(traduzione dal catalano di F. Guidi)
Indice
Una storia di religione e irreligione
Dalla caduta del muro di Berlino
Islamofobia
xenofobia
Semplificazione e costruzione della verità
“Terrorismo”? Quale “terrorismo”?
Codice di abbigliamento
E nelle scuole?
Non sono Charlie
Il ritorno di alcune vecchie conoscenze
Persecuzioni religiose?
Islamofascismo
Incoerenze e ipocrisia
diagnosi
Conclusioni
RICONOSCIMENTI:
a Günes Ozgür, Genoveva Gòmez, Gerard Soler e Dora Cases per i loro suggerimenti, osservazioni e critiche
IL RAZZISMO DELL’ANTIRAZZISMO
“A forza di parlare del Maometto profeta, si finisce per dimenticare il Maometto disoccupato, il Maometto senza casa, il Maometto senza niente e le migliaia di Maometto che vivono come schiavi sotto regimi che pretendono di essere ispirati dal profeta Maometto“. Kateb Yacine
Una storia di religione e irreligione
Nanni era uno dei personaggi mitici della mia’infanzia. L’ho conosciuto attraverso i racconti di mia madre, straordinaria narratrice della vita quotidiana del piccolo paese del Casentino, dove nonno Tito, suo padre, era capostazione di una piccola ferrovia locale.
Quando Nanni emigrò in America – cosa comune in quella zona di gente di montagna che si nutriva di farina di castagne – dovette compilare il modulo presentatogli dagli agenti dell’immigrazione, trovò una sezione che diceva “religione”: ci mise su uno “0”.
Era l’ateo del villaggio. La pecora nera, in un tempo e in un luogo dove la vita collettiva era fortemente scandita dal suono delle campane.
Allora le persone non mangiavano carne il venerdì (un sacrificio molto relativo, poiché la maggior parte delle persone mangiava pochissima carne) e il Venerdì Santo osservavano un digiuno rigoroso.
Nanni a quei tempi litigava con tutti: con la moglie che nascondeva salsicce e pancetta, col macellaio che si rifiutava di vendergli anche un taglio di prosciutto, col prete che lo ammoniva per strada. Ma lui, imperterrito, riuscì a infrangere il precetto. Il venerdì santo, come ultima risorsa, veniva a leccare ostentatamente, nella piazza principale, le stanghe di un carro trainato da buoi: affinché lo sfregamento non danneggiasse l’animale, i contadini infatti le ungevano di grasso di maiale.
Mia madre ci raccontava più e più volte questa ed altre storie perché le trovava divertenti e molto edificanti, poiché Nanni, come ci ricordava, nonostante il suo ateismo militante e anticonformista, era una bravissima persona.
La mia famiglia era cattolica praticante. La madre così e così: a messa la domenica e i giorni festivi. Il padre un po’ più rigido. La nonna paterna ogni pomeriggio sgranava il rosario con la sua mantellina grigia ben sistemata. Suo marito invece andava in chiesa, ma restava in piedi e impalato accanto alla porta, da dove non smetteva di criticare ad alta voce l’officiante di turno.
Sono stato battezzato, poi sono stato mandato al catechismo, ho fatto la prima comunione (poi qualche altra), e sono stato cresimato.
Tutto questo non mi piaceva né dispiaceva più di tanto e, tranne rare occasioni, non ho sentito nemmeno un’eccessiva pressione, né individuale né collettiva. Era una regione rossa, la mia, dove gli uomini accompagnavano le donne in chiesa e le aspettavano fuori, parlando di cose del partito o dei raccolti. C’era una processione all’anno. Le donne portavano la testa coperta all’interno del tempio. Fuori, le contadine si mettevano la sciarpa per lavorare in casa o nei campi e le “signore” si mettevano il cappello per andare a passeggiare. Le campane suonavano per annunciare la morte di un vicino, un matrimonio, una cerimonia solenne o un incendio.
Durante la Settimana Santa, dopo la Quaresima (quaranta giorni di penitenza e di tristezza), il sacerdote veniva a benedire le case che le famiglie avevano preventivamente pulito coscienziosamente (“pulizia di Pasqua”, la chiamavano). Entrava in alcune, con tutto il corteo dei chierichietti, e si beveva un vinsanto e mangiava dei biscotti. In altre restava sulla porta per una rapida benedizione. E davanti ad alcune semplicemente accelerava il passo…
Conoscevo pochissime persone che professassero una fede entusiasta, tranne forse mia nonna, che affermava di aver visto la Vergine, prima del terremoto di Messina. Per molti i riti religiosi erano un modo per socializzare, una concessione ai costumi collettivi, talvolta un modo per posizionarsi politicamente (era l’Italia di don Camillo e Peppone, del duello tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista).
Non posso assicurare che le imposizioni e le limitazioni nel campo della morale, e soprattutto dei comportamenti sessuali, avessero la loro origine esclusiva negli avvertimenti che piovevano su di noi da troni o altari. Anche nelle famiglie comuniste, infatti, si verificavano rimproveri e perfino schiaffi quando la figlia adolescente indossava la minigonna.
Molti preti delle piccole parrocchie avevano amanti conosciute, si parlava di bambini. Esistevano addirittura vere e proprie leggende sessuali (“Signore, salvaci dal demonio e dalla fava di don Antonio”, era la giaculatoria che – secondo gli anticlericali del mio paese – i parrocchiani della parrocchia vicina avevano dovuto imparare).
