Con le Conclusioni termina la traduzione dal catalano del bel libro del compagno Rolando. Al di là degli aspetti più propriamente legati alla situazione catalana e spagnola, un testo che parla anche alla società italiana, o per lo meno a quella parte che ancora si riconosce nei valori della sinistra (più o meno rivoluzionaria), ma che spesso ha perso per strada, per un malinteso senso di “solidarietà” di tipo “protettivo” (dimenticando la famosa frase di Marx riguardo all’emancipazione degli sfruttati), molti dei valori che, a partire dalla rivoluzione francese, passando per le barricate del 1848, la Comune di Parigi, i soviet russi, fino al “gioioso maggio” del ’68, hanno costituito il progetto di liberazione umana che alcuni di noi continuano a chiamare COMUNISMO.
Flavio Guidi
Conclusioni
Accogliere la diversità, lottando contro la discriminazione basata sull’appartenenza etnica, nazionale, religiosa o di genere, per non conformarsi ai modelli maggioritari, è uno dei pilastri della cultura di emancipazione.
Confondere la critica all’islamismo politico (inteso come movimento o corpus di idee e pratiche portatore di un progetto politico e sociale basato su una certa interpretazione della religione), con l’attacco al mondo musulmano nel suo insieme, non fa altro che rafforzare il clima di confusione alimentato da neofascismi identitari su tutti i fronti, offuscando, declassando o distruggendo completamente i principi che modellano la nostra identità ribelle e libertaria.
È urgente ritrovare la coerenza:
Mettere al centro delle nostre analisi e riflessioni il concetto di classe che, in una società multietnica, viene sostituito da quello di comunità: i nostri interlocutori devono essere lavoratori, poveri, individui e gruppi critici, non comunità interclassiste dove si mescolano gli sfruttatori e sfruttati, i repressori e i repressi.
Ricordando che la lotta per i diritti esige che siano universali: il fatto che alcune religioni possano condizionare aspetti della vita collettiva attraverso un trattamento speciale, giuridico o economico, è un privilegio, non un diritto. Il che finisce per creare ulteriori situazioni di ingiustizia e tensioni alla base delle società.
Fermare la raffica di insulti verso le femministe “bianche” e spiegare in cosa consistono i femminismi della diversità, nello specifico, in questo caso, quello islamico. Ricordando che milioni di donne nel mondo (e anche nei nostri quartieri) sono oppresse anche da un insieme di credenze e tradizioni fortemente patriarcali: è giusto affermare che una donna può indossare il burka sulla spiaggia di Lloret se lo desidera, ma riservando la nostra solidarietà militante ai movimenti internazionali delle donne (musulmane) contro l’obbligo del velo e altri segni di sottomissione.
Promuovere la laicità intesa come garanzia della libertà di culto nella sfera privata, che non significa rinchiudersi in casa, ma semplicemente rinunciare ad ogni pretesa di condizionamento dello spazio e delle relazioni sociali collettive: niente di preferenziale o di trattamento speciale per specificità, presunte o reali.
Difendere, con quella di culto, tutte le libertà, come quella di opinione e di espressione, compresa ovviamente quella di insultare e ridicolizzare chi ti insulta e ti stigmatizza da visioni di presunta superiorità morale. Il rispetto tra i membri di una società può vivere solo in un ambito di reciprocità ed è ipocrita pretenderlo per la propria visione di fede mentre si tratta l’altro come un infedele o un ingrato (o una persona che è la negazione di ciò che un essere umano deve o dovrebbe essere).
Opponendo al sentimento di carità o di compassione, quello di solidarietà. E al concetto di elemosina quello di giustizia.
Dovremmo impegnarci nella lotta affinché venga riconosciuto il diritto d’asilo ai rifugiati che gli Stati europei trattano in modo così infame. Una lotta che implica la disobbedienza e la tessitura di reti di sostegno, nonché la ripresa di un compito che abbiamo abbandonato da tempo nelle mani delle ONG e simili: l’internazionalismo. Fatta eccezione per poche iniziative, la ricerca di collegamenti con i movimenti delle primavere arabe, con la lotta del Rojava, con la rivolta in Turchia è stata scarsa e talvolta sottilmente (o non così sottilmente) messa in discussione dai settori che sostengono l’Islam politico, tutti nascondendo il ruolo manipolativo e opportunistico prima, e apertamente repressivo poi, che le organizzazioni islamiste hanno svolto in queste mobilitazioni. Eppure in Siria, Egitto, Turchia, Marocco, Algeria sono tante le persone che vivono e lottano, a volte, tra la morsa di regimi dittatoriali e correnti islamofasciste, e che lo fanno in nome di principi che sono anche i nostri: uguaglianza, giustizia, libertà, rispetto per l’ambiente.
