ERRATA CORRIGE: nella prima pagina del II Capitolo (EMMA) il nome Filippo Marchesi va inteso come Filippo Malavasi
L’AMORE VERO
Ero veramente allibito e sconvolto. Non riuscivo a mettere a fuoco quella notizia, quella comunicazione ricevuta senza possibilità di replica. Non era un addio, forse. O un distacco, forse. Era un avvertimento? O meglio, un’avvertenza? ‘In aprile mi sposo’. Tutte le volte, ed erano state almeno cinquanta, che avevo scioccamente riletto quel messaggio, sperando di aver letto male, avevo avuto un piccolo sobbalzo da qualche parte. Probabilmente al cuore, come da logica letteraria, ma non ero affatto sicuro. Forse erano gli occhi a fallire il parallasse, forse il polmone a deviare un fiato o forse ancora le ginocchia a calcolare male il passo. Solo quando ho cancellato il messaggio, il giorno dopo e al termine di una notte affollata di rumori, di volti trapassati e di nulla, sono riuscito a mettere a fuoco la situazione. La nostra relazione durava da oltre trent’anni essendoci conosciuti all’Università e avendo amoreggiato praticamente da subito, ma senza mai, dico mai, renderla ufficiale e, soprattutto, continuativa. Quasi tutti gli amici, molti peraltro senza avere neppure il minimo sospetto, sono sempre stati convinti che io e lei fossimo molto, molto amici, che passassimo un sacco di tempo a studiare insieme o, una volta laureati, a frequentarci come persone in ottima sintonia e molteplici interessi comuni. Tutto questo e niente altro, ovviamente, e il fatto che abitassimo in città diverse sembrava essere una ragione in più per allontanare qualsiasi ipotesi di un rapporto di altro tipo. Che fossimo entrambi single? Mah, eravamo forse gli unici single rimasti in circolazione? Voleva dire forse qualcosa che io, piuttosto raramente d’altronde, mi fermassi da lei e che, ancora meno spesso, dormisse lei da me? Non si fa forse così tra buoni amici?
Noi non eravamo buoni amici, non lo siamo mai stati. Noi eravamo amanti, veri e segreti. E neppure, almeno per quello che mi riguardava, nemmeno stanchi di esserlo. Forse il trucco di questa longevità era proprio nella discrezione e pure, ne sono tuttora convinto, nella frequenza non molto fitta dei nostri incontri. Le pochissime persone che erano al corrente della vera natura del nostro rapporto, due o tre amici comuni, uno da parte mia e credo nessuno da parte sua, stentavano a capire e di tanto in tanto ci sollecitavano a venire allo scoperto. Che senso ha, sembrava il ragionamento e la relativa domanda, stare nascosti a quarant’anni abbondantemente suonati e venti di relazione, quando non ci sarebbe alcuno da urtare, da offendere o da coinvolgere obtorto collo? Nessuno di quelli che sapeva, nonostante la profonda sintonia e amicizia, mostrava di capire la bellezza irrinunciabile di quella situazione, il fascino poderoso del segreto che diventa ignoto, prima di assottigliarsi nell’incerto e di farsi impossibile e poi, finalmente, inesistente. Io e lei ci si amava in modo inesistente, inebriati dal mai e spossati nel corpo dalla più eterea delle sublimazioni. Eppure i nostri incontri erano reali, carnosi come solo il desiderio sa esserlo, cerebrali come solo l’appagamento cercato e rinviato può tentare di esserlo. E gli altri? E le altre? Non esistevano, non potevano essere. Esistevano corpi, anche pulsioni, perfino attrazioni e rapporti, ma erano povere cose, forse perfino necessarie, ma prive del minimo spessore.
