Continuiamo la pubblicazione del libro (tradotto dal catalano da F. Guidi) “El fantasma de la Islamofòbia” di Rolando d’Alessandro. Cogliamo l’occasione della 9a parte per preannunciare la prossima presentazione del libro alla presenza dell’autore, probabilmente nei primi giorni di febbraio, qui a Brescia. Ovviamente data e luogo verranno pubblicizzati quando avremo la certezza dell’evento.

Incoerenze e ipocrisia

Il cinismo è una caratteristica marcata delle tre grandi famiglie monoteiste, e la corrente politica che stiamo descrivendo, con la sua leadership che mescola arroganza e disprezzo per ogni coerenza, ne è stata profondamente permeata: nel mondo islamico non esistono tendenze, sette, correnti, regimi reazionari, oscurantisti, patriarcali. Se un gruppo o un governo fa cose cattive come impiccare omosessuali o vendere schiavi, dovrebbe semplicemente essere definito un gruppo cattivo che fa cose cattive e sottolineare che non è musulmano, anche se si inginocchia 5 volte al giorno, non mangia carne di maiale, ha moschee con minareti come quelle che vorrebbe l’imam di Nizza e recita versetti del Corano a suo piacimento. La religione e la ferocia sono cose che riguardano solo gli ebrei sionisti o i cristiani del Ku Klux Klan, dell’Opus Dei e dei Guerrilleros de Cristo Rey. E ovviamente da laici corrotti e oppressivi come il dittatore siriano.
Lo Stato Islamico, che per due anni ha occupato un territorio più vasto di Israele e con più popolazione, Al Qaeda, Boko Haram, Al Shabab, Talebani, Arabia Saudita, Qatar, Iran, Turchia, i Salafiti, i Fratelli Musulmani con l’Islam non hanno nulla a che fare con l’Islam, sono solo delinquenti, tradizionalisti, governi autoritari… un assortimento di indesiderabili di cui è meglio non parlare…
Due pesi e due misure. Durante una delle ultime aggressioni dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza, con il conseguente massacro della popolazione civile, è circolata sulle reti una notizia: nei Paesi Bassi, una donna ebrea di quasi 90 anni stava male e suo figlio ha chiamato il medico di guardia. Questi, sentito il nome e il quartiere dove viveva la vecchia, rispose di andare a farsi curare a Gaza. Ho letto l’aneddoto sulle “bacheche” di noti militanti filo-palestinesi e i commenti erano da lasciar perdere.
Diciamo che i più miti attribuivano tutta la colpa del clima di antigiudaismo che si respirava in Europa alle politiche dello Stato di Israele (opinione che tendo a condividere fortemente), ma erano molti a sostenere che finché la grande maggioranza degli ebrei in tutto il mondo non si sarà espressa apertamente contro il colonialismo sionista dovevano essere considerati corresponsabili. Non sono mancati anche i commenti apertamente razzisti che, seppure piuttosto numerosi, non hanno suscitato alcuna reazione di scandalo o di rifiuto.
Pochi, pochissimi hanno sottolineato che era assurdo considerare a priori una vecchia complice di uno Stato omicida per il semplice fatto di appartenere ad un gruppo etnico o ad una religione.
Con la nascita dello Stato Islamico e l’arrivo del terrorismo fondamentalista in Europa, gli stessi settori hanno fatto una svolta di 180º nel loro discorso: nessun musulmano dovrebbe manifestare per denunciare le atrocità e gli attacchi perpetrati da questi gruppi!
Scusate? Che disegnino un’immagine del profeta in una rivista di infedeli è scandaloso e merita dimostrazioni, con corollari di chiese incendiate e suore linciate, ma che torturino e uccidano innocenti in nome del tuo amato Dio non è tua responsabilità? Che il nome del profeta presiede alle torture e alle oppressioni ti lascia indifferente? Oh, che somiglianza con la classica figura del prete che predica la pace e benedice le armi che vanno in guerra!
Questo tipo di indignazione “stop and go” sì che crea l’islamofobia, dico io.
