di Mario Gangarossa
Quando si combatte bisogna conoscere i propri generali.
Coloro nelle cui mani metti la tua vita e quella della tua famiglia.
Coloro che devono difenderti. Difendere la tua casa, la tua terra.
Sono loro che fanno la differenza.
La loro visione strategica, la loro tattica.
Sono loro che ti conducono per mano verso la “vittoria” o verso il disastro.
Il nemico è sempre uguale a se stesso.
Le sue reazioni sono prevedibili e i suoi comportamenti da manuale.
Nei tuoi confronti è una bestia feroce che non fa prigionieri.
Il suo obiettivo è annientarti.
Lo è da prima della guerra che spesso è lui stesso che ti spinge a iniziare per poter scatenare la sua reazione distruttiva.
Sa che in guerra è il più forte.
La sua organizzazione militare è incomparabilmente non paragonabile a quella che un “popolo oppresso” possa mettere in campo.
L’unica arma disponibile, l’unica possibilità di liberarti e spezzare la sua macchina militare è una rivoluzio-ne che lo possa colpire dall’interno.
Ma una rivoluzione comporta un rovesciamento totale dei paradigmi della guerra.
Un cambio di passo di portata storica.
Una strategia che individua la propria borghesia come nemica al pari di quella che ti opprime e costruisce un rapporto politico di unità fraterna con il proletariato “nemico”.
Una simile prospettiva non è più presente da decenni nelle terre di Palestina, non è più presente in nessu-na parte del mondo.
Una simile prospettiva non sorge spontanea.
Ha bisogno di teste pensanti, di braccia e di gambe.
Ha bisogno soprattutto che non ci sia la guerra.
Perché la guerra allontana nel tempo e per generazioni questa possibilità.
Crea eroi nazionalisti e non militanti rivoluzionari.
La politica del governo israeliano era espansionista già prima della guerra. E il suo modo di “auto-determinarsi”, nelle forme e nei modi in cui lo fa ogni Stato moderno, fagocitando e imponendo la sua sovranità ai vicini più deboli e neutralizzando le proprie minoranze interne. Ma, come ogni Nazione, quando sceglie l’arma della guerra, ha bisogno di salvare la faccia ai suoi alleati, deve fare i conti con l’opinione pubblica interna e esterna. Non può semplicemente una mattina alzarsi e decretare … oggi mi prendo Gaza, domani il Golan, dopodomani l’Anatolia. Men che meno poteva farlo il governo di Neta-nyahu, un politico corrotto sull’orlo della prigione, contestato quotidianamente dal suo stesso popolo. Come in tutte le guerre in cui il fattore scatenante è sempre una scusa capace di ricompattare il fronte interno e esterno, aveva bisogno di un alibi.
Quell’alibi glielo hanno offerto su un piatto d’argento i guerrieri di Hamas.
Il primo risultato del 7 ottobre è stato il ricompattarsi del popolo israeliano che fino al giorno prima era diviso da profonde e insanabili divisioni. Questo è il punto di partenza di una analisi reale di una situazione reale. La critica al governo israeliano è scontata ed è pure compresa a livello di massa. Bastano le immagini della carneficina dei bambini palestinesi. Non occorre nemmeno usare le parole per descri-verne i crimini e definirlo un governo di assassini. E la rivolta spontanea dei giovani studenti del “mondo libero” è il segno che su quel terreno esistono ancora anticorpi nelle cittadelle del capitale. La critica alla direzione politica del “popolo palestinese”, alla scelta suicida di Hamas, alla sua ideologia reazionaria e “fascista”, è diventato un tabù. Un terreno sul quale non avventurarsi per “non fare il gioco del nemico”. Non lo è, un tabù, e non lo sarà per i palestinesi che stanno imparando a loro spese cosa succede quando il nemico marcia alla tua testa. Le analisi se le faranno da soli e troveranno un modo per venirne fuori de-cimati e sconfitti. Ma dalle sconfitte si impara forse molto più che dalle vittorie.
Dubito fortemente che i “guerrieri di dio” potranno godere delle stesse simpatie di prima fra chi è stato trattato alla stregua di uno scudo umano e merce di scambio in una oscena trattativa il cui prezzo quo-tidiano erano le vite di quel popolo di cui si rivendicava la storia e si pretendeva di rappresentarne gli interessi. Il loro “giorno da leoni” è durato lo spazio di una mattina. La loro “testimonianza di fede” si è conclusa li. Poi, per i palestinesi di Gaza, è iniziata la corsa disperata a sopravvivere in mezzo alle macerie, la fame.
