Lezioni mai imparate
Spesso la stampa fa riferimento, quando si tratta d’informare sui movimenti politici che attraversano questa regione europea, alla Catalogna (9 milioni di abitanti, con un aumento di quasi 2 milioni negli ultimi dieci anni) come territorio ricco ed egoisticamente separatista.
Il modello economico, come nel resto d’Europa è dominato dai servizi, con un peso singolare dei settori dedicati al turismo e alla logistica. Perdono rilevanza l’agricoltura e l’allevamento, oltretutto sempre più votati alle esportazioni. Le attività industriali continuano a rappresentare un 20% circa del totale, suddivise
fra cluster di piccola e media industria e poche grandi fabbriche controllate da capitale straniero.
Nel complesso è un modello esigente in mano d’opera a buon mercato, attinta in massima parte dai flussi migratori (17, 4 % della popolazione) e impiegata in condizioni di precarietà, malgrado le misure a tutela del lavoro strombazzate dai progressisti governi spagnoli.
Il salario medio è un 6% superiore a quello della Spagna (anche se inferiore a quello di Madrid), ma è un 15% al di sotto di quello europeo e, d’altra parte, il costo della vita in Catalogna è di un 7% superiore alla media spagnola.
Anche la disoccupazione è al di sotto della media statale (9% contro 11,7%) ma superiore alla media europea ed anche a quella italiana (7,4 %).
Con un indice di disparità (indice di Gini) di 29,9 (31,5 Spagna, 31,7 Italia), il 25% della popolazione ed un bambino su tre sono a rischio di povertà ed esclusione. Il turismo sfrenato e la gentrificazione, assieme alla speculazione da parte di fondi internazionali e spagnoli, hanno cronicizzato negli ultimi anni una emergenza abitativa, non solo a Barcellona e nel suo hinterland.
In un contesto di siccità estrema, proseguono e si aggravano i fenomeni di erosione delle coste, di degrado dei boschi, di aggressione ad ecosistemi già fragili.
Ma, mentre le infrastrutture ferroviarie (eccetto quelle dell’Alta Velocità) sono sull’orlo del collasso, si moltiplicano le pressioni per costruire nuove strade, circonvallazioni, urbanizzazioni, aree logistiche.
In questo contesto socioeconomico si sono svolte le ultime elezioni per il Parlamento catalano.
Ha vinto il Psc, la cui crescita è andata in parallelo con quella delle due formazioni dell’ estrema destra anti catalana, Partito popolare e Vox (crescita solo in parte compensata dalla scomparsa di Ciudadanos).
Nell’area indipendentista si sono ribaltate le posizioni del centro destra liberale di Junts (che si stringeva attorno alla figura del presidente esiliato Puigdemont: da 32 a 35 deputati) e della sinistra, social-democratica di ERC (da 33 a 20 deputati) e degli anticapitalista della CUP.
Accolta con tripudio da tutti coloro che avevano sempre attribuito una natura xenofoba ed estremista all’indipendentismo catalano, entra al parlamento Aliança Catalana, con 2 deputati (Vox ne ha 11), partitello identitario nato a Ripoll sull’onda di paura e risentimento provocata dall’attentato delle Rambles del 2017 (perpetrato da una cellula di una dozzina di ragazzi residenti in questa cittadina sotto la guida dell’imam, confidente dei servizi segreti spagnoli).
Molte sarebbero le considerazioni da fare sulla tenaglia formata da repressione (è recentissimo l’esilio in Svizzera di un nuovo gruppo di imputati – fra cui il giornalista Jesus Rodriguez della storica rivista antagonista “La Directa” – accusati di appartenenza ad organizzazione terrorista per le manifestazioni del 2019) e “perdono” (ovvero l’amnistia voluta dal governo spagnolo per – fra l’altro – evitare
imbarazzanti pronunciamenti della CEDU in risposta alle numerose denunce di violazioni di diritti fondamentali nella repressione dell’irredentismo catalano), per soffocare il movimento d’auto-determinazione.
Va ricordato comunque che lo spostamento a destra dell’elettorato s’inquadra in un contesto di debacle generalizzata della sinistra occidentale, anche se con le specificità definite dalla continuità sistemica negli apparati di potere e nei rapporti di classe fra il regime precedente e quello attuale (solo dei poveri di spirito possono considerare un particolare minore, con zero ricadute sull’assetto socioeconomico ed istituzionale del paese, il fatto che la Spagna sia l’unico stato in cui la dittatura non sia stata abbattuta ma si sia serenamente trasformata in una “esemplare democrazia”).
Fra la sinistra più a sinistra (per definirla in qualche modo) la marca catalana di Podemos, che ha puntato sin dall’inizio (ormai quasi 10 anni fa) tutto sulla via istituzionale, sguarnendo le piazze e le organizzazioni sociali a colpi di retorica populista ed esaltazione del o della leader (Pablo Iglesias, Ada Colau, ora Yolanda
Diaz) crolla dai 13 deputati che nel 2012 aveva ancora il vecchio eurocomunismo di ICV, agli attuali 6.
