Ho appena ascoltato l’intervento di Cuperlo, deputato del PD (ed ex dirigente della FGCI) in risposta alle “accuse” di un certo Rampelli, un postfascista (ex MSI-DN, ex AN e via via sul “cursus honorem” delle varie fiammette tricolori italiche) che è, ahimè, uno dei vicepresidenti della Camera dei Deputati. L’ex segretario della FGCI ha tentato di dare una lezione di storia al nuotatore e velista (cose che apprezzo e condivido con il postfascista, ma che non credo siano utili alla formazione storica e politica). Essendo l’esimio vicepresidente un ex missino, dubito ne possa aver tratto giovamento. Sia per forma mentis (“sana in corpore sano”?) del personaggio sia per la risaputa scarsa dimestichezza con la Storia degli adepti alla poco gloriosa corrente politica cui il Rampelli appartiene. Confesso che, non conoscendolo personalmente (per fortuna!) magari faccio di ogni erba un FASCIO, ed invece il nostro risulta essere una mosca bianca in quel consesso di mosche nere. In tal caso chiedo anticipatamente venia all’illustre vicepresidente. Volevo qui solo fare un appunto a quanto detto (e da me condiviso al 99%!) dall’ex compagno Gianni. In realtà, a mio avviso, l’erede della tradizione fascista autore delle ridicole accuse all’esponente piddino avrebbe dovuto sciacquarsi abbondantemente la bocca prima di aprirla indebitamente non solo per quanto ricordato da Cuperlo allo smemorato Rampelli. E cioè le politiche persecutorie del fascismo (e, non scordiamolo, di tutto il nazionalismo sciovinista italiano, anche non esplicitamente fascista) nei confronti di sloveni e croati nei territori occupati dagli italiani tra il 1918 e il 1941; o le politiche genocide effettuate da fascisti, prima monarchici e poi repubblichini, e Regio Esercito nei confronti degli jugoslavi tra il 1941 e il 1945. Ma, e qui so che susciterò scandalo, persino per i relativamente pochi fascisti e italiani che subirono la limitata vendetta jugoslava nell’estate 1943 e nella primavera del 1945. In che senso, direte voi? Nel senso che, alla radice di questa nemesi, più che i concetti della lotta di classe e del socialismo internazionalista (che teoricamente erano all’origine del Partito Comunista Jugoslavo) c’erano i concetti, tanto cari ai sodali del signor Rampelli, di patria, nazione, etnia e altro ciarpame ideologico consimile. Certo, per Tito e compagni (anche grazie all’abbandono quasi completo dell’internazionalismo proletario in seguito alla controrivoluzione staliniana di cui Tito fu, al di là delle positive rotture post 1948, convinto sostenitore) fu molto più facile utilizzare la retorica della “liberazione nazionale dall’invasore straniero” invece del difficile percorso che passava per la coscienza di classe e il pensiero marxista. Soprattutto quando si ha a che fare con masse di contadini incolti invece che con avanzati reparti della classe operaia delle grandi fabbriche, per fare un esempio, di Torino, di Milano o di Genova. E, una volta suscitato (o per lo meno contribuito a riattizzare) il mostro del nazionalismo, per quanto di “popoli oppressi”, sperando di piegarlo ai più nobili scopi della liberazione sociale, non è detto che si riesca a controllarne gli inevitabili eccessi. Per cui l’ex missino non solo ha la trave nell’occhio, mentre guarda la pagliuzza in quello dell’altro, ma è, in senso lato, ideologico e filosofico, responsabile in gran parte pure della pagliuzza del nazionalismo altrui. Ah, Rampelli, quando sarai sulla tua barca a vela, fai come il sottoscritto e portati qualche libro di storia serio.

Flavio Guidi


Scopri di più da Brescia Anticapitalista

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.