Il genocidio. La mattanza. Non c’è stata nessuna intifada, nessuna guerriglia nei territori occupati, nessuna rivolta nei campi profughi, nessuna sollevazione delle masse arabe. Nessun volontario si è mosso a difesa degli abitanti di Gaza, nessun liberatore è arrivato, nessun paese “amico” ha mobilitato il suo esercito. Dal Libano non è arrivata quella tempesta di fuoco su cui si fantasticava. L’Egitto, il garante dello status di Gaza, ha chiuso i suoi valichi impedendo l’unica via di fuga possibile. I palestinesi di Gaza sono rimasti soli. Isolati perfino dagli altri loro fratelli della diaspora. In altri post ho cercato di spiegarne i motivi, del perché nessuna scintilla ha incendiato una inesistente prateria, sintetizzandoli nella frase: Mentre non c’erano le condizioni oggettive “per la distruzione dello Stato di Israele”, c’erano TUTTE le condizioni “per la distruzione dell’Entità nazionale palestinese”. Io parlo di condizioni reali, di analisi concreta di una situazione concreta. Di rapporti di forza, di soggetti materiali in campo, di attori politici con i loro programmi e la loro prassi. Del pane quotidiano di chi vuole comprendere il “movimento reale”. Voi parlate il linguaggio dell’ideologia, del mito, delle chiacchiere massimaliste. Dove avete visto la “resistenza”, la “rivoluzione”, la lotta di liberazione nazionale di un popolo? Io ho visto solo morti e macerie e una banda di dementi il cui stato maggiore, prezzolato dalle monarchie “moderate” della zona, se ne sta comodamente in un hotel di Doha a pochi passi dalla più grande base militare americana della zona. Io ho visto una lunga “trattativa” in cui una setta di esaltati tentava di collocare il suo bottino di guerra, mentre l’altra parte, per nulla interessata all’affare, si rifaceva e alla grande su una popolazione allo sbando che subiva la sorte del topo in trappola. Il fatto che la demenza islamista sia il prodotto di decenni di oppressione non ne giustifica i comportamenti, così come il fatto che i nonni degli attuali criminali israeliani siano stati gasati non giustifica il genocidio di Gaza. Con la retorica, con le teorie strampalate che orecchiano situazioni che potevano essere ipotizzabili 80 anni fa, non si va da nessuna parte. Al massimo si finisce ad applaudire la clownesca “partecipazione al conflitto” dei nemici “mortali” di Israele concordata con il “satana” imperialista. Una salve di missili arrivata in orario nel posto esatto dove dovevano essere abbattuti. I fuochi d’artificio finali per chiudere la partita da parte del principale regista ispiratore ispiratore di questa tragedia.
Torniamo al 7 ottobre.
Siamo fortunati perché le immagini di quella giornata non sono state filmate dai nemici, ma ci vengono in massima parte dalle telecamerine che portavano sul bavero i combattenti di Hamas.
Ci dicono quello che Hamas voleva dirci.
Il loro programma tradotto in azione.
La loro azione di propaganda armata fatta alla luce del sole.
Quali obiettivi militari sono stati colpiti, a parte l’occupazione di una stazione di polizia e un carro armato messo fuori uso?
Quali obiettivi politici?
Quali centri di decisione?
Quali simboli dell’oppressione e dell’occupazione?
Caserme, tribunali, carceri, sedi di partiti reazionari?
Spie, odiosi torturatori?
Si è andati a caccia di civili e di soldati in libera uscita. Vecchi, donne, bambini.
Ragazzine e ragazzini la cui colpa era solo quella di essere nati nel posto sbagliato.
“A caccia dell’ebreo”, ben coscienti che non ci sarebbe stata salvezza alcuna per i palestinesi quando, per reazione, si sarebbe scatenata la caccia al palestinese.
L’obiettivo dichiarato era la “vendetta”.
Un obiettivo politico che si commenta da solo e che si esaurisce nell’atto stesso in cui si compie.
Un pogrom. Come in pochi lo abbiamo definito rimanendo lucidi.
Non c’era nessuna prospettiva politica, nemmeno sul terreno della guerra di liberazione nazionale, nemmeno sul terreno della lotta contro l’oppressione.
Nemmeno sul terreno delle elucubrazioni mentali di chi teorizza fantasiose rivoluzioni per tappe e alleanze progressiste antimperialiste.
E non c’era nessun movimento popolare a sostegno di questa avventurosa operazione.
L’unica prospettiva, dichiarata, ricercata, attuata era quella di un suicidio collettivo.
Il martirio di un intero popolo, a sua insaputa.
Il genocidio di Gaza era negli obiettivi dichiarati del governo Netanyahu e, nello stesso momento, negli obiettivi anch’essi dichiarati della direzione di Hamas.
Bisogna che scorra il sangue a fiumi affinché non ci sia nessuna possibilità futura di una possibile coesistenza pacifica fra i due popoli.
Bisogna che il muro che divide palestinesi da israeliani, fra i quali ci sta pure un buon 20% di arabi ai quali (almeno a quelli) non si darà la patente di oppressori, diventi invalicabile.
Israele cerca terre da colonizzare, Hamas cerca un popolo senza terra da arruolare nella sua guerra santa.
