di Mónica Baltodano, ex comandante guerrillera della Rivoluzione sandinista del 1979, ricercatrice sociale e storica, da desinformemonos.org (per una sintetica biografia di Mònica Baltodano, vedi qui)
Repressione e politiche neoliberali

La dichiarazione rilasciata da un team del FMI nel novembre 2023, dopo aver concluso la sua missione ufficiale in Nicaragua, non solo approva il regime di Daniel Ortega per le sue elevate riserve internazionali lorde e le “politiche macroeconomiche prudenti”, ma anche per la conseguente crescita delle rimesse. Così, afferma allegramente: “Si prevede che le rimesse raggiungano circa il 28% del PIL entro la fine del 2023, raddoppiando il loro livello alla fine del 2021, trainate dal rapido aumento degli emigranti nicaraguensi”, migrazione che rappresenta oltre l’11% della popolazione, de-capitalizza la manodopera e il personale qualificato e disintegra le famiglie impoverite della nostra nazione.

Come è noto, il FMI è il principale gendarme del capitalismo mondiale, spada sui popoli e sulla loro sovranità, e la sua valutazione positiva della dittatura nicaraguense espone chiaramente la base su cui si fondano le politiche economiche di Ortega: il neoliberismo cannibale

Quasi nessuno dubita del carattere vendicativo e criminale di Ortega e Rosario Murillo, a partire dalla brutale repressione del 2018 e dall’installazione di un sistema di sorveglianza, incarcerazione, messa al bando, privazione della cittadinanza ed esproprio delle proprietà contro le organizzazioni e le persone che la pensano diversamente, ma la dichiarazione del FMI ci permette di sottolineare il carattere reazionario e di ultradestra dell’Orteguismo.

Questi tratti sono stati evidenti con la criminalizzazione dell’aborto terapeutico (nel 2006), attraverso un accordo con il cardinale controrivoluzionario Miguel Obando y Bravo, che gli ha permesso di controllare il Consiglio Supremo Elettorale attraverso Roberto Rivas, “protetto” di Obando; e anche quando ha avuto come vicepresidente uno dei capi della contra e principale collegamento con la CIA, Jaime Morales Carazo (2007-2011).

Il FMI fornisce lettere di garanzia del carattere neoliberale del regime di Ortega e spiega come ancora oggi – 17 anni dopo il suo ritorno al potere – i settori rilevanti del capitale nazionale e transnazionale continuino ad approfittarne per operare ed espandersi.

Il modello corporativo del Dialogo e del Consenso, ratificato nella riforma costituzionale del 2014 in aperta alleanza con il Consiglio Superiore dell’Impresa Privata (COSEP), ha permesso al grande capitale di ottenere enormi profitti nelle sue imprese, in cambio di voltarsi dall’altra parte di fronte alla repressione contro le femministe, le comunità indigene, il movimento contadino e gli oppositori in generale, e fingendo pazzia per gli abusi della Costituzione, della separazione dei poteri, dello stato di diritto e delle libertà in generale, abusi che sono stati commessi dal 2007.

È vero che dopo il 2018 c’è stata la rottura con il COSEP, la sua messa fuorilegge e quella di tutte le camere d’affari, preceduta dalla cattura di alcuni dei suoi leader. 

Queste misure sono state una risposta bestiale, tipica delle dittature, a quello che il regime vedeva come un tradimento del modello millantato, ma in pratica le basi di questo accordo continuano a funzionare, in particolare nel settore finanziario, energetico e minerario, delle agro-esportazioni e del commercio. 

Ortega ha imposto la logica su cui è stato inizialmente concordato questo consenso: “Voi fate affari e guadagnate, ma non vi immischiate nella politica. Lasciate fare a me”.

I dati economici dimostrano senza ombra di dubbio che Ortega, lungi dall’abbracciare il socialismo del XXI secolo, come gli oppositori di destra affermano mentendo con soddisfazione, ha abbracciato il capitalismo esistente nelle sue forme più brutali: lo sviluppismo estrattivista, la consegna delle ricchezze naturali al capitale straniero, lo sfruttamento della manodopera a basso costo, la mancanza di tutela dei diritti dei lavoratori, l’esternalizzazione e la deregolamentazione assoluta del mercato. Il tutto utilizzando la retorica populista, il controllo delle organizzazioni popolari e sindacali, cannibalizzando anche i propri seguaci.

