La decisione di Hamas di pubblicare il video dell’esecuzione degli ostaggi, facendone uno strumento di propaganda “muscolare”, a tutto vantaggio di Netanyahu che ha definito lo sciopero generale contro la guerra “una vergogna”, dimostra la cecità settaria del gruppo integralista.
Gruppo di provocatori prezzolati al servizio degli ayatollah iraniani.
Quei manifestanti, gli israeliani che scendono in piazza contro la guerra, sono gli UNICI che possono fermare il genocidio, gli unici che possono fermare Netanyahu.
Gli unici ALLEATI del popolo palestinese.
Gaza è stata metodicamente distrutta, e ora tocca alla Cisgiordania.
Da 11 mesi gli israeliani conducono la caccia al palestinese, come risposta a quel “giorno da leoni” in cui Hamas ha condotto la caccia all’ebreo.
NESSUNO degli “amici” della Palestina, ne quelli storici, ne quelli recenti, ha mosso un dito.
NESSUNO ha saputo o voluto impedire il genocidio di un popolo.
Nessuno ha nemmeno tentato di fermare Israele sul piano militare, dopo aver scatenato una guerra impari, fra una potenza militare moderna e una banda di avventuristi votati al “martirio”.
Nessuno ha armato, casa per casa, famiglia per famiglia i palestinesi affinché si difendessero e difendessero la loro terra.
Il minimo che si sarebbe dovuto fare in una “guerra di popolo”.
Inermi a combattere coi sassi contro i fucili dei coloni e i bulldozer degli occupanti.
Carne da macello, mentre i “resistenti” se ne stavano a presidiare i loro tunnel e i loro bunker e a gestirsi di bottino di ostaggi che avrebbe garantito, nei loro falliti disegni, la soluzione negoziata del conflitto.
E coloro che hanno armato, finanziato, sponsorizzato e gettato nella mischia Hamas se ne sono rimasti a guardare lo stillicidio di morti quotidiane e il deserto avanzare dove un tempo stavano le città abitate dai palestinesi.
A parte le minacce di rito che l’unica volta che si sono concretizzate si sono rivelate una pagliacciata da avanspettacolo, con tanto di “trattative preventive” su quanti missili sarebbero partiti e il posto preciso dove sarebbero stati abbattuti.
Iniziare una guerra con un nemico più forte e lasciare SOLI a combattere coloro che dici di sostenere, mandare un intero popolo allo sbaraglio come un gregge di pecore al mattatoio, come lo definite?
Quegli israeliani in piazza sono gli unici AMICI rimasti ai palestinesi perché anche loro sono VITTIME della guerra.
Sono l’unica loro speranza di sopravvivenza.
Che le vittime si uniscono sia pure idealmente contro i “signori della guerra” e i retori delle guerre nazionali è un passo avanti da giganti.
Non so se la rivoluzione un giorno riuscirà a spezzare la macchina infernale che spinge i proletari a odiarsi e a combattersi per la gloria e gli interessi dei propri governanti.
Ma so di certo che quella rivoluzione non la stanno costruendo i partigiani delle guerre nazionali, i popoli e le nazioni.
I fronti e le alleanze “antimperialiste”.
Ma gli scioperi generali contro le guerre, le diserzioni dal fronte, il rifiuto di combattere.
I “nemici” che si riconoscono come vittime della stessa guerra.
Proletari unitevi, non combattetevi.
Il comunismo è pace e pane, il comunismo è vita.
Il nazionalismo è morte.
VIOLENZA INUTILE, NECESSARIA E DANNOSA
Questa citazione del titolo di un libro del compianto Livio Maitan (riferita alla violenza di BR, Prima Linea, ecc.) mi sembra un buon titolo per questo post del compagno Mario Gangarossa. [FG]
Esiste un’etica nell’uso della violenza?
Si, e per un comunista la giustezza o meno di una azione terroristica dipende dall’obiettivo che ti poni.
Ciò che conta non è l’atto in se ma la tua strategia, il tuo programma politico, chi sono i tuoi “nemici” e chi i tuoi potenziali alleati.
Quale è il “modello” di società per la quale combatti.
Quali forze sociali rappresenti, e quali elementi di coscienza vuoi produrre con la tua azione di “propaganda armata”.