In aprile, però, adesso lei si sarebbe sposata. E io? E noi? Mi chiedevo se sarebbe cambiato qualcosa e la risposta non poteva che essere affermativa ed era quella maledetta sillaba che mi deviava il battito cardiaco. In più, in virtù di un vecchio espediente con il quale io potevo solo scriverle ma non telefonarle, avendo lei bloccato il mio numero ovviamente con il mio consenso, era adesso molto difficile poter entrare nel giusto contatto con lei. I cinquanta messaggi che le avevo mandato, uno per ogni controllo di…verità, risultavano nemmeno ricevuti, e la mia ansia aumentava. Non era mai successa una cosa simile. Avevamo discusso, litigato, ci eravamo staccati più o meno con modalità di accordo reciproco un sacco di volte, ma una notizia così inaspettata e, soprattutto, probabilmente foriera di una decisione netta e unilaterale, mi stava letteralmente togliendo la terra da sotto i piedi. Girando a vuoto, nei confronti di me stesso e di una città vorticosa e assente, mi stavo chiedendo per la prima volta se per caso non fossi innamorato di lei. Meglio, se non fossi stato da sempre innamorato di lei. Come si fa, e si dice, in questi casi, cercavo di darmi un contegno e di rimettere la mia quotidianità sui soliti binari. Esattamente quelli che di solito odiavo, che facevo di tutto per evitare nella ricerca continua, spesso vana, di sfuggire al consueto, al prevedibile, al ripetitivo e che adesso mi apparivano, giustamente, come l’unica strada, appunto ferrata, per rimanere nell’alveo della certezza, nel grembo protettivo dell’assenza di sorprese. Tutte le volte che compivo un gesto, anche il più banale e privo di intenzione, che avevo già fatto in presenza di lei, la vertigine mi tornava rendendomi impossibile ogni normalità.
Lei si sarebbe sposata e il mondo era già totalmente, assurdamente cambiato, mentre la mia inutilità cominciava a imbarazzarmi. Mi traboccava da tutte le parti, dai gesti, dalle parole, dagli sguardi. I giorni passavano strisciando in una foresta di ore senza via d’uscita e soprattutto senza di me, senza un mio benché minimo intervento, senza che mi importasse ormai null’altro che il mio cellulare e il suo incessante silenzio. Una mattina molto presto, talmente presto che forse era una notte molto tardi, sono partito in macchina per casa sua, ma ero titubante e con l’animo, come al solito, zeppo di dubbi e ripensamenti. Il tragitto mi era sembrato lunghissimo e sulla strada, deserta di altre auto, mi erano apparse strane figure zoomorfe, frutto probabile dell’ennesima alba senza riposo alle spalle. Ora, con la macchina parcheggiata in modo molto visibile, fissavo con attenzione il cancello in diagonale della sua casa. C’era chiaro, gli uccelli avevano già annunciato il chiarore stando ancora nascosti, ma la luce e la pace che uscivano da quel giardino avevano ancora inconfondibili le tracce della notte. Magari una notte appagante, di quelle capaci di spingere un po’ più in là il giorno con le sue verticalità. Non succedeva altro che il cambio impercettibile di luce accompagnato da qualche timido rumore a comporre il nuovo scenario della mia vita senza di lei, uno scenario inesorabile. Man mano che il giorno si manifestava, i rumori e poi anche le voci si facevano più consuete, più quotidiane e qualche persona passava pure accanto alla mia auto e mi guardava con sospetto compassionevole. Proprio quando mi ero deciso a girare la chiavetta e tuffarmi altrove nell’inevitabile, eccola là in fondo. Ciabatte, vestaglia lenta, pochi passi appesa al braccio di costui, evidentemente accompagnato all’uscita con la pigra dolcezza di un esodo obbligato non quanto il prossimo ritorno. Stavo guardando con il più sacrosanto dei disprezzi questo doppiopetto brizzolato e fiero di sé venire incontro la mia postazione seminascosta, giocherellando con le chiavi probabilmente di quel Suv parcheggiato poco lontano, quando mi squilla il cellulare.‘Come stai? Ti ho svegliato?’ ‘No, no, sto bene e sono sveglio da un po’.’ ‘Sei sicuro? Non è che sei qui fuori perché non te ne fai una ragione?’ ‘Ma no, ma figurati! Che dici? Anzi, ti capisco benissimo! Io, poi…’ ‘Dai, sciocco! Stamattina, se vuoi, possiamo vederci. Se vieni qua, a casa mia, ti preparo la colazione…’ ‘No, mi dispiace, stamattina sono impegnato… mi vesto e arrivo! Ce li hai i muesli?’ ‘Per te, sempre! Fai presto, abbiamo mille cose da dirci. Ma sei sicuro di essere a casa?’
