“Dress code”


Ma il vero cavallo di battaglia dell’islamofilia occidentale è il cosiddetto “dress code”, insomma la questione dell’abbigliamento. Burkini, velo nelle scuole, burka o niqab. I divieti, le critiche e, più in generale, ogni atteggiamento che non sia una difesa feroce e variamente argomentata del diritto delle donne musulmane a vestirsi come vogliono e dove vogliono, sono considerati evidenti prove di islamofobia.
La base del ragionamento è: in Europa ognuno si veste come meglio crede e né lo Stato né la società interferiscono. Pertanto gli sguardi in strada, i commenti dispregiativi, le valutazioni e non diciamo i divieti sono solo ed esclusivamente frutto di pregiudizi e di una chiara volontà discriminatoria.
Ma… è così?
Un manipolo di consiglieri del Fronte nazionale francese, dopo l’attentato di Nizza (82 morti) approvano il divieto demagogico di indossare – per ragioni di ordine pubblico – indumenti che possano indicare adesione all’ideologia a cui si era ispirato l’assassino.
Vengono inflitte decine di multe e l’immagine della polizia che costringe una donna in burkini a spogliarsi sulla spiaggia di Nizza fa il giro del mondo. Le multe le paga un miliardario di origini algerine, la massima autorità giudiziaria francese invalida le ordinanze comunali con insolita rapidità. Il segretario generale dell’ONU interviene nella polemica condannando il divieto… E nonostante tutto, i rappresentanti delle associazioni che difendono il diritto di indossare abiti religiosi (islamici), sempre e ovunque si affrettano a denunciare l’islamofobia istituzionale, mediatica e sociale . Si citano casi di discriminazione nelle piscine (non so degli altri, nella mia, se mi buttassi in acqua vestito, o anche se indossassi una maglietta, probabilmente il bagnino mi prenderebbe e mi espellerebbe ipso facto) ). Ci sono interviste di donne che lamentano il fatto che non è loro permesso indossare il velo sul lavoro. Articoli di femministe islamiche denunciano il clima di sguardi e spesso di abusi in cui devono vivere le donne che professano la propria fede. Tutti denunciano umiliazioni, discriminazioni, persecuzioni.
Pur astraendo da un contesto che penalizza (socialmente, sul lavoro e anche giudiziariamente) tutto ciò che infrange alcune delle numerose convenzioni che regnano nella nostra società in materia di abbigliamento (penso alla persecuzione del nudismo, alla proibizione o alla criminalizzazione di alcuni capi di abbigliament , all’imposizione di altri in lavori di vario tipo). È così strano che un modo di vestire che risponde ai dettami di una religione susciti le stesse reazioni?
Ovviamente burka e niqab servono perfettamente per campagne volte a mettere a dura prova – da parte di alcuni fascisti – la vita sociale. Sono capi di abbigliamento che coprono tutto il corpo e il viso della donna. E i difensori dell’Islam radicale etichettano come ipocrita e xenofobo chiunque osi riferirsi ad esso in modo critico.
C’è chi ne parla (il burqa) come un’arma di liberazione delle donne che, in contesti sfavorevoli, risignificano questo simbolo per trarne un’utilità. L’utilità sta sostanzialmente nel fatto che in certi paesi non vengono stuprate o lapidate per strada. Io, da eurocentrico, considererei urgente il cambio di mentalità e di legislazione in questi paesi, piuttosto che elogiare un capo di abbigliamento che, comunque lo si guardi, non deve essere comodo.
C’è di più, si può parlare di discriminazione delle donne che indossano il velo e il burka? Magari nei quartieri popolari, ma non al Passeig de Gràcia, dove è frequente vedere donne coperte da viso a piedi entrare in gioiellerie e negozi di lusso… che qualcuno provi a farlo con una sciarpa sul viso!
Ma l’aspetto più incomprensibile (per me) di questi pronunciamenti burkófili di alcune femministe, ONGiste, accademiche e giornaliste di sinistra è che ignorano olimpicamente il coro di voci che, dal mondo musulmano, allertano sulla natura e sull’uso che viene fatto di questa simbologia da parte dei settori più oscurantisti.
Sì, perché sono centinaia, migliaia, le donne, intellettuali, femministe, artiste e lavoratrici che promuovono la campagna internazionale contro l’obbligo del velo islamico. Così come sono centinaia e migliaia gli atei, gli agnostici o i laici di cultura islamica che si oppongono a questa e ad altre manifestazioni dell’Islam politico. Sono centinaia e migliaia, compresi i religiosi musulmani, che criticano la “moda” del burka e del niqab e attribuiscono la sua estensione e difesa a una specifica intenzione politica di settori (ancora) minoritari che aspirano all’egemonia all’interno del variegato mondo islamico.
Il Congresso Musulmano del Canada ha chiesto direttamente la messa al bando di questi indumenti nel 2009. Sono già (vietati) nella Grande Moschea della Mecca, il luogo più sacro del mondo musulmano. In Egitto la massima autorità religiosa ha emesso una fatwa contro niqab e burka. L’imam di Nizza, mentre non si è astenuto dall’attribuire l’ondata di attentati terroristici al laicismo francese (colpevole di non adattarsi a una religione che non può conformarsi al quadro accettato dagli altri), ha condannato l’intrusione nella comunità dei credenti di questi elementi che non hanno nulla a che vedere con la propria tradizione. Opinione condivisa da Tareq Oubrou, imam di Bordeaux, francese di origine marocchina, anche lui convinto che non ci sia molto nei testi sacri che giustifichi l’uso del velo come precetto. La sua produzione e vendita sono state vietate in Marocco.

