ISLAMOFOBIA

Doveva essere intorno al 1990, al “festival della diversità”: un mio amico marocchino mi racconta che lui e il suo gruppo hanno insistito affinché l’antisemitismo non fosse menzionato nel manifesto unitario, poiché secondo lui i termini razzismo e xenofobia comprendono già ogni forma di discriminazione e di odio verso il diverso. Singolarizzare non aiuta – dice – ad affrontare nel modo giusto la lotta per il rispetto della diversità. Sono d’accordo con lui.
Cosa è cambiato nella nostra società per spiegare la svolta radicale che ci ha portato a porre, oggi, una fobia specifica in cima alle preoccupazioni di tante persone progressiste?
Sicuramente il contesto internazionale, come abbiamo visto. Abbiamo anche assistito alla scomparsa o alla modificazione dei referenti sociali e politici tipici della sinistra classica (il famoso soggetto rivoluzionario e i suoi alleati), con la conseguente problematizzazione ed erosione dei quadri culturali ed etici a cui si attiene la parte critica ed emancipatrice della società a cui si riferiva. D’altro canto, le stesse forme, canali e codici di comunicazione sono stati diluiti nella dimensione di virtualizzazione della realtà portata avanti dalla “rivoluzione digitale”. Oppure potremmo indicare il trionfo in Occidente della massima thatcheriana: “non esiste la società, ma solo l’individuo e la famiglia”, e l’assunzione del singolo consumatore come unica entità reale…
In ogni caso, la lotta all’islamofobia è diventata un ingrediente indispensabile, che deve essere presente in tutte le politiche pubbliche, in tutte le azioni collettive, in tutte le manifestazioni culturali.
Il concetto è stato ampiamente accolto dalla stampa, dagli opinionisti e dalle istituzioni, nonostante le numerose obiezioni di quanti, anche intellettuali di cultura musulmana, lo considerano uno strumento di definizione troppo impreciso e ambiguo.
Prima osservazione: l’“anti-islamofobia” condivide con l’islamofobia la sua caratteristica principale: confonde la parte con il tutto.
Infatti, così come gli xenofobi considerano l’intero mondo musulmano sinonimo di violenza, brutalità, mascolinità esacerbata, i nostri “anti” considerano islamofoba ogni critica rivolta a qualsiasi aspetto di un sistema culturale e religioso di enorme complessità e varietà. E, così facendo, rafforzano l’idea che “tutto è Islam”: dal burkini ai ragazzi dei quartieri francesi che assaltano le sinagoghe, dalla signora che compra il merguez alla sharia, alle lapidazioni o esecuzioni di omosessuali. Questa sinistra sembra ignorare – proprio come l’estrema destra – l’esistenza, nei paesi a maggioranza musulmana, di settori della popolazione, più o meno minoritari, che mantengono un rapporto conflittuale con il fatto religioso, sia negli stati teocratici che semi-laici.
Sì, anche il mondo musulmano ha i suoi atei, agnostici, apostati, laici, liberi pensatori, spiriti critici, credenti che pensano che la fede sia una questione privata e si oppongono alla sua intrusione nella politica e nella vita sociale.
Ha i suoi ribelli, l’Islam, i suoi peccatori che, troppo spesso, se la passano molto male tra la stigmatizzazione sociale da parte delle maggioranze conformiste, la repressione statale e la persecuzione dei gruppi fondamentalisti.
La narrativa manichea che ci viene offerta da alcuni cancella, senza mezzi termini e brevemente, quella parte dell’umanità che si identifica con i valori che condividiamo.
E, invece di stabilire legami di solidarietà e di politica con le persone e i settori repressi, oppressi, sfruttati e dissidenti della cultura musulmana, che difendono valori e idee di emancipazione, vengono spesso elevati alla categoria di interlocutore privilegiato e rappresentante dell’insieme. elementi più lontani da quei valori e idee. La domanda è: perché?
La risposta di solito è: perché atei, femministe, vignettiste, semplici dissidenti di regimi islamici politici/totalitari dei paesi islamici sono un branco di borghesi. Il popolo, depositario delle essenze, è profondamente religioso. È in più, più è povero, più è religioso. Una spiegazione che è un compendio di luoghi comuni, errori, postulati non provati e indimostrabili, che trasuda classismo, oltre che elitarismo. E ciò include una grande dose di cinismo quando afferma l’insignificanza statistica dei “nemici della fede” nei paesi in cui ricevere questa etichetta può portare alla morte, alle punizioni corporali, al carcere e, nei casi migliori, all’ostracismo legale e sociale.
Innanzitutto, se dovessimo adattare il ragionamento (e non vedo perché non dovremmo farlo) alle nostre società europee, verrebbe fuori che i veri fautori delle aspirazioni popolari sono partiti e forze cattoliche e conservatrici, poiché tutte le sciocchezze progressiste che tanto ci occupano a sinistra (dall’ambientalismo al matrimonio paritario, passando per la difesa dello stato sociale e dei diritti umani) nascono quasi esclusivamente nelle aree della classe media (bassa o alta). Ne conseguirebbe anche che le classi popolari musulmane sono incapaci di pensare in modo indipendente riguardo alle manifestazioni dell’ideologia dominante nelle loro società. E che le classi medie sono in grado solo di imitare le loro controparti occidentali. In sintesi: nel mondo musulmano i proletari sono succubi in saecula saeculorum di alcune teocrazie e i borghesi delle mode intellettuali provenienti dall’Occidente. Se questo non è paternalismo neocoloniale, che Allah scenda a dirlo!

