EGEO
Finalmente, dopo tanti rinvii, quel giorno apro il cassetto delle cose strane. È fine settembre, forse era già iniziato ottobre, e c’è in giro la solita aria di smobilitazione. L’estate è stata lunga e anche questa volta ha esposto tutti i suoi tratti più veri, anche quelli eccessivi e, sul momento, perfino detestati, i tratti tipici che la rendono comunque sempre irrinunciabile. E l’estate è anche l’unica stagione che chiude, come un’osteria, come un bar, un ristorante, una balera sul fiume, come un cinema. Non passa il testimone, non si raffredda, la bella stagione ammonticchia i tavoli, porta dentro le sedie e tira giù le serrande, lasciando che il vento anticipi gli addetti e spazzi via foglie, cartacce, persino messaggi inascoltati. Quest’anno, già agosto si è avvicinato con il conto in mano e un po’ di occhiaie, ma lasciare l’estate è sempre una fatica esistenziale che si ripete ma a cui non ci si allena, non ci si abitua mai abbastanza. Non ci si arrende mai del tutto. È così, si tira tardi, ci si ferma oltre il dovuto, si assiste allo smontaggio, all’abbandono, al distacco della corrente e, fumando l’ultima, la si osserva fino a quando, chiudendo, saluta tutti con il mazzo di chiavi in mano.
Ora anche quel cassetto, aperto quando più non se lo aspettava, può essere quasi una consolazione, un voltar pagina, una pietra da rimuovere dopo nove mesi, fino al prossimo giugno. Questo pensiero mi procura il primo inciampo, facendomi subito intendere che sarà una giornata lunga e difficile. Non mi era mai venuto in mente prima che le stagioni arrivassero ogni nove mesi, non ogni anno, e che quindi questo possa essere il momento, l’istante esatto, del concepimento della prossima stagione magica, della prossima ragion d’essere estiva. Il passaggio successivo, nella mia mente fervida ma non esattamente lineare, è quello di pensare, concepire appunto, l’estate come un ganglio intricatissimo tra passato, anche remotissimo, e attesa, anche lunghissima. Essa si ripete da sempre con i consueti tratti: il caldo, i pochi vestiti, l’immaginazione accesa, il desiderio che si fa capriccio e il capriccio che si fa cogliere, perché si vive una volta sola e perché tanto nessuno lo verrà mai a sapere. Ogni volta poi ci vuole una vita intera, e poi non basta neanche quella, per dimenticare anche un solo incontro tra le frasche fitte, all’ombra della luce. Scorrerà in seguito per tutta la vita, come se fosse soltanto immaginato, nella luce dell’ombra.
Apro dunque quel cassetto, quello dove si mettono gli oggetti, i ritagli, le cose inservibili ma che potrebbero tornar utili, quelle che non si sa dove mettere ma che non si possono buttare. Le cose dell’estate. Di solito, dopo neanche tanto tempo, a una seconda lettura si riducono della metà, mentre altre volte ci si chiede perché mai alcune di esse abbiano goduto di tanta clemenza. Questa volta, però, il cassetto l’ho aperto con uno scopo preciso, vado di proposito a scandagliarlo alla ricerca di quella foto che adesso tengo in mano e fisso con orgoglio. Io ero bellissima e assomigliavo a mia madre come fossi la replica di quel gioiello in miniatura. Eravamo al sole, in mezzo al tempo, sul ponte di una nave, in mezzo al mare, felici al vento, in mezzo al nulla. Quanti anni sono passati? Quante estati? Mi chiedo come abbia fatto io a invecchiare così tanto, a invecchiare ulteriormente. Non c’è bisogno di rispondere, ci penseranno questo ottobre, ogni sera che si fa più precoce e l’aria che allunga maniche e pantaloni a far capire a me e a chiunque altro si ponga quelle domande, che non è più stagione e che, ormai, ci si può solo difendere.