L’azione militare si è conclusa con la cattura di ostaggi, presi a caso. Compresi un paio di dozzine di thailandesi la cui unica colpa era quella di essere braccianti immigrati in cerca di lavoro.
E li è esaurita l’intera campagna militare.
Quando è risultato chiaro che non ci sarebbe stata nessuna intifada e che il bottino catturato non aveva nessun valore militare e che, anzi, era l’alibi per dare il via alla distruzione sistematica di Gaza e del suo popolo, visto che il nemico se ne fotteva altamente dei suoi cittadini sequestrati e li aveva già messi nel conto delle perdite come effetti collaterali, si poteva giocare la carta politica della loro liberazione in massa senza contropartite.
Ma Hamas non è una organizzazione politica come la si immagina nei seminari sulla Palestina, è una organizzazione islamista che non tiene conto delle “sottigliezze” teoriche di chi la vuole a forza arruolare dentro la sua narrazione, frutto di letture mal comprese e del rifiuto di guardare in faccia la realtà.
Hamas ha un suo chiaro progetto politico perseguito negli anni, prima ancora che scoppiasse la guerra.
Del popolo palestinese e delle sue aspirazioni nazionali, della sua liberazione, non gliene frega nulla.
Il suo modello è la repubblica islamica.
Il suo ideale politico è una oppressione se non maggiore almeno uguale a quella che pretende di combattere.
Questo i “popoli” della regione lo hanno capito.
Lo hanno capito gli egiziani, gli iraniani, i kurdi, gli stessi palestinesi che hanno dovuto farci i conti.
Che in fondo sono rimasti “neutrali” e tiepidi di fronte alla tragedia di Gaza.
Chi non l’ha capito sono i “rivoluzionari” di questo paese.
Le “avanguardie” coscienti e sgangherate.
Quelli che si eccitano ogni volta che da qualche parte c’è da menare le mani, standosene sugli spalti a scommettere su come finirà la partita.
L’aver ignorato che a definire un popolo e le sue strategie sono le sue direzioni politiche, l’aver propagandato la politica della mosca cocchiera, quella con la Palestina “a prescindere” dalla direzione che “decide” di prendere, l’aver praticato e continuato a praticare il codismo anche quando alla coda del cavallo imbizzarrito si finisce nel baratro del disastro militare e politico, è la peggiore colpa di questi ultimi residui di una sinistra che fu.
L’aver ignorato che i palestinesi hanno due nemici: Israele e Hamas.
Colpa veniale solo perché si tratta di forze residuali assolutamente irrilevanti.
Che vivono lo spazio di un mattino il loro giorno da gattini rognosi.
Ammalati di “cretinismo rivoluzionario” incapace di dirigere nemmeno se stessi.
Continuamente alla ricerca di un punto di riferimento, qualcuno che possa dirigere loro.
Alla ricerca di una guerra in cui possano svolgere il ruolo di partigiani. Di gregari.
Orfani di una classe che se ne fotte altamente della loro esistenza. Orfani di una storia di sconfitte e di opportunismi.
Lontani mille miglia dalla vita reale delle classi dominate a cui continua a offrire solo chiacchiere massimaliste e miti avariati.
Cosa rimane ai sopravvissuti di Gaza?
Quale prospettiva a parte un nuovo carcere le cui mura saranno rese invalicabili, non più dal filo spinato, ma dalla protezione degli “amici”.
Una parvenza di Stato. Una vita di accattoni sostenuti dalla benevolenza e dalla carità della comunità internazionale.
I pacchi di pasta che, invece di essere lanciati dal cielo, saranno distribuiti sulla piattaforma costruita dai “liberatori” americani.
Quale prospettiva politica rimane a quei ragazzi e a quelle ragazze che hanno visto i fratelli e i genitori morire se non continuare sulla strada indicata da Hamas il 7 ottobre?
Quale prospettiva ha chi è sopravvissuto al massacro?
La strada del terrorista che si lascia esplodere assieme al suo oppressore, vero o presunto.
La strada del martirio individuale.
Della vendetta. Della caccia all’ebreo dopo aver subito la caccia al palestinese.
Questo è l’unico risultato politico, l’unico prodotto di questa guerra.
Una nuova leva di “combattenti di dio”.
Un nuovo elemento di divisione e di distrazione nel lungo processo di emancipazione del proletariato.
Un nuovo passo verso la guerra totale fra le nazioni.
Proletari di tutti i paesi, vendicatevi, e chi non lo fa è un traditore.
La storia, care compagne e cari compagni, continuano a farla gli altri.
Netanyahu e Hamas hanno vinto.
Chi ha perso sono le vittime di questa guerra, che vengono piante dall’una e dall’altra parte.
Chi ha perso è il “sogno” che un giorno gli oppressi di tutti i paesi possano liberarsi ASSIEME della proprie catene.
E i sogni quando vengono spezzati non è poi così facile ricominciare a sognarli.
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