminio di massa e la disumanizzazione delle popolazioni sottomesse praticati dai colonizzatori furono scatenati dallo stato totalitario sul fronte interno.

L’imperialismo, quindi, afferma i confini invalicabili tra l’estero e l’interno e li rende mobili e contingenti. L’espansione imperialista russa in Ucraina, a partire dal 2014, è stata segnata dalla creazione di “repubbliche popolari” fittizie, pienamente dipendenti da Mosca, ma con regimi giuridici nettamente diversi. Mentre la Russia putiniana era, fino al 2022, un regime autoritario che ricorreva solo a repressioni mirate, la violenza dei gruppi armati affiliati ai leader locali di Donetsk e Luhansk era praticamente illimitata. Una volta iniziata l’invasione su larga scala dell’Ucraina, la trasformazione del regime russo in una vera e propria dittatura brutale è stata ampiamente incarnata dall’esportazione di questa cultura della violenza da quelle terre al centro imperiale.

Il momento fascista come pienezza della contemporaneità

A livello globale, la Russia, in quanto regione semiperiferica, divenne l’“anello debole” del capitalismo neoliberale e fu la prima a realizzare la sua tendenza latente alla fascistizzazione. Questa tendenza, che combina la tensione tra interno ed esterno che abbiamo descritto, è allo stesso tempo un’accelerazione del capitalismo neoliberale e una sua quasi-critica. Il risentimento anti-occidentale, che è uno dei motivi principali della propaganda putiniana, include spesso una critica del “neoliberismo radicale”, in cui il particolare “collettivismo” del popolo russo viene contrapposto all’“individualismo” occidentale. In modo simile, i populisti europei di destra denunciano le “élite globaliste” che stanno distruggendo i modi di vita consolidati della gente comune. Tuttavia, il fascismo della prima metà del XX secolo era ancora più radicale: attaccava direttamente il “capitalismo plutocratico”, offrendo un’alternativa sotto forma di una “comunità popolare” corporativa che aveva superato i conflitti di classe.

Il momento fascista di oggi è emerso dal “presente perpetuo” neoliberale e si differenzia dal fascismo classico per la totale mancanza di un orizzonte utopico, per quanto reazionario. Proprio come un secolo fa, tuttavia, il fascismo è nato dalla non sincronicità del capitalismo, dalla coesistenza di diverse esperienze del tempo all’interno della stessa realtà. Come ha dimostrato Ernst Bloch, il nazismo tedesco è stato il mezzo per far entrare nell’arena politica gruppi sociali intermedi che non si adattavano alla modernità, le cui visioni del mondo erano apparentemente “arretrate” rispetto alla loro epoca. Tuttavia, questa “arretratezza” non solo è una parte legittima di una contemporaneità organizzata in modo complesso, ma si dimostra anche capace di prendere il comando delle sue tendenze interne, prima nascoste.

Ai nostri giorni, l’estrema destra, con i suoi appelli a “riportare” l’armonia passata dello stato-nazione, è sia una reazione alle contraddizioni del capitalismo neoliberale sia un’espressione del suo mainstream. La nostra contingente “contemporaneità” si manifesta nella sua interezza nella misura in cui porta alla luce tutto ciò che è stato precedentemente rimosso, tutto ciò che è stato recentemente trattato come arcaico e una reliquia del passato.

Due decenni fa, il mainstream liberale occidentale etichettava la critica della destra alla globalizzazione come una minaccia alla sovranità nazionale, un tentativo impotente di fermare l’avvento di un futuro in cui non ci sarebbero state barriere alla libera circolazione di merci e persone. Oggi possiamo affermare che la globalizzazione neoliberale si è rivelata una tappa necessaria sulla strada della deglobalizzazione e dell’estensione della logica della competizione di mercato al livello degli stati in un nuovo meraviglioso “mondo multipolare”. La Russia post-sovietica, che negli anni ’90 è stata il banco di prova per le riforme radicali del mercato, ha poi sintetizzato l’ultima convenienza neoliberale e la sua ideologia reazionaria antiliberale sotto le spoglie di un regime neofascista. Questo regime non offre al mondo un progetto alternativo né apre l’orizzonte a un futuro condiviso, anche se spaventoso. Al contrario, è interamente radicato nel presente come “spettacolo dell’orrore senza fine”, agendo come punto di concentrazione del momento fascista del mondo.

*Ilya non accenna alle forme fascistoidi nel Sud globale, come l’islamo-fascismo nel mondo musulmano o l’indo-fascismo dell’India di Modi, che appaiono altrettanto pericolose di quelle di matrice “euro-atlantica” (BSA)


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