Non dobbiamo dimenticare, infatti, che in questo mondo, per quanto riguarda la diffusione delle idee e delle realtà, le cose sono cambiate. Non siamo più nell’era in cui i media onnipotenti ti dicevano quello che volevano su certi fatti, tacendo, enfatizzando, evidenziando o mentendo. In altre parole, lo fanno ancora, ma non sono più soli. La rete è piena.
Non c’è bisogno che nessun giornalista perda tempo a creare montaggi per mostrare al mondo le atrocità commesse dai barbuti: sono i barbuti stessi a registrarle con professionalità eichmanniana e a diffonderle con l’efficacia di esperti di marketing del terrore. Non c’è bisogno che un televisore abbia una telecamera nascosta per catturare le buffonate che un imam può dire alla sua congregazione inglese: sono i fedeli stessi a condividerle online. Né si dovrebbe fare una descrizione esaustiva delle esecuzioni in applicazione della Sharia in Iran, Arabia Saudita o in qualunque altro Paese dove la legge è questa: sono stati gli stessi carnefici protagonisti a diffondere le immagini.
Chiunque può ritrovarsi a navigare con discorsi di imam – pagati dall’Arabia Saudita o simili – su infedeli, punizioni corporali, donne, omosessuali da far rizzare i capelli. Oppure convegni in sale piene di giovani europei che applaudono alle condanne della mescolanza tra i sessi. O immagini di donne lapidate. O opinioni di “uomini saggi” che promuovono il disprezzo per i diritti umani fondamentali. Chiunque può vedere le celebrazioni pubbliche per l’omicidio dei fumettisti. Oppure le foto di bambine di 6 anni in niqab (pezzo creato per proteggere chi lo indossa dal desiderio sessuale) diffuse da genitori orgogliosi. Chiunque può leggere le fatwa contro gli scrittori. O ascoltare le dichiarazioni di persone che sostengono che le società europee devono adattarsi alla loro fede. Oppure entra in forum dove dozzine di cittadini francesi discutono seriamente se un apostata merita la morte civile o fisica.
Pertanto, stando così le cose, penso che la conclusione razionale, logica e giusta sia che i principali artefici dell’islamofobia, intesa come rifiuto di un’interpretazione religiosa che quando va bene difende le barbarie (im)morali e quando va male autentici film dell’orrore, non sono più i media occidentali, ma la vasta panoplia di fedeli musulmani che interpretano come interpretano la loro fede.
Tutti questi creatori di islamofobia, che hanno in comune il considerarsi gli unici rappresentanti del vero Islam, trovano il gradito consenso della nostra destra europea, poiché semplificano enormemente l’operazione di costruzione di un nemico chiaramente identificabile e odioso sulla pelle di un gruppo sociale ben separato dal tutto.
E non si capisce che tutte le brave persone preoccupate per un possibile aumento di sentimenti di rifiuto che finiscono per colpire l’intera comunità musulmana, vista come un insieme di pazzi ossessionati dall’osservanza scrupolosa di un’infinità di gesti stereotipati, sprechino così pochi sforzi per denunciare il costante dirottamento di una religione che conta così tanti milioni di seguaci da parte di una minoranza – seppur consistente – di fondamentalisti.
Ma torniamo al cinismo e all’ipocrisia: un paladino dei Fratelli Musulmani una volta mi chiese, in tono beffardo, a quale genocidio mi riferissi quando parlavo del conflitto in Medio Oriente. Risposi che, oltre alla Palestina, altri popoli della regione erano minacciati di scomparsa a causa della pulizia etnica, come era accaduto un secolo fa con la popolazione cristiana armena: assiri, caldei, cristiani, yazidi.
L’uomo ha ribattuto che la questione delle minoranze è sempre stata la scusa dell’Occidente per intervenire nella regione.
Avete capito bene, ragazze vendute come schiave, giovani decapitati perché vi considerano “adoratori del diavolo”, discendenti di culture millenarie che avevano la mala sorte di non convertirsi alla vera fede, copti che vi bruciano nelle chiese: siete una scusa per l’Occidente imperialista!

