Riprendiamo dal blog Refrattario l’articolo di Fabrizio Burattini
Alcune persone a cui sono legato da profondi legami personali e di affetto mi hanno invitato a leggere tardivamente un libro pubblicato in Francia giusto 10 anni fa sul quale mi piace condividere una serie di considerazioni, anche perché, nel corso della mia attività di solidarietà con la resistenza ucraina, ho avuto modo di frequentare numerose/i compagne/i di cultura anarchica.

L’anarchismo è un argomento spinoso per molti marxisti. Sappiamo che gli anarchici dovrebbero essere nostri alleati, ma tra noi e loro non corre buon sangue; sangue, direbbero gli anarchici, che è soprattutto il loro. Il libro Affinités révolutionnaires. Nos étoiles rouges et noires, scritto nel 2014 da due marxisti, Michael Löwy e Olivier Besancenot, mostra che questo modo di vedere la storia trascura molte connessioni tra le due tradizioni e, soprattutto, ci sono molte cose che noi marxisti dobbiamo imparare dall’anarchismo.
Evitare i luoghi comuni
Ci sono una serie di punti critici legati alle rappresentazioni dell’anarchismo nella cultura popolare e alla storia amara che i marxisti continuano a ripetere per giustificare i fallimenti della rivoluzione. Sia il termine “marxista” sia quello di “anarchico” vengono troppo spesso abusati in senso improprio per indicare, per esempio, il primo per etichettare chi ama una società irregimentata perché ritiene necessario dominare gli individui altrimenti incapaci di autogovernarsi (magari amando il “modello cinese”) o, nel caso del secondo termine, chi è insofferente verso l’autorità, ma perché è impregnato dell’ideologia individualistica liberale.
Un punto dolente più sostanziale è il cattivo esempio di numerosi movimenti anarchici e marxisti nel corso della storia. Il caso più “gettonato” per quel che riguarda gli anarchici è la partecipazione delle organizzazioni anarchiche al disastroso governo del “fronte popolare” in Spagna, che portò la leadership “libertaria” a chiedere a coloro che resistevano al fascismo di deporre le armi, provocando così una catastrofica sconfitta. Simmetricamente esistono fin troppi casi di marxisti (e non solo di stalinisti) che hanno fatto lo stesso tipo di cose quando si sono trovati di fronte alle opportunità e alle tentazioni del potere, mostrando che anche i marxisti, anche quelli delle “migliori famiglie”, molto spesso non imparano nulla dalla loro stessa storia.
Senza dimenticare l’accusa più seria che i marxisti rivolgono storicamente agli anarchici, in particolare riguardo al loro comportamento nei momenti critici della rivoluzione, quando è necessario un certo grado di disciplina, con gli anarchici, al contrario, troppo fissati sulla ribellione antiautoritaria e a rischio (più o meno concreto) di essere usati come quinta colonna dai controrivoluzionari.
Gli stessi trotskisti, depositari della sanguinosa lotta contro lo stalinismo, si sono storicamente allineati alla tesi della “difesa della rivoluzione” che vede l’anarchismo come una forza dirompente, ma al momento sbagliato, spesso dimenticando che il confronto democratico, pluralista e aperto è intrinseco alla lotta rivoluzionaria.
Una relazione complessa
Confondere l’anarchismo con l’amore per il caos e per la disorganizzazione è molto lontano dalla verità. Uno dei fondatori dell’anarchismo russo, Pëtr Alekseevič Kropotkin si occupava del modo in cui la solidarietà umana è incorporata nella nostra natura umana, mentre l’immagine liberale e ancor più neoliberale dell’essere umano mostra quest’ultimo intrinsecamente separato dagli altri, in competizione con gli altri, disposto a coordinarsi con qualcun altro solo se con lo scopo di guadagni a breve termine.
Kropotkin era in sintonia con la visione marxista di fondo dell’essere umano come “un insieme di relazioni sociali” (Marx). Non siamo nulla senza gli altri, senza le relazioni che ci rendono umani, e Kropotkin si spinge oltre, dimostrando che la nostra “natura animale” non è qualcosa che aspetta di esplodere in rivalità e caos, ma è essa stessa una fonte di attività cooperativa, di “mutuo soccorso”: la base stessa di una società comunista.
Ci sono innumerevoli altre connessioni teoriche tra anarchismo e marxismo che di fatto approfondiscono il rapporto tra le due tradizioni e spesso si sente parlare di questa connessione nelle conversazioni tra anarchici e marxisti nei giorni migliori, quando sono felici di concordare sul punto finale della lotta per porre fine al capitalismo, al patriarcato e alle molteplici forme di oppressione che ci legano all’autorità.
La preoccupazione principale del libro di Michael Löwy e Olivier Besancenot, che scrivono a partire da una tradizione politica, quella trotskista, che ha cercato di imparare dalle lotte degli oppressi e di mettere l’organizzazione democratica in primo piano nel suo lavoro, non è concettuale ma pratica.
Si ricordano alcuni teorici “ibridi” anarco-marxisti come Walter Benjamin, André Breton, Daniel Guérin, ma se guardiamo alla storia della lotta rivoluzionaria, vediamo evidenziato nel libro un legame politico pratico tra marxisti e anarchici.