Chiunque, guardando questa gioia esplosiva, si potrebbe chiedere: quanti anni sono passati? Sarà mamma, adesso, quella figlia? Saranno ancora felici? Si sarà frantumata quell’armonia? E dove? E quanta consapevolezza aveva la ragazza, io, del futuro imminente, con quella mano appoggiata dolcemente sul cappello di paglia enorme perché non volasse via dai capelli cortissimi, e quell’altra sulla spalla della madre che già sembrava essere in attesa di sbarchi, di inverni e di pagine volate via? Erano i giorni della crociera e la costa che si intravedeva sul fondo aveva i colori e la dolce screpolatura di quella greca, di quella di qualche isola del silenzio, dove si incagliano per pigrizia le piccole barche di gomma, per desiderio i corpi amanti e per vocazione ogni ricordo di sole bollente. Era la crociera dove avevamo incontrato quel ragazzo brillante e un po’ troppo sicuro di sé, quell’attore che tanto aveva incuriosito mia madre e anche quel dandy maturo e melanconico con la voce che mi rapiva. Io e mamma: lei bellissima ma troppo matura e io, forse, troppo attenta a dimenticare. Cogliere i frutti è una vecchia arte contadina, un’attenzione che ha le sue regole scrupolose, i suoi momenti precisi, i suoi trucchi e anche le sue eccezioni. Ma queste sono rare e il raccolto, quando si rischia troppo in un senso o nell’altro, quasi sempre diventa inservibile. Va buttato.
Sembra una foto falsa, come quelle costruite apposta per ingannare o per consolare o, ancora, per convincere. Sono di solito immagini che vogliono indurre il buonumore, la serenità, la certezza che vada tutto bene, che tutto scorra come deve, senza disturbi, senza ombre. Senza intrusioni. La felicità e la bellezza docile che sprizzano i protagonisti vuole essere contagiosa e, anche adesso che tocco con le dita quei sorrisi di carta, ho la sensazione debba essere ancora così. So di dover essere felice, ma non mi è più possibile. La felicità è un lusso che presuppone l’oblio e basta anche il più sottile dei rimpianti, di quelli che si intrufolano senza che nessun altro se ne accorga, per deviare in modo decisivo ogni benessere. La catasta dei fatti, lontana da quel tipo di cassetti, produce volti sovrapposti, nomi non coincidenti, circostanze attorcigliate sull’incongruenza, ricordi che cozzano procedendo contromano. Neppure le attenzioni di mio figlio, la sua dolce partecipazione ai dolori tardivi ma urgenti di una vecchia madre mi consolano del tutto.
Quando il mio cuore provato torna a quel periodo tumultuoso, mi prende una sorta di scoramento misto a nostalgia, proprio come quando mentre scende la neve o il paesaggio si nasconde dietro la nebbia ghiacciata di mattine interminabili, ci spunta nella memoria del cuore una corsa sotto alberi fronzuti a rincorrere la salsedine e chissà cos’altro.
Ero partita con mia madre in fretta e furia, spinta da un coacervo complicato di sentimenti e di stati d’animo e da quell’incontro di chiarezza e di semplificazione che, come unico risultato chiaro, decretava la mia solitudine e, come unica cosa semplice, disponeva la gestione di una vergogna definitiva da spalmare in tutta la mia vita. Il mio fidanzato e il suo fratello maggiore, in poco più di mezz’ora davanti anche a mamma, avevano fatto briciole del mio amore, del mio futuro, del poter essere compensata per avere atteso in silenzio e in ritiro per dodici anni il rientro dalla guerra di un uomo, me ne accorgevo solo ora in quella stanza soffocata, che in realtà non aveva mai fatto ritorno. Quel corpo muto e inerte, imponente ma curvato nell’animo, niente aveva a che vedere con quello che era partito per l’Africa, anche con orgoglio, tanto tempo prima e neppure con quello, vigoroso e risoluto che, di nascosto da tutto e da tutti, mi aveva portato in quello sperduto borgo sul mare per darmi e prendere da me tutto l’amore che ci eravamo promesso e scritto quasi ognuno dei 4476 giorni di lontananza. Giorni che io avevo portato come un fardello fisico di espiazione non tagliandomi neanche una ciocca di capelli che erano diventati lunghi e pesanti come il silenzio, aggrovigliati come il tempo o sparsi come le distanze. Fino a quelle due scoperte così ravvicinate, quasi due dolori inconfessabili, quasi come due gioie irriferibili. La futura maternità, annunciata al mio audace fuggitivo, stanco di guerra e di prigioni ma felice, e la sua interruzione, avvenuta appena tornata a casa e non ancora riferita a nessuno. Neppure a mia madre.