Scuola

Il campo dove si svolge un vero e proprio festival delle incoerenze è, però, quello del “diritto” a indossare simboli religiosi nelle scuole.
Qui, poiché non siamo un Paese aconfessionale, né laico, né qualcosa del genere, è il buon senso della comunità educativa nel suo insieme che ha in gran parte disinnescato le situazioni di tensione. Non che non ci provino, gli ineffabili anti-islamofobi, ma è difficile per loro montare campagne e generalizzare in un contesto così flessibile e tollerante.
Così, mentre si sforzano di introdurre nelle nostre scuole norme e regolamenti che sanciscono legalmente il diritto ai menù halal, all’educazione religiosa e a indossare simboli che identifichino i bambini come piccoli esseri credenti, si impegnano molto nel condannare e accusare il sistema francese della “cittadinanza”, in una sorta di attacco preventivo alla laicità dello Stato, affinché un giorno lo Stato spagnolo o la repubblica catalana scelgano di abbandonare l’intimo rapporto istituzionale con la chiesa o le chiese a favore di un vero modello aconfessionale.
E così ripetono tante volte quanto è necessario che la legge francese che vieta l’esposizione di simboli religiosi nelle scuole, al fine di garantire l’uguaglianza dei bambini in uno spazio comune libero da scontri per motivi di fede, è in realtà una misura islamofobica.
Non aiuta il fatto che la legge risalga al 1905, quando nell’Esagono non c’erano praticamente musulmani. Non fa alcuna differenza che la stessa regola venga applicata agli ebrei e ai cristiani, che sono stati infatti il ​​bersaglio della norma e che non hanno mai smesso di denunciare la cristianofobia e la giudeofobia dello Stato gallico. Né che siano molte le organizzazioni, religiose e laiche, della società franco-musulmana che sostengono questo principio di neutralità. O che la maggioranza sia del tutto indifferente. Non importa che ci siano ragazze che devono essere coperte perché così vuole il padre o lo zio o il fratello maggiore.
L’unica posizione, anche qui, da difendere sembra essere quella delle famiglie e del clero più integralisti o delle organizzazioni dell’Islam politico, di coloro che accettano con gioia affermazioni e principi che, in una rinnovata gerarchia di valori, se ne fregano altamente di quelli che noi abbiamo sempre difeso. Infatti, l’unico valore “occidentale” che i sostenitori del velo nelle scuole brandiscono e rivendicano è quello della libertà individuale. Applicato, sì, a fasi alterne: se la ragazza vuole indossare il chador va difeso il suo diritto di decidere, se è la famiglia a volerla velata allora è una questione culturale e viene meno il diritto alla libera scelta personale. In tutti i casi quello che va rispettato è il velo, non la ragazza.
In questa battaglia le femministe di tutta la vita ricevono appoggio (anche fisico, come è successo a un gruppo di Femen che ha osato interrompere un discorso di salafiti francesi sul rispetto che bisogna avere per le donne: si è visto che in questo caso concreto hanno concluso si poteva fare un’eccezione), sotto una raffica di accuse di eurocentrismo, classismo, neocolonialismo e così via. Va detto che ecumenicamente i nostri islamofili non fanno alcuna differenza tra professori occidentali, vignettisti algerini, scrittori iraniani, contadini pakistani o afghani: sono tutti islamofobi. Gli unici che si salvano dal rogo – per ora, qui, politico – sono coloro che praticano il femminismo islamico (che cerca nei testi sacri l’affermazione dell’uguaglianza tra uomini e donne, a loro auguro buona fortuna).
Personalmente mi stupisce la virulenza che può raggiungere tra settori della sinistra la difesa di un “vestito” che, come ogni cosa, va valorizzato per quello che significa in ogni contesto e per ogni persona: se è un capo fatto di tradizione, una moda, un gesto di protesta, un adattamento all’ambiente o una bandiera che annuncia l’appartenenza ad un certo ambito ideologico (che nega e perseguita tutto – o quasi – ciò che difendo).
In ogni caso, hanno il diritto di vestirsi come vogliono, qualunque sia la motivazione? Naturalmente, proprio come chiunque altro. Non sto sostenendo alcun tipo di divieto istituzionale. Ma penso che una sinistra coerente dovrebbe solo parlare e manifestare per il diritto di ognuno a vestirsi e svestirsi come e dove vuole, sempre e ovunque. Perché i diritti sono collettivi, universali oppure non sono diritti, ma privilegi.
E chiudo la sezione dress code con un’osservazione della mia collega, femminista della vecchia guardia: se è tradizione, perché gli uomini sono tutti vestiti all’occidentale, cioè freschi d’estate e se ne vedono così pochi con jellaba e babbucce? E se si tratta di religione: perché l’estrema modestia dovrebbe essere esclusivamente femminile?

[continua]


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