Chiunque comprende benissimo che sequestrare o colpire un giudice, un politico, un generale, uno sbirro, il rappresentante della macchina militare-burocratica del nemico, o mettere una bomba in una piazza o su un treno, sono due azioni violente che non hanno nulla in comune.
Che rispondono a logiche politiche fra di loro estranee e antitetiche.
Attaccare una caserma non è la stessa cosa che catturare ragazzini e ragazzine che hanno solo avuto la dabbenaggine di trovarsi nel posto sbagliato in un momento sbagliato.
Ammazzare un militare o un colono armato non è la stessa cosa che ammazzare un vecchio che magari fino a ieri era stato solidale con la tua lotta.
Il 7 ottobre non ci siamo trovati di fronte a una rivolta spontanea in cui si scatenava la rabbia repressa di una popolazione vessata è oppressa.
Il che avrebbe reso comprensibile anche il peggiore pogrom.
Ci siamo trovati di fronte a una azione organizzata di un gruppo organizzato con una strategia e una prassi consolidata.
Non ci siamo trovati di fronte a una azione della resistenza armata del popolo palestinese, entità astratta la cui parte politicamente cosciente si riconosce in almeno una dozzina di partiti fino a ieri impegnati in una guerra fratricida.
Ci siamo trovati di fronte a un episodio della jihad islamica in terra di Palestina.
Alla caccia indiscriminata all’ebreo.
Per indurre il nemico a rispondere con la caccia indiscriminata al palestinese, e poter così giustificare la propria esistenza e il proprio ruolo.
All’azione di una forza politica ben definita, con la sua rete di alleanze internazionali e i suoi referenti, che ha provato a estendere la sua egemonia oltre i ristretti confini in cui era stata relegata in primis dalle stesse componenti storiche della nazione palestinese.
La cacciata degli ebrei dalla “terra santa”, la cacciata degli “infedeli” in quanto tali, a prescindere dalle loro posizioni soggettive e dal loro ruolo oggettivo, dalle loro responsabilità, dalla loro collocazione sociale.
L’aver voluto mettere il cappello su quella azione che rispondeva a logiche estranee agli interessi dello stesso popolo palestinese, l’aver voluto immaginare Hamas per quello che non è e non è mai stata, è solo l’ennesima prova della inutilità e del degrado culturale prima che politico della sinistra piccolo borghese che ormai pur di dichiarare la propria esistenza cavalca qualsiasi cavallo gli passi davanti.
Hamas non è nemmeno una forza “nazionale”, della “autodeterminazione dei popoli” se ne sbatte altamente, e le sofisticherie teoriche degli scolastici impegnati a marcare le “fasi storiche” e le “tappe” della rivoluzione mondiale le considera diavolerie occidentali da sradicare tagliando la gola agli “infedeli”.
Hamas è una forza fascista, finanziata da regimi impopolari e reazionari.
L’aver pensato di delegare a simili canaglie la costruzione di una Palestina “laica e socialista” come scritto e rivendicato da autorevoli “dirigenti” di “antica tradizione marxista” è roba da manicomio.
Si può continuare per mesi a ingannarsi e a ingannare, ma non lo si può fare all’infinito.
Alla fine la realtà è più forte della retorica e le macerie materiali non puoi nasconderle appellandoti a qualche dotta citazione.
La sera del 7 ottobre c’erano tutti gli elementi per comprendere cosa stava accadendo e cosa sarebbe accaduto.
Quell’azione violenta sintetizzava perfettamente le scelte e il percorso degli avvenimenti futuri.
Era un pogrom. Tale voleva essere nel messaggio dei suoi ideatori. Terrorismo diffuso e di massa. E nient’altro.
Hamas e Netanyahu conducono la stessa identica politica di genocidio dell’avversario.
L’unica differenza è che Netanyahu ha dalla sua parte chi può permettergli di farlo in maniera “industriale”, mentre Hamas deve accontentarsi di un approccio “artigianale”.
Sono due facce della stessa putrescente medaglia.
Ricordate chi fu uno degli ultimi ostaggi dell’islamismo prima del 7 ottobre?
Ammazzato a Gaza perché “diffondeva la corruzione”.
Si chiamava Vittorio Arrigoni.
Non pretendo che “restiate umani”.
Ma che siate razionali e sappiate almeno riconoscere i “nemici”.
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