Gli aiuti diretti ai movimenti – Rojava, Rif, opposizione turca – che offrono, in situazioni estremamente difficili, proposte innovative, coraggiose e altamente emancipatorie dovrebbero essere collegati a un rinnovato antimilitarismo e antimperialismo, che tenga conto della moltiplicazione degli attori globali o regionali che attuano politiche di aggressione nei confronti dei popoli e del territorio. E questo nell’ambito di una strategia che cerca di recuperare alcuni principi del già vecchio movimento anti-globalizzazione (a partire dallo slogan “pensiamo globalmente, agiamo localmente”). È imperativo, ad esempio, porre fine allo spettacolo sorprendente dei rapporti tra le monarchie spagnola e saudita, dove la prima svolge il ruolo di commissario facilitando un enorme commercio di armi che l’oligarchia criminale del Golfo utilizza per alimentare diversi conflitti, e denunciare allo stesso tempo il ruolo sussidiario delle organizzazioni sindacali e la loro difesa dell’industria degli armamenti.
E infine dobbiamo recuperare l’idea e la pratica dell’antifascismo come opposizione attiva e militante al dilagare di posizioni totalitarie nelle società in cui viviamo. Ho già commentato la banalizzazione del concetto da parte di organizzazioni “specializzate” che approfittano dell’onda mediatica per dirigere l’attenzione collettiva contro i razzisti trogloditi o i nazisti da manuale. Oggi e qui, oltre a ciò (un antifascismo militante sarà sempre necessario contro i teppisti e le forze d’urto neonaziste), dobbiamo affrontare sia le connotazioni franchiste di settori dello Stato, sia il fenomeno della diffusione, tra settori della gioventù migranti o figli della migrazione, di un discorso di separazione e di odio (con manifestazioni di simpatia o sostegno allo Stato Islamico, fino all’ideazione ed esecuzione di massacri di civili).
Il fatto che la maggioranza, anzi la stragrande maggioranza dei settori islamici radicali non eserciti alcun tipo di violenza non significa che non si debba combatterla su terreno ideologico: la stragrande maggioranza dei fascisti non sono né assassini né torturatori, di questi ce ne trovano sempre, ma solo persone che giustificano, scusano, acondividono ideologicamente e proteggono assassini e torturatori. Oggi l’antifascismo non può ignorare questa realtà e ancor meno nasconderla, come spesso fa tollerando e addirittura incoraggiando la presenza nelle manifestazioni antirazziste di gruppi di giovani che scandiscono slogan contro gli ebrei e gli infedeli, ricordando ai propri e agli estranei che Allah è grande (e, a volte, che il re del Marocco è “stupido”fico”). Né si può ignorare che, oltre all’emarginazione e alla stigmatizzazione sperimentate nei quartieri di immigrazione, la popolazione vulnerabile – spesso donne e bambini – soffre anche delle pressioni del controllo che i settori fondamentalisti esercitano o cercano di esercitare quotidianamente dei membri della “loro comunità”.
Di fronte alla costruzione, con congressi, articoli, conferenze, eventi, commenti, libri e mostre, del fantasma dell’islamofobia, recuperiamo la nostra identità, i valori che ci appartengono, rifiutiamo le concettualizzazioni imposte dai troni accademici, facciamo militante antifascismo, senza discriminazioni basate sull’origine etnica o religiosa, contro tutti i difensori di soluzioni totalitarie.
E soprattutto, non lasciamo che l’arroganza di pochi suprematisti bianchi illuminati, dalla cattiva coscienza e dalla facile condanna, ci sprofondi nelle paludi del pensiero liquido, facendoci accettare come inevitabili o addirittura auspicabili tanto i nuovi apartheid del comunitarismo quanto l’avvicinarsi alla guerra di civiltà, alimentando l’idea, falsa, dell’esistenza di un’unica società musulmana che va rispettata in tutte le sue manifestazioni, per quanto oscurantiste siano.
Qualcuno un giorno mi ha detto che criticando i settori islamici “non li faremo cambiare”: è verissimo, ma forse la nostra funzione dovrebbe essere quella di spiegare a questi stessi settori che con il loro vittimismo provocatorio o con i loro discorsi di odio, non faranno cambiare le nostre società, se non nel senso di esacerbarne i settori più reazionari e xenofobi… ma forse è proprio questo il loro obiettivo. Che ovviamente non può essere il nostro.
Fine
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