Stavamo parlando da mezzora nella sua cucina accogliente dove io mi ero da sempre sentito a casa e ora mi stavo rendendo conto di stare di nuovo bene, che la paura di annegare nella vita si stava dissolvendo con le sue parole. Non aveva bisogno di rassicurarmi: lei c’era e non aveva alcuna intenzione di non continuare a esserci per me. Niente e nessuno avrebbe potuto scalfire la nostra intesa, nemmeno un matrimonio, neppure un marito. E dal momento che nessuno, come già dimostrato, avrebbe potuto neanche capirla, avremmo continuato tranquillamente a non condividerla e a godercela solo noi. Del resto, avevamo superato il mezzo secolo e ci si coccolava, come diceva lei, da quando eravamo bambini o poco più e non c’era alcuna ragione… Tale ragionamento non solo non faceva una piega, ma aveva avuto anche il merito di perdere le ultime sillabe nel bacio più silenzioso che potessi desiderare. E, si sa, i baci migliori non hanno testimoni e sono privi di rumori.
Quella notte insonne e quella mattina turbolenta di fine marzo sarebbero stati fondamentali per tutto il mio equilibrio esistenziale. Mi resi conto una volta di più di quanto amassi profondamente quella donna, di quanto mi piacesse fosse semplicemente viva e di come mi appagasse la nostra incrollabile complicità. Poteva, e avevamo potuto sempre farlo sia lei che io, avere storie con chi si volesse, poteva benissimo pure innamorarsi e partire con un altro per vivere intensamente una storia di cui peraltro non volevo poi sapere assolutamente nulla. A me bastava non sparisse, non si eclissasse ed è proprio per questo che quella mattina a casa sua, dieci giorni prima di sposarsi, aveva tolto il blocco alle mie telefonate. Era una concessione veramente inaspettata e molto gradita: non sarei più impazzito d’attesa, a patto di usare quella libertà con la giusta misura. Q b, come per il sale nelle ricette.
Si è sposata con quell’uomo strano, affascinante ma inquietante, pieno di idee brillanti e sempre sul punto di diventare famoso in qualche campo per qualche invenzione geniale o per qualche trovata eccezionale e, per questo, perennemente conteso dal mondo industriale e da quello commerciale. Perfino il mondo dell’arte, soprattutto scenica, si interessava a lui, figura in perenne procinto di diventare ricco e ammirato. Lei era troppo intelligente per credergli fino in fondo, ma il fatto spiazzante, oltre a un afflato sentimentale che non volevo discutere o giudicare, era il fatto che non si trattava di un millantatore. Filippo Malavasi era semplicemente un uomo privo, nel modo più totale e sincero, della misura di sé.
Me l’avrebbe fatto conoscere una settimana prima del matrimonio in una cena a casa sua dove doveva esserci anche Roberta, un’amica storica di Emma, che lei non aveva mai voluto presentarmi prima. Ma anche quella sera il rendez vous fatidico era fallito per un impegno di quell’insegnante di teatro che peraltro mi incuriosiva assai, tanto che più di una volta mi era anche passato di mente di contattarla autonomamente. E del resto, ero assolutamente sicuro che la ritrosia di Emma nel presentarci altro non era che frutto di una sua sciocca gelosia. L’impegno improvviso di Roberta per quella sera, poi, aveva costretto Emma a ripetere la cena l’indomani per loro tre, io ero impossibilitato, e, come poi avrei saputo anche in forma molto dolorosa, da allora, da lì, da quel divano, sarebbero scaturite vicende molto tristi per tutti.