Nel corso degli anni il mio limitato fervore religioso andò sfumandosi. Cominciai a militare nei movimenti di sinistra e una notte di Natale, con altri quattro ragazzi, sono rimasto sulla porta della chiesa a distribuire volantini con messaggi evangelici e appelli alla giustizia sociale, alla pace e contro i bombardamenti americani in Vietnam. Ho visto sfilare tutta la brava gente del paese che semplicemente ci ignorava, prima di entrare dal portale. Tranne il figlio di uno degli speculatori della zona, che fu così gentile da fermarsi per dirci che era a favore della guerra. Era con sua madre, che gli stava appesa al braccio, orgogliosa.
Infine c’erano gli ipocriti, i conformisti, la brava gente e alcuni fanatici, per fortuna rari e tendenti più al misticismo.
Ho chiuso la questione: troppe incongruenze, falsità, complicità, conformismo. E soprattutto incompatibilità con le idee che si stavano formando nella mia testa.
E ho trovato sublime la definizione di Marx: oppio dei popoli. Sistemi progettati per trasformare le paure e le speranze di immense masse di umanità in disciplina e sottomissione sociale. Rassegnati nel presente per promesse indimostrabili di un futuro nell’aldilà. Strutture di potere mentale e spirituale intimamente legate a quelle del potere materiale.
Con il tempo ho capito che anche l’oppio non è sempre dannoso, a volte è necessario per mitigare la sofferenza, per allontanare le paure, della morte, dell’ignoto… Può anche aiutare a ritrovare la strada quando si è perduti. Sempre. ovviamente senza abusarne né fartelo imporre.
Delle altre religioni la mia conoscenza era molto limitata fino al mio arrivo in Francia. Sapevo che c’erano gli ebrei – lo era un collega di mio padre – e che erano loro il popolo dei “deicidi” (così li chiamavano mia nonna e alcuni preti), ma che, con i nazisti, avevano patito l’inferno sulla terra. Avevo letto dell’Islam nei libri e visto alcuni film. A volte i maomettani venivano dipinti come astuti e traditori, altre volte come nobili e coraggiosi. L’idea generale che ne avevo era quella di una cultura avanzata alla quale eravamo debitori sotto molti aspetti. Avevano i loro riti e costumi esotici, ma non li trovavo nemmeno troppo stravaganti.
A Parigi e nel Midi francese ho incontrato studenti ebrei, hippy buddisti, musulmani del Maghreb, mormoni. Ho lavorato con algerini e marocchini nei campi del Rossiglione e ho condiviso con loro il sentimento di essere straniero, la precarietà, il disagio di abitare gli ultimi e remoti gradini della scala sociale e un certo dispettoso rifiuto del paese ospitante, terra di privilegi dai quali ci sentivamo esclusi. Una sorta di transfert psicologico che ti fa rivolgere contro la società ospitante la rabbia che dovresti provare, da emigrante, esule o fuggitivo, verso la società che in un modo o nell’altro ti ha espulso. In questo periodo ho imparato poco a poco a districare gli sguardi curiosi da quelli ostili, la diffidenza innata delle persone dai pregiudizi stigmatizzanti, la difesa delle proprie tradizioni e credenze dall’odio verso la diversità.
I miei colleghi musulmani non mangiavano carne di maiale e alcuni, non tutti, osservavano il Ramadan. Non pregavano molto. In realtà non li ho mai visti farlo. Di tanto in tanto tra loro e i francesi nascevano delle discussioni, un po’ serie e un po’ scherzose, su chi fosse più razzista o sessista. Ho ascoltato e confermato l’idea che non c’erano molte differenze: più o meno gli stessi divieti che tutti fingevano di accettare e che quasi tutti cercavano di aggirare. Né il ruolo delle donne variava molto: erano tutte contadine e le donne, formalmente e talvolta crudelmente sottomesse, avevano anche sviluppato, su entrambe le sponde del Mediterraneo, complesse strategie di difesa e di influenza.
All’epoca il codice penale italiano prevedeva ancora la figura del “matrimonio riparativo” (uno stupratore poteva evitare il processo sposando la ragazza violentata) e solo di recente aveva eliminato la figura del “delitto d’onore” (la pena massima per l’omicidio era l’ergastolo, ma in caso di delitto “d’onore” la pena si abbassava a 5 anni). Pertanto, non mi ha sorpreso che sia i colleghi algerini che quelli francesi considerassero del tutto normale andare con le prostitute o scopare di nascosto la moglie del vicino, e allo stesso tempo trovassero intollerabile la semplice idea che le loro mogli si prendessero alcune libertà.
Quanto alla politica… Erano gli anni della Palestina libera e socialista. La loro identità musulmana era una questione di tradizioni, gastronomia e calendario festivo, niente a che fare con la politica. Erano gli anni del non allineamento, del panarabismo antimperialista e progressista. Erano gli anni dell’internazionalismo, della solidarietà tra i popoli in lotta per la libertà, per la giustizia sociale.
Come molti altri, ho salutato con ammirazione il ruolo che la religione aveva avuto nella “rivoluzione degli Ayatollah” che aveva umiliato il potere americano, proprio come avevano fatto i Viet Cong qualche anno prima. Applicavo allora, con molta più facilità che al giorno d’oggi, quella formula per cui “i nemici dei miei nemici sono miei amici”. Ci ho messo un po’ a capire l’errore, anche se presto hanno cominciato ad arrivare foto di esecuzioni di massa di oppositori, resoconti di repressione contro comunisti, curdi, donne che non accettavano di coprirsi come suore di clausura.
Non sono un tipo che brucia chiese. Solo un agnostico che non scende sotto una scala e che non si siede a tavoli dove ci sono 13 persone, che inverte il cammino quando un gatto nero gli incrocia la strada, e che deve quindi guardare con umiltà e comprensione alle superstizioni altrui.
[continua]
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