Una china verso l’irrilevanza politica lungo la quale sta cominciando a rotolare anche la CUP, unica formazione sia della sinistra che dell’indipendentismo catalano che ha almeno formalmente preso atto della crisi in cui versa avviando un processo di dibattito interno per ridefinire la propria strategia e natura di partito assembleare, anticapitalista e femminista. Una iniziativa che però non ha compensato l’inerzia della cristallizzazione di un discorso politicamente corretto ma sempre più lontano da una realtà sociale in rapida trasformazione e dall’attrazione per le stanze dei bottoni parlamentari. Il risultato: più che
dimezzato il numero di voti e di deputati (da 9 a 4) e, ancor peggio, svanita nella nebbia di una campagna elettorale “propositiva” la costruzione di istanze di “potere popolare” (slogan che sintetizzava in origine il programma politico anticapitalista della formazione).
Vista la rovinosa scivolata della socialdemocrazia indipendentista di ERC, partito finora di governo che aveva indetto elezioni anticipate nella vana speranza di evitare il crollo elettorale resta, per i nostalgici della canonica lettura destra/sinistra/centro, solo l’appiglio offerto dal risultato positivo dei socialisti.
Vanno chiariti però a questo punto, se non vogliamo continuare a menarci per il naso, il ruolo e la natura di questa organizzazione, che la distratta stampa italiana (dalla Repubblica al Manifesto) si ostina a considerare partito socialdemocratico, erede del socialismo della tappa repubblicana.
Il realtà l’attuale PSOE è il frutto del colpo di mano che, al congresso di Suresnes (1974), portò alla direzione Felipe Gonzalez, che ne avrebbero fatto lo strumento, apprezzato e sostenuto dalla maggior parte del capitale e delle classi dirigenti spagnole ed europee, della trasformazione della dittatura franchista in uno stato, funzionale agli interessi del blocco atlantista e del capitale europeo nonché al
mantenimento dei privilegi delle classi dominanti spagnole, aristocrazie latifondiste comprese, ma omologabile agli stati di diritto europei.
Una analisi seria non può continuare a considerare “sinistra”, anche se all’acqua di rose, un partito a prescindere dal programma che sostiene ed attua, dai valori che difende e promuove, dalle intenzioni e aspirazioni dei suoi militanti e votanti.
Ed è lungo, ma facile da stilare, l’elenco delle misure strutturali introdotte dai governi socialisti spagnoli per assecondare lo sviluppo capitalista della Spagna democratica ed il suo inserimento normalizzato nell’ambito europeo. Fra tutte però spicca l’operato del presidente Felipe Gonzalez, unico leader post-fascista europeo ad aver ordinato personalmente (non coperto con la propria complicità, come hanno spesso fatto altri) la creazione di squadroni della morte, con omicidi, attentati indiscriminati, sequestri, torture e occultamento di cadaveri. Un passato recente che il PSOE odierno mantiene ben vivo mediante scelte come l’attribuzione del ministero degli interni a Marlaska, giudice del tribunale erede del TOP (Tribunal de Orden Público) franchista, condannato per ben sette volte dalla CEDU per non aver dato seguito a numerose denunce di torture inflitte dalla Guardia Civil a prigionieri baschi.
D’altra parte basterebbe dare un’occhiata a programmi e dibattiti elettorali per capire fino a che punto il progetto del Psc – fortemente spalleggiato da tutto il padronato – sorpassa, nella corsa allo sviluppo neoliberale, il centro destra catalanista di Junts x Catalunya: infrastrutture faraoniche e promozione dei settori dell’economia speculativa (immobiliare e finanze) ed estrattivista (turismo, logistica).
E lo stesso vale per le politiche d’immigrazione (con le decine di morti alla frontiera di Melilla), le relazioni internazionali (il tradimento al Sahara), di tutela o mancato rispetto dei diritti civili, politici e umani (dal mantenimento di numerose leggi liberticide, al supporto dato alla precettazione delle istituzioni catalane nel 2017).
È vero, è un partito che continua a raccogliere consensi nei quartieri popolari, come Nou Barris (38,3% Psc, 9,3 % Comuns, 11,6% ERC, 3,2% Cup). Il problema è che dagli anni settanta ad oggi anche l’elettorato è cambiato e coloro che votavano per diritti e giustizia sociale oggi lo fanno per ordine e patria (non necessariamente in quest’ordine). Lo attestano l’esperienza militante, studi accademici e gli stessi risultati elettorali (con ad es. il significativo successo dei partiti favorevoli al 155 – precettazione delle istituzioni catalane – anche di estrema destra come Ciudadanos nei quartieri ex-operai).
Le elezioni sono uno specchio deformante della realtà ma, in questo caso, riflettono abbastanza fedelmente la raggiunta egemonia del paradigma consumista-conformista-individualista. Così come riflettono l’emergere di fenomeni frutto della sconfitta di un movimento interclassista ma di massa e in
gran parte popolare, con gli strascichi di frustrazione e risentimento per le umiliazioni subite. Per non parlare della crisi di tutti i movimenti, vecchi e nuovi, in apparenza incapaci di elaborare strategie al passo coi tempi e in grado di contrastare efficacemente le ultime ondate dello tsunami neoliberale.
Trionfano il conformismo e tutti i non valori delle destre (dall’egoismo all’odio della diversità) e vengono al pettine i nodi delle scelte timorate o non scelte delle organizzazioni ed aree di sinistra degli ultimi decenni. Dovremo farcene una ragione.


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