I rapporti con Emma si erano poi fatti saltuari, gli incontri rari, gli abbracci rarissimi ancorché molto intensi per diversi anni. Io avevo provato anche un paio di storie di quelle che cominciano con la più grande sintonia, con le coincidenze di fatti, di gusti e di idiosincrasie che fanno pensare alla sovrapposizione di anime e finiscono con i soliti piatti rotti e la convinzione, reciproca, che i mostri esistono. Ma la profondità dei sensi, in tutti i sensi, con Emma non poteva essere mai dimenticata, mai superata e, soprattutto, mai fisicamente abbandonata. Una delle storie intriganti che avevo vissuto, con tale Egle, era proprio finita quando le avevo presentato la mia vecchia amica di Brescia, Emma, con cui condividevo da sempre la passione per l’arte. Egle, donna intelligente e sensibile, aveva colto tutto subito. Avevamo trascorso una serata magnifica e difficilmente dimenticabile, ma il giorno dopo avrei ricevuto da lei una lettera di addio dolorosa, dura e priva di possibili repliche.
Nell’ultimo anno, poi, gli incontri si erano diradati ulteriormente, fino al giorno in cui me la sono ritrovata sconvolta, pallida e tremante, sull’uscio di casa alle sei del mattino. Mi ha abbracciato, ci siamo baciati nel solito nostro lungo silenzio e siamo scivolati nella penombra della camera da letto dove ci siamo coccolati, anche con una certa, inconsueta furia per un paio d’ore buone. Qualunque fosse stato il motivo di quella improvvisata, inconsueta anche per due esseri imprevedibili come noi, doveva essere tosto dal momento che Emma, con il volto rasserenato e giovane, avrebbe dormito fino a dopo mezzogiorno. Avevo saputo della scomparsa improvvisa di Filippo, ma nei giorni del funerale e delle visite alla vedova non ero in Italia per cui la mia vicinanza a Emma era stata solo telefonica e con un paio di mail di affetto e disponibilità. Una volta tornato, la mia speranza di poterla vedere aveva cozzato contro una serie continua di indisposizioni, piccole e grandi, la cui consistenza non mi sembrava il caso di verificare per cui, in fin dei conti, avevo optato per aspettare che passasse quel trambusto luttuoso e tornasse a scorrere la tanto detestata ma irrinunciabile normalità. E quella mattina mi ero divertito a guardare quel corpo addormentato e forse appagato da un amore carnale quanto antico, da un corpo antico, il mio, quanto amoroso. Quella immobilità sconfiggeva il tempo insinuandosi per l’ennesima volta nella mia stessa esistenza.
Avevamo poi mangiato nudi e imboccandoci l’un l’altro con le mani, come avevamo già fatto altre volte, poche in verità, negli oltre trent’anni di questo amore sotterraneo, ma talmente evidente da non apparire più se non ai nostri occhi. Anzi, ai nostri sensi. Ci eravamo cibati così la prima volta quando forse non avevamo vent’anni ed eravamo sulla sabbia di una costa, di notte, fuori da una piccola tenda e davanti al fuoco del più scontato dei bivacchi di passione che si possa immaginare. Ma adesso eravamo nella cucina di casa mia, con addosso eventi pesanti e poche obiettive possibilità di saper essere ancora scanzonati o trasgressivi in senso classico. Quando Emma, dopo avermi raccontato per sommi capi il periodo complicato che stava attraversando, i dubbi che la stavano aggredendo sulla sincerità di Filippo e sulle tante cose strane che le stavano capitando proprio legate a quei dubbi, quando Emma insomma mi aveva chiesto se potevo aiutarla concretamente, io stentavo a credere alle mie orecchie. ‘Aiutarti in cosa, Emma? Sii più chiara, è da quando avevamo diciotto anni che ci aiutiamo a vivere’ ‘Mauro, devi aiutarmi a cancellare gli anni che ho trascorso con Filippo e solo tu, sono convinta, ci puoi riuscire’ ‘Dici? E come?’ ‘Potremmo cominciare con il fare finalmente una cosa che abbiamo sempre rimandato: uscire allo scoperto, avere una vita nostra, visibile a tutti e, perché no?, vivere insieme’ Ero orgogliosamente stupito, ma perplesso. ‘Non sai, o forse lo sai, quanto mi renda felice questa prospettiva, ma…, Emma, non ti sembra un po’ presto? Cosa potrà pensare la gente? Vuoi passare per una che ci mette poco a consolarsi? Credimi, non sai quante volte in questi anni ho desiderato cominciare a condividere tutto con te, ma forse per non alimentare chiacchiericci, sarebbe meglio aspettare un annetto. Sei mesi…’ ‘La gente può pensare quello che vuole, io ho bisogno di te in casa adesso!’ ‘Sai com’è la testa di certe persone. Che Filippo fosse un farfallone lo credevamo possibile un po’ tutti, ma se a un paio di mesi dalla sua scomparsa ci presentiamo conviventi io e te che siamo amici da un secolo, non vuoi che anche le pietre non facciano due più due o pensino al pan per focaccia?’ ‘Mauro, ti ripeto, di quello che pensano anche le mie amiche non me ne può fregar di meno. Pensino pure che io abbia tradito Filippo con te! E allora? E semmai, amore mio, è vero il contrario e cioè che io abbia tradito te con lui, o no?’