E Carlo parlava, parlava, suggeriva, suggeriva, proponeva e disponeva la vita di noi sudditi, di noi suoi servitori il più obbediente dei quali, silenzioso e riverente al limite dell’inesistenza, era proprio Oreste, il padre della nostra creatura d’amore. Il padre mancato di quello che, improvvisamente, cominciava ad apparire ai miei stessi occhi come un mio giusto, sacrosanto rifiuto. Avevo anche cercato di condividere con lui, desiderante e affettuoso, quel mio, quel nostro dolore, ma adesso avevo di fronte un uomo forse libero, ma prigioniero per sempre di astruse logiche familiari e di regole sociali ributtanti. Il suo vero capo, Carlo, parlava e decideva, ma anch’io, nel mio silenzio di rispetto apparente e di corazza vera, avevo già deciso. Avevo deciso di non riferire del mio aborto spontaneo, di quello sgravio che mi avrebbe reso agli occhi di quei farabutti dei Malavasi una nullità, un pericolo scampato, una vespa morta da buttare in giardino. Guardavo mia madre ignara e tesa mentre l’Avvocato capofamiglia era un vulcano che eruttava lava sanguinosa e bollente senza possibilità di repliche o interruzioni e quando, congedato Oreste che aveva accettato di partire per Bergamo senza batter ciglio ed emettere alcunché, mi si rivolse direttamente fissandomi con disprezzo, gli sorrisi con una fiera arroganza che, ne sono certa, non sapeva cogliere. Quel sacchetto di juta che mi consegnava assieme a due biglietti d’imbarco dettandomi le condizioni cui avrei dovuto attenermi erano per me e mia madre una salvezza vitale e una minaccia mortale. E chi è nato nella mia terra d’isola sa che, per tutti quelli che dipendono da decisioni altrui, le due cose coincidono. Prima di congedarci per sempre, Carlo mi avrebbe impartito l’ultimo beffardo ordine: ‘Sarà certamente femmina e la chiamerai Lucia, ma se sarà maschio, il suo nome sarà Andrea. Sappiate, ma non c’è bisogno che ve lo dica, che saprò sempre tutto di voi. Addio’.
Ci si imbarca sulla Poseidon in partenza per una crociera di due mesi tra Mediterraneo ed Egeo e il mio è un animo contorto. Da un lato la certezza che le apprensioni economiche sono terminate per un sempre che probabilmente mi sopravvivrà, ma dall’altro ho la consapevolezza che per non trovarmi in guai inimmaginabili devo portare a termine un compito impossibile. Partorire il figlio che non ho. Il disegno di Carlo è quello per il quale al ritorno io avrei dovuto presentare quell’inevitabile gonfiore da lievitazione, frutto della mia presunta leggerezza da crociera mondana. Mia madre, vedova ancor giovane, è molto bella e, adesso, pure ricca in modo quasi vergognoso anche se la circostanza è molto nascosta e tutt’altro che ostentata e io, che dicono le assomigli assai, mi difendo in quanto a fascino, anche se questo mio carattere un po’ chiuso e lo sguardo triste non giovano alle relazioni sociali. Forse io e lei, per abbigliamento e conversazione, appariamo un po’ fuori contesto, ma l’avvenenza discreta e il lusso del viaggio depongono a favore di una nostra pur misteriosa agiatezza. È noto che, in contesti come quello, il Capitano, o per inconfessabile interesse personale o per la buona riuscita del viaggio in termini di divertimento e gradimento di relazioni, sia solito invitare al proprio tavolo per la cena ospiti di suo gradimento. Personaggi famosi piuttosto che croceristi single in cerca di avventure, belle donne e uomini d’affari, artisti in incognito e attrici da scoprire, cuori infranti e solitudini da infrangere e varia umanità simile o difforme. Sta di fatto che dopo pochissimi giorni di navigazione, io e mamma ceniamo al tavolo tondo del Capitano e con noi ci sono Nicola e Rudy, un giovane romano senza peli sulla lingua, brillante ma logorroico e un uomo dall’età indefinibile, taciturno ed elegante.