XENOFOBIE

In Europa regna il razzismo e la xenofobia. Vengono bruciati i campi nomadi in Romania e in Italia. Negli anni ’60 e ’70 lo Stato francese fu teatro di autentici massacri di algerini. Molti di noi ricordano i fatti di El Ejiido, in Andalusia. In Germania vengono attaccati centri profughi. C’è un clima di discriminazione e di rifiuto nei confronti dei neri, dei maghrebini, degli orientali, dei sudamericani… immancabilmente poveri.
La discriminazione e la persecuzione dei musulmani è davvero un fenomeno così diverso e di gravità maggiore rispetto ad altri razzismi?
Una ricerca su Internet in catalano ci direbbe di sì: l’islamofobia compare 272.000 volte, la giudeofobia 53.000, la cristianofobia 8.970, la zingarofobia 417, la xenofobia 104.000, la obesofobia 2.590, l’omofobia 140.000…
Nonostante questa sia diventata una verità rivelata che tutti hanno sulla bocca e che pochissimi a sinistra osano smentire, le statistiche delle denunce per aggressioni, insulti e minacce (classificati come crimini d’odio) non lo confermano.
Interessante in questo senso è il caso francese (nonostante le difficoltà nel produrre statistiche di questo tipo a causa del divieto di includere nel censimento appartenenze etniche o religiose, cosa che l’estrema destra e la sinistra filoislamista vorrebbero modificare).
A Barcellona, ​​secondo un articolo de L’Ara (5/12/2016), tra il 2013 e il 2015 si è passati da 9 denunce di islamofobia a 29 (anche se nel corpo dell’articolo si dice che 29 sono il totale degli attentati per motivi religiosi, “in maggioranza” islamofobici). Secondo il suddetto rapporto, i crimini ispirati dall’odio sono aumentati del 19%, soprattutto quelli legati al razzismo e alla xenofobia, seguiti dalla discriminazione per motivi ideologici e sull’orientamento sessuale. La motivazione religiosa è al quarto posto.
Da questi dati, non scomposti (che tipo di reati: aggressioni, insulti, minacce, profanazioni?) si possono trarre conclusioni positive, dato il contesto europeo e internazionale: viviamo in una società matura che non condivide atteggiamenti xenofobi e che è in grado di reagire quando si verifica. L’autore sceglie invece di affermare che «i musulmani nel nostro ambiente hanno difficoltà a praticare liberamente la loro religione. Gli oratori a cui possono accedere sono precari e incontrano spesso l’opposizione dei vicini, hanno difficoltà a trovare spazi dove celebrare le loro feste tradizionali e il velo nello spazio pubblico non passa inosservato”. Nessuna di queste difficoltà è esclusiva di gruppi di cultura musulmana e attribuirle esclusivamente ad un non meglio precisato clima islamofobico diluisce le cause reali e strutturali di tutti i fenomeni di ghettizzazione ed emarginazione nella sfera urbana governata dal capitale e alimenta uno stato di sospetto e di sfiducia reciproca tra settori popolari. Vale a dire, alla destra che sostiene che l’Islam è la barbarie, noi rispondiamo che la barbarie è la società dei bianchi. E così via….
Ritornando alla domanda: si può parlare di discriminazione e persecuzione dei musulmani in quanto tali?
Assolutamente sì. E certo si tratta di una xenofobia specifica con aspetti ben precisi, ma per combatterla – come tutte le altre manifestazioni di razzismo o di rifiuto della differenza – non aiuta affatto trasformarla in un grande cassetto dove si svolgono, mescolati con pronunciamenti suprematisti culturali o direttamente razzisti, dibattiti sociali che hanno a che fare con la sana e liberatoria abitudine di criticare il dogmatismo o pratiche considerate contrarie ai principi progressisti, come l’occupazione di spazi pubblici per manifestazioni religiose, l’imposizione di simboli dogmatici nelle scuole o il sacrificio rituale degli animali.

(continua)


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