Manifestazione di neri davanti alla sede dell’Unione Europea. Si è concentrata come reazione alle informazioni sulla tratta degli schiavi scoperta in Libia. Prende la parola un rappresentante (unico maghrebino presente) del consolato marocchino per sottolineare che il suo Paese ha inviato aerei da trasporto per salvare i profughi. Non una parola, ovviamente, sulla responsabilità istituzionale e sociale dei paesi della regione, intrisi di razzismo. In effetti, la questione della schiavitù è emblematica di questo costante esercizio di manicheismo: tutti sanno che esisteva una rotta atlantica che vedeva protagonisti i paesi europei (e gli imprenditori catalani) nella tratta degli schiavi. Migliaia di articoli, libri, film hanno raccontato le atrocità commesse contro milioni di persone. Questo crimine contro l’umanità è giustamente considerato uno dei peggiori peccati originali del moderno sistema economico e sociale occidentale. In cambio quasi nessuno sa dell’esistenza di un’altra via della tratta degli schiavi, quella orientale o araba.

Vittorio Arrigoni. Giovane italiano che vive in Palestina e mette il suo corpo e la sua vita al servizio della causa di quel popolo contro il colonialismo israeliano. Agisce come uno scudo umano, lavora in programmi di aiuto, condivide paure e sofferenze con le persone nei loro quartieri assediati. Un giorno viene rapito da un gruppo di salafiti. Lo accusano di diffondere, con la sua presenza, il virus dei costumi occidentali corrotti. Lo condannano a morte. Lo impiccano, registrando la sua agonia. Lo uccidono perché è diverso. Hamas trova i colpevoli, ha tutto l’interesse in questo nei confronti dei tanti sostenitori occidentali della causa palestinese. Non li giustizia, come fa molto facilmente quando l’accusa è di complicità, vera o presunta, con Israele, ma li condanna all’ergastolo. Qualche anno dopo la pena viene ridotta a 10 anni. E dopo poco si scopre che sono tutti fuori, alcuni per chissà quale “errore amministrativo”. Il comportamento di Hamas ha la sua eco a Barcellona, ​​dove un gruppo di italiani indice un comizio in omaggio a Vittorio: in Plaça Sant Jaume, con le nostre candele siamo dieci “connazionali” più due ragazze che avevano conosciuto il compagno assassinato . Nessun altro. Era stato ucciso da quelli “sbagliati”, quindi non meritava nemmeno l’ultimo riconoscimento da parte dei collettivi e delle associazioni di solidarietà alla causa palestinese presenti in città.

Della stessa ipocrisia sono vittime anche i palestinesi, martiri quando vengono assassinati da Israele ed esseri da rendere invisibili quando i loro carnefici sono giordani (Settembre Nero si riferisce al massacro dei profughi palestinesi da parte delle truppe beduine del re di Giordania), militanti dello Stato Islamico o “ribelli moderati” contrari ad Al Assad: sono stato insultato e accusato di diffondere propaganda pro-Assad sui social media per aver pubblicato e denunciato l’uccisione di un bambino palestinese da parte di membri di una delle milizie “buone”.

XII Forum contro la violenza di genere. Agiamo contro i femminicidi!… Sembra bello: guardo il programma e vedo che parlerà di femminicidi globali e locali, ma anche di mondo del lavoro, associazioni e autodifesa femminista. Ci sono donne latinoamericane e palestinesi che parlano della violenza dello stato di polizia israeliano, molte analisi della situazione qui e delle molteplici violenze di genere che affliggono i gruppi vulnerabili. C’è anche una tabella sull’islamofobia e su come ne soffrono le donne. Veramente buono. Continuo a cercare, per vedere se esiste qualche tavolo dove si parli della violenza che le donne subiscono in tutto il mondo per motivi religiosi. Beh, non riesco a trovare nulla. Né devono aver trovato curde del Rojava venute a parlare del loro movimento femminista… Le uniche rappresentanti della cultura musulmana, preferibilmente velate, nel Forum femminista sono quindi donne che parlano dei loro problemi, vale a dire: 1) islamofobia di chi si oppone all’uso del velo e 2) all’oppressione dello Stato di Israele. I curdi bruciati vivi o lapidati, la signora decapitata perché non era abbastanza coperta, le adultere giustiziate, le ragazze ridotte in schiavitù o sposate con la forza, quelle costrette a lavorare nei laboratori che riforniscono per quattro soldi le grandi marche del Marocco, quelle sfruttate come servitù nei Paesi del Golfo non sono, a quanto pare, femminicidi o violenze contro le donne degni di nota: nel mondo islamico non esiste un’oppressione patriarcale, e se c’è è una questione di tradizioni (che con la religione non c’entrano nulla).