C’è una storia di azioni congiunte che vanno dalla Prima Internazionale, in cui Marx e gli anarchici hanno discusso (e a volte bisticciato) a momenti di lotta congiunta (senza rimuovere i momenti di scontro interno), come nel caso già ricordato della guerra civile spagnola.
Non dimentichiamo il lavoro coraggioso di anarchici come Emma Goldman, colei che non voleva una rivoluzione in cui “non si potesse ballare”, che in realtà inizialmente sostenne la Rivoluzione russa del 1917, recandosi a Mosca per discutere con i bolscevichi.
Partecipò e parlò nel 1921 al funerale di Kropotkin, di fronte a 20.000 anarchici, funerale salutato dai colpi sulle sbarre nel momento in cui il corteo funebre passò di fronte alla prigione Butyrka, dove erano ammassati centinaia di prigionieri politici.
Nel corteo sfilavano bandiere nere e striscioni con slogan come “Dove c’è autorità, non c’è libertà”, “Gli anarchici chiedono di essere liberati dalla prigione del socialismo” e “La liberazione della classe operaia è compito degli stessi lavoratori”. La bara fu esposta per due giorni nella sala principale della Casa dei Sindacati, sulla cui entrata era esposto un enorme striscione che denunciava il governo bolscevico e la sua repressione.
Il funerale di Kropotkin nel febbraio 1921 fu l’ultima manifestazione libertaria di massa sotto un governo bolscevico. Dal mese successivo, nonostante che la guerra civile stava spegnendosi e l’Armata rossa aveva vinto su tutti i fronti, tutte le organizzazioni anarchiche furono messe al bando e i loro attivisti perseguitati e l’insurrezione dei marinai e del soviet di Kronstadt fu stroncata dalle truppe sovietiche.
Kronstadt
L’insurrezione di Kronstadt e la sua repressione da parte del nuovo stato sovietico nel 1921 sono indubbiamente gli eventi più controversi nel dibattito tra marxisti e anarchici.
La rivoluzione russa era riuscita a resistere alla criminale invasione da parte di ventuno eserciti inviati da quattordici diverse potenze capitalistiche, ma, con la giustificazione della guerra civile, aveva militarizzato l’apparato statale e i bolscevichi si erano posti con forza a capo del nuovo stato sovietico, basato sui consigli operai e soprattutto sul Partito comunista.
È in questo contesto che i marinai della fortezza di Kronstadt, marinai che avevano partecipato attivamente alla rivoluzione, avanzarono una richiesta chiave sulla prima pagina del loro giornale Izvestia, che era “Tutto il potere ai soviet, e non ai partiti!”.
Lenin tenne una relazione al decimo congresso del Partito comunista nel bel mezzo di questa rivolta, in cui bollò vergognosamente, occorre riconoscerlo con chiarezza, la ribellione di Kronstadt come controrivoluzione e “anarchismo piccolo-borghese”.
Trotsky non fu da meno e condannò anche lui i marinai. Questa difesa indiscriminata delle azioni dello stato sovietico nel sopprimere Kronstadt in nome della “difesa della rivoluzione russa” in quanto tale è stata poi riproposta negli anni, non solo, com’è ovvio, nella tradizione stalinista ma anche in quella trotskista. Fu considerata per decenni una “tragica necessità” da Trotsky e da molti dei suoi seguaci. Il libro lo dice solennemente: fu un “errore e un torto”.
La definizione di “tragica necessità” è stata una definizione ipocrita e furbesca per non dire che “in parole povere, la repressione di Kronstadt significava che, nei soviet, non c’era più posto per discutere liberamente il corso della rivoluzione” (è così che la considerano nel loro libro Michael Löwy e Olivier Besancenot). Il libro contiene considerazioni complesse, elementi su cui lavorare per un’azione comune tra marxisti e anarchici, nonché esempi di liberazione e di buone pratiche rivoluzionarie.
Il messaggio generale del libro è che dobbiamo imparare dalla storia, invece di ripeterne gli errori, che marxisti e anarchici dovrebbero mettere da parte le grandi e tragiche incomprensioni (ne abbiamo citate due, come la Guerra di Spagna e la rivolta di Kronstadt) ma anche ancor più le piccole dispute, per lavorare insieme, capitalizzando le innegabili affinità, che devono diventare la nostra forza collettiva, per combinare potenti ma diverse energie di rivolta con lo scopo di realizzare effettivamente ciò che gli attivisti di entrambe le tradizioni hanno sempre voluto fare, cambiare il mondo.
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https://www.labottegadelbarbieri.org/russia-schiacciata-la-quarta-rivoluzione/
un contributo frutto dell’ulitima riesumazione
GS
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A proposito del binomio marxismo-libertario, per me un ossimoro,
opterei almeno per socialismo-libertario.
Suvvia compagni, si puo’ essere
Socialisti senza per forza essere Marxisti, tanto meno il definirsi Leninisti, maoisti, trotskisti.. stalinisti.
(messaggio ai pochi).
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Beh, Orso, non mettere tutti i marxisti nello stesso mazzo. Ammesso che stalinisti e maoisti possano essere definiti marxisti. Povero Carletto!
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Gia’… Il padre e nonno, creatore del mazzo……
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