Questo spiega perché, quando Ortega ha ripreso il governo, ha continuato a pagare ai banchieri milioni di dollari provenienti dai CENIS (Certificados Negociables de Inversión, ndt), obbligazioni emesse per sostenere i depositi dei risparmiatori dei fallimenti bancari fraudolenti del 2000 e che, secondo gli esperti, avrebbero dovuto essere oggetto di indagini. 

Aiuta anche a capire che già nel 2014 la redditività dei banchieri nicaraguensi era doppia rispetto alla media di quella di tutti i paesi della regione, e che continuava ad aumentare di anno in anno: 17,3% nel 2011; il 22,8% nel 2012; e il 24,8% nel 2013, e come la disuguaglianza sociale sia aumentata costantemente nel Nicaragua impoverito, con un numero di ultra-milionari superiore a quello di altri paesi centroamericani con PIL molto più alti. Nel 2020 c’erano 210 milionari che accumulavano più ricchezza di 6 milioni di nicaraguensi.

La crisi del 2018 è stata innescata dai tentativi di Ortega di aumentare la quota di previdenza sociale a carico dei datori di lavoro e dei lavoratori, una misura eminentemente neoliberista. La risposta indignata delle persone colpite è stata violentemente repressa e in soli tre giorni sono state uccise le prime 60 persone. 

Questi crimini hanno scatenato la rivolta popolare, che è stata stroncata con più di 355 morti e 2.000 feriti

Lo stato d’assedio de facto imposto da allora ha permesso a Ortega di dispiegare le sue politiche monetariste senza alcuna possibilità di resistenza organizzata da parte del popolo. Così, nel 2019 ha imposto la riforma della previdenza sociale, in modo ancora più brutale di quanto intendesse fare nel 2018

L’imposizione di un salario minimo da fame è peggiore di quello concordato con la COSEP. Le richieste dei lavoratori per i loro diritti sono state soffocate attraverso il terrore e la persecuzione e non c’è alcuna organizzazione che possa rappresentare le loro richieste.

Allo stesso modo, le comunità indigene sono vittime dell’esproprio delle loro terre in aree protette senza possibilità di resistenza; i prezzi del carburante e le tariffe dei servizi pubblici sono gestiti arbitrariamente per garantire i profitti dei gruppi privilegiati e della famiglia al potere; le tasse locali crescono in modo assurdo; i contadini languono senza credito e sono costretti a vendere le loro terre e a emigrare.

D’altra parte, i prezzi delle materie prime aumentano, ma le statistiche ufficiali non riportano alcuna inflazione; le concessioni minerarie vengono dispiegate senza che le organizzazioni ambientaliste possano protestare e le esportazioni d’oro aumentano a dismisura senza che nessuno sappia come; la corruzione dilaga senza che nessuno possa parlare. 

In altre parole, la dittatura serve chiaramente gli interessi della famiglia al potere, delle nuove e vecchie oligarchie e delle grandi transnazionali, in un contesto feroce di politiche neoliberali aggressive, come nel caso della dittatura di Pinochet.

Così, di recente hanno assestato un colpo ai lavoratori statali, decretando una disumana riduzione del trattamento di fine rapporto, facendo regredire decenni di un giusto diritto, in un paese con i salari più bassi del continente.

In Nicaragua è al potere una versione locale di Bolsonaro o forse di Milei, ma con una maschera di sinistra. Inoltre, con il controllo assoluto su esercito, polizia, Corte Suprema, parlamento, comuni, università, movimento studentesco, sindacati e con la leadership più in vista dell’opposizione privata della cittadinanza, in esilio o in carcere.

Il continuo appoggio del FMI per quasi due decenni spiega anche l’ambiguità con cui i governi del Nord globale operano – in realtà – nei confronti del Nicaragua, e rende ancora più vergognoso il silenzio complice o l’aperto sostegno di alcuni settori della sinistra.


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