Li ho già notati entrambi. Non accorgersi di Nicola sulla nave è impossibile, pur nella moltitudine dei viaggiatori e nella vastità dell’imbarcazione. Allegro, spigliato, sempre un po’ sopra le righe ma simpatico in modo travolgente e anche sorprendentemente educato e lontano dalle volgarità spesso presenti nei personaggi di quel tipo, Nicola è bello senza essere seduttivo, dando sempre l’impressione di essere disponibile senza essere invadente: apprezza e sa di essere apprezzato, si espone, ma non è mai allusivo. Molto diverso è Rudy, raffinato signore dall’età indefinibile ma senza dubbio oltre la cinquantina. Sempre vestito di bianco di giorno, anche per le scarpe, e sempre di scuro da galà la sera, lo si trova quasi a tutte le ore al tavolino del caffè, da solo e con l’espressione serena e un po’ persa da bambino sognatore, esaltata dal quel capo completamente privo di capelli come se dovessero ancora crescere. Rudy, sigaro spento tra le dita e vino bianco nel bicchiere ampio sul tavolino di metallo, gambe accavallate, sembra un ex giocatore di tennis dimenticato dalle cronache e anche ormai dai loro echi. A volte però, specialmente dopo aver bevuto un sorso e aver sorriso senza convinzione a qualcuno, sembra un personaggio di Pirandello o di Thomas Mann, una figura dal passato incredibile ed esitante sulla soglia di un futuro che non lo appassiona. Fino a quella sera al tavolo del Capitano, non avevo mai sentito la sua voce, così come non avevo mai goduto del silenzio di Nicola, evidentemente in soggezione ora al cospetto dell’autorità marina. È proprio il brindisi del Capitano, prima rivolto a tutta la sala sfarzosa e gaudente, poi dedicato a noi quattro ospiti privilegiati, a rompere il ghiaccio di un imbarazzo solo apparente. Manco a dirlo è Nicola il primo a presentarsi come architetto romano e a lanciare garbati messaggi arrotondati a me, ma soprattutto a mia madre, in un gioco che durerà tutta la serata come per un rimbalzo che sembra andare oltre la normale captatio senza, tuttavia, perdere il solco della delicatezza. È invece il Capitano, ‘Chiamatemi Giorgio, vi prego. Almeno stasera’, a dimostrarsi il più audace nel chiederci direttamente di parlare di noi, della nostra vita e dei nostri interessi. La mamma, rispolverando tutta la sua arte oratoria, una di quelle in grado di autoalimentarsi in progressione, descrive una situazione, la nostra, in bilico tra una grossa gioia e un dolore profondo da cui allontanarsi. Il quadro è esatto, ma è il contesto ad essere completamente inventato e fantasioso: in sostanza siamo in crociera dopo aver incassato una forte somma lasciata in eredità da un vecchio carissimo zio, spilorcio da vivo quanto munifico da defunto. Detto lei brevemente di me e del mio essere infermiera professionale, eccoci tutti ad attendere le parole di Rudy che è stato attento quanto silenzioso, come sempre, fin lì. La sua voce e il suo accento molto particolare mi affascinano all’istante, ma è il suo racconto che mi rapisce portandomi letteralmente via da quel tavolo, da quel viaggio. Rudy racconta con parole di velluto leggero di essere stato lasciato dalla moglie dopo trentacinque anni tra fidanzamento e matrimonio, così, di punto in bianco e senza alcun motivo plausibile. Espulso lui di casa da lei e dal figlio, amatissimo e oramai trentenne, come un intruso, come uno improvvisamente estraneo. Non una motivazione, una discussione, un litigio, solo una richiesta strana un giorno di una commissione a Venezia, la partenza in treno da Udine e poi, al ritorno, serrature cambiate, valigie nell’atrio e una lunga lettera in cui gli si chiedeva di prendere atto della nuova situazione e di astenersi dal tentare di entrare in contatto con lei e soprattutto con Antonio, partito peraltro in fretta per il Sudamerica.
