La prima manifestazione contro l’occupazione sionista a cui ho partecipato risale, se la memoria non mi tradisce, all’ottobre 1970. Avevo 15 anni, ed era appena avvenuto il massacro di palestinesi del cosiddetto “Settembre nero”: in realtà non era stato opera dei sionisti, ma dei monarchici giordani al servizio di re Hussein. Il che, già allora, pur nella mia confusione adolescenziale, contribuì a “vaccinarmi” contro le facili schematizzazioni “etniche” di “arabi contro ebrei”. Non c’erano ancora né Hamas né la Jihad islamica, ma c’era Arafat, c’era l’OLP, soprattutto Al Fatah. Relativamente (questo avverbio allora non l’avrei usato) laici e progressisti. E poi, lo scoprii nei due o tre anni successivi, c’erano il Fronte Popolare di George Habbash e il Fronte Democratico Popolare di Najef Hawatmeh. Per me 17enne, militante di Avanguardia Operaia, era quest’ultimo da sostenere in tutto e per tutto. Il Fronte Popolare era sostenuto da Lotta Continua, e Al Fatah dal Movimento Studentesco, dal PCI-FGCI, ecc. Nessuno si sognava di parlare di islamismo. Anzi, nemmeno percepivamo i palestinesi come “musulmani” o “cristiani”, contrapposti agli “ebrei”. Semplicemente, per noi (e credo pure per moltissimi palestinesi), si trattava di lottare in difesa di un popolo oppresso e colonizzato, contro un regime già allora razzista (immaginate se avessimo potuto vedere l’orribile involuzione post 1977 – data della vittoria della destra sionista del Likud -) e imperialista (e in più alleato dei “macellai del Vietnam”, gli USA). Portavo la kefiah, a queste manifestazioni. E mi sembra di ricordare che quasi mai portavo “il rosso, il bianco, il verde e il nero della rossa Palestina” (come recitava una bella canzone del MS-MLS): preferivo la mia solita bandiera rossa, che per me voleva dire stare al fianco di palestinesi, vietnamiti, angolani, mozambicani, ecc. ecc. Molta acqua (e sangue, purtroppo) è passata sotto i ponti in questo mezzo secolo. E molte, moltissime manifestazioni pro-palestinesi a cui ho partecipato. Ancora nel 1991, durante la prima guerra del golfo (in realtà la seconda, dopo quella Iran-Iraq), urlavo, in un arabo maccheronico orecchiato qua e là “Il Kuwait è iracheno, la Palestina è araba“. Poi è arrivata Oslo, l’assassinio di Rabin (e più tardi di Arafat), la crescita di Hamas, le elezioni del 2006 (quando scoprii con orrore che Hamas aveva ottenuto la maggioranza nella striscia di Gaza, e un bel po’ di voti pure in Cisgiordania). E di nuovo manifestazioni su manifestazioni contro gli aggressori sionisti, contro un Israele sempre più violento e reazionario e contro i suoi crimini sempre più estesi ed efferati. In particolare ne ricordo una, enorme, a Marsiglia (dove lavoravo a quell’epoca), nel gennaio del 2009, contro il massacro denominato dai sionisti “Operazione Piombo Fuso”. Eravamo tra i 10 e i 15 mila, moltissimi giovani delle banlieue. Noi, lo spezzone del Nouveau Parti Anticapitaliste (quello che vorrebbero oggi mettere fuorilegge in Francia perché colpevole di sostenere la causa palestinese), eravamo oltre un migliaio, col nostro camion, urlando i nostri slogan contro il sionismo, per una Palestina laica, democratica e socialista. A un certo punto sono entrati nel corteo, da una via laterale della Canebière, un centinaio di giovani maschi barbuti, con il Corano in testa, che urlavano “Allah-u-akhbar”. Alcuni avevano dei cartelli con disegnata una mappa d’Israele su cui pioveva una bomba contrassegnata da un’enorme A. E non era l’A degli anarchici, ovviamente. Fu la prima volta che mi sentii a disagio in una manifestazione anti-sionista. Quella gente non aveva nulla a che fare con me, con le mie idee di liberazione del popolo palestinese. Confesso che avrei avuto voglia di buttarli fuori dal corteo, come voleva fare il mio amico, berbero d’Algeria (della