(traduzione dal catalano di F. Guidi)
Dalla caduta del muro di Berlino molte cose sono cambiate nel mondo.
La Cina si sta affermando come un nuovo gigante economico, politico e militare insieme ad altri attori come il Sudafrica, l’India o il Brasile. L’America Latina nel suo complesso sta vivendo profondi cambiamenti. L’Africa continua ad essere saccheggiata e martirizzata: 5 milioni di morti nell’eterna guerra solo nel Congo. Si estende il controllo della tecnologia nucleare. La Russia non rinuncia al suo ruolo di gigante armato.
Siamo passati in pochi decenni da una divisione del mondo in due grandi blocchi ad una competizione spietata, per risorse energetiche, materie prime, acqua, sole che scarseggiano sempre più, tra una pluralità di soggetti statali e poteri sovrastatali (multinazionali , chiese, capitale finanziario, mafie, organismi come il FMI, la Banca Mondiale o trattati commerciali).
In questo scenario si inserisce il conflitto in Medio Oriente, area strategica per le riserve petrolifere e per il commercio internazionale, dove i precari equilibri preesistenti sono stati spazzati via dalle guerre dell’Occidente contro l’Iraq, culmine di un secolo di ingerenze straniere.
Nella decomposizione delle realtà politiche preesistenti, sono comparsi nuovi candidati al potere regionale: Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Iran combattono per imporre la rispettiva supremazia, accanto a Israele.
Qualsiasi progetto di dominio ed espansione necessita del sostegno di un’ideologia, di una serie di credenze utili a giustificare politiche aggressive. Il nazionalismo è uno, il socialismo un altro, come la democrazia o il denaro, ma pochi possono fare meglio di una religione monoteista, capace di inquadrare e disciplinare non solo i corpi ma anche le anime di interi popoli.
Stiamo assistendo a un processo turbolento in cui varie fazioni e paesi si affrontano, sostenendo gran parte delle loro rivendicazioni con interpretazioni specifiche della religione. Pur non essendo l’unico, il fenomeno del sedicente “Stato islamico” è senza dubbio il più sorprendente: in pochi mesi viene creato un “califfato”, uno Stato che arriva ad occupare un territorio di 11 milioni di abitanti, più di Israele, ricco di risorse, alimentato militarmente dalle dittature del Golfo, dalla Turchia e da una serie di attori interessati ad attizzare questo focolaio di destabilizzazione regionale.
La nascita dello Stato Islamico non può essere letta come il risultato dell’attività di qualche pazzo, per l’enorme numero di vittime che ha provocato nella zona e nel mondo, per la sua capacità di attirare decine di migliaia di volontari e mercenari, per la solidità dimostrata nel tempo contro gli attacchi (reali o simulati) di grandi coalizioni di potenze internazionali e, soprattutto, per le sue similitudini con altre esperienze storiche di espansionismo politico-militare.
Si tratta di un progetto caratterizzato dalla mobilitazione di numerosi attori che configurano una struttura a rete, con connessioni organizzative “leggere” e la religione come potente elemento motivante, legittimante e disciplinante allo stesso tempo, che si propone il raggiungimento di obiettivi disparati, ma coerenti: dal controllo diretto di nuove aree, popolazioni e risorse (Nigeria, Siria, Iraq, Libia, Mauritania), alla destabilizzazione di regimi a vantaggio di movimenti affini (Egitto, Tunisia, Marocco) alla guerra di intimidazione e/o o ritorsioni contro metropoli europee o nemici settari.
In breve, assistiamo all’emergere di un nuovo stato teocratico e dittatoriale che massacra decine di migliaia di persone, che compie genocidi contro minoranze come gli yazidi, compresa la distruzione del patrimonio archeologico, e che ha ramificazioni in numerose parti del mondo (tra gli altri Boko Haram in Nigeria, Al Shabaab in Somalia, Gruppo combattente islamico della Libia, sostenuto dalla NATO nel 2011, Al Qaeda e Jemaah Islamiya in Indonesia).
Ma non esistono solo lo Stato Islamico, Al-Qaeda e una costellazione di gruppi terroristici. L’Arabia Saudita, una monarchia assoluta, sta conducendo una guerra contro lo Yemen. Le controversie tra Iran e Iraq non si fermano. La Turchia, con il suo nuovo governo filo-islamista, riprende la repressione del popolo curdo e delle opposizioni progressiste. In tutto il Maghreb stanno guadagnando terreno gruppi radicali ispirati all’una o all’altra corrente dell’Islam. Il movimento internazionale dei Fratelli Musulmani estende la sua influenza, cavalcando il dolore causato in strati sociali molto ampi dalla perpetuazione al potere di regimi dispotici e corrotti come quello siriano o egiziano.
I governi dell’Occidente, con i loro alleati nell’area, alimentano questa escalation di tensioni e conflitti. Dopo la distruzione dell’Iraq e della Libia, si tenta di applicare la stessa ricetta alla Siria, con il risultato che tutti possono vedere. Sempre in nome, ovviamente, dei valori della democrazia e della libertà! Ispirandosi al vecchio detto di “a río revuelto ganancia de pescadores”(1), completato dal classico “divide et impera”, perseguono, creando caos, il doppio obiettivo di sempre: mantenere il controllo economico di un’area strategica tenendone lontano la potenziale concorrenza e dotarsi di un’arma potente per rafforzare le egemonie interne ed esterne.
L’ascesa dell’estrema destra in Europa e in America è la risposta desiderata alla creazione, in parte reale e in parte amplificata, di un nemico sia esterno che interno. Creatura che consente di rafforzare il controllo sociale al momento opportuno fino a far scomparire ogni tratto distintivo delle democrazie formali. Il comportamento dell’Ue di fronte all’arrivo dei profughi dalle zone di guerra è la prova del definitivo abbandono dei principi che avevano definito, almeno a livello enunciativo, le politiche del sistema europeo.
D’altro canto, all’interno delle comunità musulmane sempre più numerose in Europa, l’Islam radicale sta guadagnando seguaci in una spirale di feedback con i gruppi xenofobi locali.
Di fronte a questo panorama di enorme complessità, una parte della sinistra sceglie di accettare la narrazione, come si dice oggi, del potere che evoca lo scontro tra culture, tra mondi antagonisti: l’Occidente cristiano e secolarizzato e un Islam impazzito. Proponendo, certo, un’inversione dei ruoli: il “buono” è l’Islam e il “cattivo” è l’Occidente, ma senza mettere in discussione le regole del gioco né, tanto meno, il gioco stesso.
E in questo modo convalida lo scenario di “loro” e “noi”. Uno scenario che lascia fuori, come se non esistesse, la nostra storia ribelle, giusta e solidale, riducendoci tutti a complici in massa della schiavitù bianca e dell’imperialismo colonialista, e allo stesso tempo dipinge il mondo islamico come un insieme omogeneo di popolazioni oppresse dal passato illuminato, mettendo a tacere sotto il simbolo della mezzaluna la lunga storia dell’espansionismo imperialista islamico, il trattamento delle popolazioni sottomesse, le oppressioni di classe “interne”, la tratta degli schiavi, ecc. In altre parole, si crea una caricatura che rispecchia perfettamente quella elaborata dai settori razzisti.
E lo fa in nome della lotta contro l’Islamofobia.
- Traducibile in modo approssimativo con “E’ facile pescare nel torbido”.
[continua]
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