Di più: sito dedicato a sfatare le bugie islamofobe che circolano sul web. Parlando di un caso di lapidazione, lo sfatatore della bufala religiosa, utilizzando il linguaggio Seré, ha spiegato che si tratta di pratiche anacronistiche destinate a scomparire progressivamente.
Tralasciando che si sbagliava di grosso nelle sue previsioni (questo accadde qualche anno fa, prima della comparsa dello Stato Islamico e di altri mattatoi) io, che sono strano, provo ad immaginare la reazione che le persone avrebbero di fronte ad un caso di omicidio sessista basato su 40 coltellate, qualcuno ha commentato che si tratta di episodi di violenza anacronistica destinati a scomparire… Tranquilli, gente! Molto bene, continuiamo.
Una delle femministe relativiste: in un messaggio al collettivo di cui faccio parte uso un aggettivo infelice riferendomi ad alcune colleghe. C’è chi si indigna e riversa su di me una valanga di insulti e l’accusa di essere perpetuatore di concettualizzazioni patriarcali della donna. Insomma, un fottuto sessista. Qualche settimana dopo, un’associazione di pakistani con cui avremmo dovuto incontrarci ci suggerisce, per bocca del contatto, che non ci siano donne nella nostra delegazione. “Vedrai che casino!” penso. E mi sbaglio. La femminista tace, anch’io, anche se muoio dalla voglia di chiedere spiegazioni per questa discriminazione, visto che anch’io provengo da un ambito culturale – geografico, generazionale, sociale – molto, molto diverso da quello degli universitari nati o dei residenti in città . Voglia di ricordare ai nostri relativisti asimmetrici o discontinui che in molte città e quartieri del nostro ambiente immediato domina il patriarcato. E non capisco perché alcune culture meritino tolleranza e altre no. La parolaccia che avevo usato, peraltro, è stata: “tranquille”.


Diagnosi

Questo amalgama di convertiti, postfemministi, relativisti spesso si prodiga a spiegare il motivo del nostro laicismo fondamentalista, della nostra incomprensione delle differenze che ci portano a essere ignominiosamente islamofobi, e lo fanno con una serie di concetti che non sono sempre facili da digerire come la bianchezza, la razzializzazione, il neocoloniale, l’intersezionalità, lo xenorazzismo, la co-configurazione, la co-articolazione, l’entificazione, il plusvalore psichico, l’uomo meso-relazionale, nativo-razzialmente dominante, la struttura autoevidente, socio-stratificata, di relazioni di privilegio, pratiche “incarnate”, microinerzia relazionale, alterazione, patrimonio sociale. Credo di aver capito che nel mio caso specifico potremmo trovarci di fronte a una “forma grave di suprematismo bianco con esplosioni di acuto eurocentrismo”.
Diciamo la verità: l’aggettivo Eurocentrico indica quella persona o idea che guarda e interpreta il mondo a partire dal sistema europeo di valori e abitudini politiche, culturali, economiche e gastronomiche. Io, che ho letto anche quattro cose di Lévi-Strauss e ho trascorso due terzi della mia vita in ambienti che non mi erano familiari, trovo sciocco applicare lo stesso concetto agli ideologi del vecchio e del nuovo imperialismo e a chi tenta di leggere realtà diverse utilizzando gli strumenti cognitivi ricevuti nel quadro socio-culturale e geografico in cui è nato.
Tanto per cominciare, il meccanismo di approccio a realtà diverse dalla propria è lo stesso qui e ovunque, per la semplice ragione che tutti gli esseri umani hanno una mente e un cervello e meccanismi di apprendimento se non identici, per lo meno simili: fin dall’infanzia l’ambiente in cui viviamo condiziona la formazione di una specifica visione del mondo, linguaggio incluso. Il fatto di farne una barriera o uno strumento per avvicinarsi ad altre visioni del mondo dipenderà da molti fattori, proprio come accade con la lingua: la letteratura universale è tale (universale) proprio grazie alle traduzioni, cioè alle interpretazioni in lingue diverse delle opere originali. Qualcuno definirebbe catalano-centrico il lettore e traduttore di Manresa di un romanzo in urdu o singalese?