Cabilia), architetto a Marsiglia, ateo dichiarato e intollerante verso ogni forma di islamismo (veniva dall’università d’Algeri, dove era stato spesso aggredito dai picchiatori islamo-fascisti del FIS solo perché berbero e francofono). Ma la grande tolleranza dei compagni del NPA non solo non prevedeva questa misura “estrema”, ma addirittura permise ai barbuti islamisti di accodarsi al nostro spezzone. Tutta questa pappardella semi autobiografica per arrivare all’oggi. Nel pomeriggio non ho potuto partecipare, per motivi di salute, alla manifestazione pro-palestinesi in Piazza Garibaldi. I compagni mi han detto che è stata molto numerosa (intorno alle 2 mila persone), con molti giovani, e con tutti (o quasi) i vari gruppi e gruppetti della sinistra bresciana, compresi i “miei”, quelli di Sinistra Anticapitalista. Molte bandiere palestinesi, qualche bandiera rossa (del PRC, del PCI, forse qualcun’altra). E mi han detto che, come a Marsiglia quasi 15 anni fa, un gruppo di un centinaio di islamisti ha raggiunto la manifestazione urlando, tra altri slogan, Allah-u-akhbar. Alcuni dei miei amici, a questo punto, se ne sono andati. Probabilmente avrei fatto lo stesso, credo. Cioè, per la prima volta in oltre 50 anni di manifestazioni a fianco dei palestinesi, avrei abbandonato la piazza prima dell’inizio del corteo. Per quello che è successo sabato nei kibbutz e nel rave party? Certo, anche per quello. Ma non solo. Anche senza le barbare esecuzioni di civili (comunque paragonabili, se non inferiori, a quelle perpetrate da esercito e coloni sionisti in questi ultimi 75 anni) non ho nulla a che spartire con questa gente che sembra uscita dal medioevo. Il loro “progetto di liberazione” della Palestina mi sembra da incubo orwelliano, negatore di libertà ed uguaglianza innanzitutto agli stessi palestinesi (a cominciare dalle donne, maggioranza là come in qualsiasi angolo del pianeta). Un incubo totalitario e fascistoide che è reso ancor più indigesto dal fatto che è una relativa novità per un popolo che, fino a 30 anni fa, era ritenuto tra i più laici ed avanzati del mondo arabo. Non è qui il luogo per discutere le ragioni profonde (innanzitutto internazionali, a partire dalla crisi del panarabismo “laico” degli anni ’80) e quelle più prosaiche (vedi fiumi di denaro dai paesi arabi ultrareazionari, come quelli del Golfo, e magari, all’inizio, dai “nemici” sionisti, interessati a indebolire l’OLP) del triste successo di questi fantasmi redivivi del passato medievale. Resta il fatto che questa gente è tra i migliori “alleati” (più o meno coscienti) del sionismo, ed in particolare del criminale Netanyahu. Basta riflettere sui risultati dell’azione di sabato: un Netanyahu in crisi, contestato da settori crescenti della popolazione israeliana, con una maggioranza risicata e zoppicante alla Knesset, si ritrova a capo di un “governo di guerra” di “unità nazionale”, tra gli applausi non solo del solito governo USA, ma anche di “amici” storicamente più tiepidi (i famosi “astenuti” sulle risoluzioni di condanna di Israele all’ONU), come molti paesi europei e, quel che è peggio, di buona parte dell’opinione pubblica, se non mondiale, sicuramente dei paesi del cosiddetto “nord globale”. E, temo dalla stragrande maggioranza degli israeliani, che lo contestavano fino a venerdì. Il massacro iniziato a Gaza è, purtroppo, nonostante le inutili ed inascoltate parole dell’ONU, destinato ad arrivare a dimensioni spaventose. Il prezzo della folle avventura di sabato lo pagheranno, come sempre, in particolare le masse popolari palestinesi, spinte in un terribile vicolo cieco in cui sionisti ed islamisti si danno, oggettivamente, man forte a vicenda. Come accade da sempre, quando i due (o più) estremismi di destra si scontrano.

Flavio Guidi


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