Ascolto quel lungo, assurdo racconto che fluisce con pacata rassegnazione ma con una forza espressiva impossibile da ignorare e mi sento ancora più rapita, quasi perduta. Rudy possiede un magnetismo di sguardo e di voce che ha su di me un effetto più che catartico, benefico. Forse sono già innamorata di lui quando mi sorprendo a pensare che siano quelli gli elementi che mi mancano per essere completamente me stessa. Tra la sorpresa generale, balbetto qualcosa tipo: ‘Ma lei, Rudy, è ancora innamorato di sua moglie?’ ‘Certamente no, signorina Luisa, oramai da molto tempo. Il guaio è che la amo da morire. Altrimenti non sarei qui’ ‘In che senso, scusi? Non capisco’ interviene Giorgio. ‘Sto viaggiando per dimenticare, nella speranza di…’ Quella frase, interrotta dall’incursione dell’orchestra che decreta la fine della cena e l’inizio delle danze e della Festa delle Onde, mi tornerà utile, lo so. E tale certezza è quella che mi serve per sminuzzare, esattamente come Rudy, un passato recente, doloroso, avvilente nella carne e nell’animo. Non voglio una nuova vita, voglio una pietra pesante per rendere sepolcro quella precedente. Non passeranno che poche sere, fermi alla fonda al largo di Gallipoli, guardo le luci fuggire sull’acqua nera, quando mi sento cingere da dietro e la sua mano che mi stringe il fianco, gli appoggio la guancia sulla spalla, poi la sollevo e gli sussurro: ‘Voglio essere io quella speranza’ ‘È da quando ti ho vista che lo sei’.
Io non so se mamma me l’abbia contata giusta e che il corteggiamento di Nicola, ogni giorno un pochino meno brillante e ogni giorno un tantino più audace, sia rimasto vano, sta di fatto che io non le ho nascosto nulla delle mie notti con Rudy e pure della mia assenza di aspettative nei confronti di un uomo il cui passato mi interessava, e pure mi convinceva, sempre meno. E lei, premurosa madre mia, ad ammonirmi, ignara: ‘Stai accorta, figlia mia! Sei in quello stato…’. Quello che è accaduto, se mai è accaduto, nella nostra cabina orfana di me tra lei e Nicola nessuno lo saprà mai, ma quello che mi ha insospettito definitivamente nella versione di mia madre, è stato il fatto che alla fine della crociera, poco prima di saluti finali e sbarco, si è scoperto che Nicola Forte e Rodolfo Carnelutti, detto Rudy, erano in realtà due dipendenti della Compagnia di navigazione, addetti al benessere psicofisico della clientela. Io ho appreso la notizia con sollievo e perfino con una risata quasi liberatoria, mentre lei, nonostante gli sforzi, non sapeva celare un disappunto e una delusione piuttosto evidenti. E la mia gioia, confesso tutta la mia superficiale incoscienza di allora, era dovuta soprattutto al fatto di scendere poi da quella imponente e posticcia scala bianca nel porto di Palermo con la consapevolezza di aver compiuto il disegno di Carlo in modo più realistico di quello che lui stesso potesse immaginare. Sarebbe nata dopo nove mesi un’altra estate e sarebbe nato pure Andrea, un bambino con tre cognomi possibili e, tra il presunto Malavasi e il possibile Carnelutti, l’unico assolutamente certo sarebbe stato il mio, quello vero. Filippi.
Andrea avrà già tredici o quattordici anni quando arriva, a Lucerna, una lettera che mia madre, già ammalata, mi porge con il dito appoggiato sul nome del mittente e con la voce severa: ‘Chi è costui?’. Leggo: Rudy Carnelutti, via… giro la busta: l’indirizzo è giusto, è già questo in Svizzera. Come l’ha saputo? Come l’ha trovato? Non che io voglia fuggire, non che voglia nascondermi, da costui poi… poi mi dico che Costui è il padre di Andrea, che un po’ anche gli somiglia, ma sono inquieta. Sono qui, a Lucerna, lavoro, assisto mamma che si spegne, Andrea che sboccia, voglio che il suo futuro rimanga intaccato finché non potrà deciderlo lui stesso, non posso permettermi che il passato si intrometta nella nostra vita. Abbiamo già tutti pagato. Sto per distruggere la busta nel fuoco, poi ci ripenso. È suo padre, vediamo cosa vuole. Trovo delle foto, quella foto felice. E nemmeno una parola.
E anche adesso, tocco quella faccia troppo sorridente, quella mamma troppo bella, quei capelli troppo corti, quell’estate troppo ricca e chiudo questo cassetto troppo vivido per essere tutto vero.
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