C’è chi sostiene che la storia della nostra civiltà sia segnata da una sorta di peccato originale imperialista, come testimonia la voglia di conquista e di espansione, dai Greci dell’Iliade a oggi. Si potrebbe ribattere che essa è segnata anche dalla resistenza alle invasioni straniere (persiani, unni, mongoli, arabi e, nel Mediterraneo, tutte le popolazioni settentrionali).
L’Europa, d’altro canto, è una costruzione molto artificiale. Il Mediterraneo ha poco in comune con il Nord. Gli italiani non capiscono come i greci e i francesi possano chiamare caffè gli infusi che servono nei loro bar. La gente dei villaggi non vive come quella delle città. Le famiglie di La Mina* condividono solo la carta d’identità e un po’ di lingua con quelle di Pedralbes**. E, soprattutto, i settori che da generazioni lottano contro le classi e gli apparati dominanti non hanno nemmeno la stessa visione del mondo e della vita che hanno i loro governanti. Quali sarebbero allora questi valori europei che avrebbero condiviso dominati e dominanti, zingari e gagè, rivoluzionari e poliziotti, spagnoli e tedeschi, atei e cristiani?
I petulanti denunciatori dell’eurocentrismo vi si oppongono, immagino, con il loro cosmopolitismo. E qui è il momento di fare una piccola riflessione: se c’è una caratteristica comune a tutti gli imperialismi, moderni e antichi, è proprio una sorta di universalismo perverso. Il che si traduce sia in un disprezzo ecumenico per le identità non esotiche, sia in una mancanza di principi assoluti, al di fuori della conquista e del mantenimento del potere e del massimo profitto (materiale, politico, sociale).
Ed è questa la caratteristica che spesso esibiscono i cosmopoliti puri e duri. Vale a dire i figli e le figlie di quella piccola e media borghesia europea, occidentale ma anche africana e latinoamericana o asiatica (in questi casi piuttosto media o alta borghesia) che hanno viaggiato per studio, turismo o lavoro (nelle ONG o nelle multinazionali, o entrambi), che hanno titoli universitari e dottorati e master e che hanno letto quattro cose e che vivono nella convinzione che parlare inglese e avere sconti su qualche compagnia aerea dia loro una capacità superiore di comprendere il mondo, cosa che già li pone non a un punto specifico del globo, ma ad un’altezza sufficiente per poter cogliere tutto a colpo d’occhio.
E qui mi azzardo a fare una breve rassegna del conglomerato di attori che hanno fatto dell’islamofobia, intesa a loro modo, il pericolo numero uno delle nostre società.
Membri di una sinistra di origine piccolo-borghese che riempiono di questo timore l’assenza di un progetto politico o di una proposta culturale coerente; barettini antifascisti e antirazzisti che si dedicano a mettere insieme parodie di neonazisti, creando una nicchia di rilievo politico; professori che necessitano di un filone di ricerca dove non ci sia troppa concorrenza che gli permetta di farsi strada nella giungla universitaria; giornalisti sempre desiderosi di trovare qualche argomento originale; membri di ONG che devono aggiornare i loro rapporti di attività alla fine dell’anno; mediatori culturali che hanno bisogno dello scontro culturale per mantenere il proprio posto di lavoro. Vale a dire, in generale, quel tipo di persone che un tempo venivano chiamate “progressiste” e che, nella migliore delle ipotesi, hanno una solida base di moralità cristiana e, nella peggiore, il desiderio di farsi strada – politica o professionale – come esperti in qualcosa e che dispongono di strumenti, mezzi e spazi comunicativi sufficienti per propagare, fino a divenire egemonici (anche se, ovviamente, all’interno dell’apparato egemonico superiore), sostenendo tesi di dogmatismo e fanatismo e criminalizzando il dissenso.
In parte li capisco, capisco che le persone che si considerano privilegiate tendono ad accettare acriticamente i punti di vista di persone che sono o sembrano essere oppresse, soprattutto se sono outsider. Ma vorrei dire loro di non illudersi: che non tutti noi nel vecchio continente siamo privilegiati come loro, così come non tutti fuori dal continente sono come noi. E vorrei dire loro anche di imparare ad ascoltare, un esercizio che non significa ascoltare le urla di chi ha le casse, ma anche aprirsi ai sussurri, ai silenzi, alle urla ovattate di chi non ha le casse.

Come, ad esempio, le ragazze vittime dell’escissione, che è una pratica che non ha nulla a che vedere con l’islamismo radicale, ma con l’atteggiamento schizofrenico di alcuni sedicenti antisuprematisti bianchi.

Anni fa ho partecipato ad una giornata contro le mutilazioni sessuali femminili. C’erano insegnanti, poliziotti, assistenti sociali e un folto gruppo di donne africane di un’associazione con sede a Bruxelles. Il consenso è stato totale, ad eccezione di una ragazza che si è espressa accusando tutti di essere neocolonialisti, poiché secondo lei spetta solo alle donne colpite risolvere questi “presunti” conflitti. Con un eccesso di paternalismo e tolleranza, nessuno l’ha cacciata: si parlava di bambine di 7 anni e la stanza era piena di donne circoncise.

Questa tolleranza spiega anche in larga misura l’onnipresenza che il concetto di islamofobia ha raggiunto nel dibattito pubblico, spinto da un fronte composito dove si mescolano ideologi e lobby dell’Islam politico, governanti che trovano in esso uno strumento per distogliere l’attenzione dall’opinione pubblica dei rapporti di dominio che attraversano le nostre società, intellettuali e comunicatori del “politicamente corretto”.

Attori, tutti, a cui ben poco importa che questo impegno per il differenzialismo e il multiconfessionismo nelle nostre società possa produrre nuove tensioni, nuove guerre tra poveri, nuove situazioni di ingiustizia e disuguaglianza.

Disuguaglianze sì, perché dietro l’invocazione al rispetto delle differenze, si afferma come naturale e inalienabile il diritto di alcune religioni a influenzare e condizionare la sfera pubblica, mentre ad altre se ne nega l’esistenza (nella Spagna monarchica è il Ministero dell’Interno a decidere quale fede può essere professata e quale no). Alcuni potrebbero imporre ai macellai le loro pratiche di uccisione degli animali (halal e kosher), ad altri è vietato sacrificare i galli. Si riaffermano pregiudizi e stigmatizzazioni sociali nei confronti di atei, apostati, agnostici, con la pretesa di estendere la legge contro la blasfemia su scala globale.

Si stabiliscono nuove discriminazioni e si rafforzano vecchie discriminazioni basate sul dare uno status più elevato a motivazioni ispirate all’appartenenza religiosa rispetto a quelle di carattere etico (halal è serio, vegan no), estetico (indossare il chador a scuola è legittimo e rispettabile, “mostrare le mutandine” no), della tutela della libertà di opinione (insultare e minacciare i non credenti con punizioni sociali, divine e legali è gratuito, insultare le religioni è costoso).
L’oppressione di classe da parte del capitale o degli imprenditori “bianchi” (lo sfruttamento brutale degli immigrati nei nostri campi o nei nostri quartieri non suscita nemmeno un decimo dell’indignazione di un articolo contro il burkini) viene ignorata, così come quella interna alla “umma” (dove non sembrano esserci padroni né servi, né ricchi né poveri, né chi conta e chi non conta).

Il tutto condito da una ripugnante condiscendenza che nasconde un sentimento di superiorità culturale, sociale ed etnica: il musulmano viene trattato (di fatto assimilato al fondamentalista proprio grazie al meccanismo di qualificare come islamofoba ogni critica rivolta a una parte del mondo musulmano) come essere incapace dell’esercizio del libero arbitrio, di dare una diversa interpretazione di norme che consideriamo generalizzate e indiscutibili, e quindi identità e personalità negate. Gli viene negata la parola. Diventa oggetto delle interpretazioni di bianche e bianchi che scelgono sempre come esempio ciò che meglio si adatta alla loro visione snob dell’“altro”.

*Un quartiere popolare, abitato da molti gitani, di Barcellona

**Un quartiere della Barcellona borghese

[continua]


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