Tempo un mese, era fine novembre, mi sarei trasferito definitivamente in Franciacorta, da lei e da Tommy che, purtroppo, dopo qualche settimana, avrebbe finito i suoi giorni. Sembrava contento della mia intrusione, ma era malato da tempo e un pomeriggio l’abbiamo trovato in giardino, nel suo angolo preferito, disteso per sempre. Quell’evento triste, che temevo potesse provare ulteriormente l’animo di Emma, aveva invece in qualche modo cementato ancor di più la nostra unione. ‘Vedi, il passato se ne va’ mi diceva appoggiandosi a me sul vialetto di casa al ritorno dall’ultimo saluto a quella zolla sopra Tommy. Il passato se ne andava nei suoi racconti improvvisi sotto la doccia, a tavola, a letto e più che narrazioni erano espulsioni, sgravi, frantumazioni minuziose. Emma mi sbriciolava addosso il suo matrimonio come se io fossi un’ara che prima o poi avrebbe preso fuoco, come per quel plico che lei e Roberta avevano gettato nel camino acceso sotto Natale. A proposito di Roberta, mi sarei aspettato il fascino femminile in carne e ossa e non quello scricciolo impaurito e insicuro che balbettava invece di esistere. Che delusione e che incredulità nel pensare che uno come Filippo, avendo Emma, fosse stato attratto da costei. O era Costui? Questo dubbio incomprensibile, questo nonsense perfino assurdo e che avrei tenuto per me, mi avrebbe poi arrostito il cervello per giorni, a Natale e anche quando ero dovuto tornare in fretta a Bergamo a vendere, molto bene, uno dei miei quadri più belli. Questo contrattempo, invero piacevole, mi aveva invece impedito di conoscere Giovanni, un giovane scapestrato ormai uomo fatto, che Emma conosceva fin da bambino e che era talmente affezionato a lei da chiamarla zia. Zia Emma, che buffo! Era venuto a Santo Stefano per farle conoscere la futura moglie o qualcosa del genere. Mi dispiaceva aver mancato quell’incontro, anche perché, al mio ritorno quella sera molto tardi, avevo trovato Emma molto provata. Non dico che fosse come quella mattina alle sei davanti alla porta di casa mia, ma poco ci mancava.
È stato vederla così e ascoltare il resoconto di quell’ennesima giornata faticosissima per il suo equilibrio che mi ha convinto a regalarle questa vacanza vera, questo tuffo nel caldo, nel sole e nel mare delle Maldive. La speranza mia, ma soprattutto sua, è di annegare nelle vicinanze della barriera corallina tutti questi fantasmi che si rincorrono come le voci di quella poveretta che si era fissata di essere stata l’amante di Filippo solo perché si erano baciati una sera da mezzi brilli approfittando della momentanea assenza di Emma. Una scappatella da nulla, subito confessata alla moglie e subito perdonata, quasi dimenticata ma su cui Roberta si sarebbe costruita un castello di fumo che, alla fine, l’avrebbe soffocata di macerie di abbracci immaginati, sensi di colpa spinosi e sguardi nascosti insopportabili e trascinata alla fine nell’oblio del delirio. Fantasmi che si rincorrono come il lampo negli occhi terrei di quell’altra ragazza svitata, la futura moglie di Giovanni, convinta di essere stata complice di chissà quale crimine. Adesso basta! Si parte senza biglietto di ritorno. Il mio talento pittorico, finalmente riconosciuto, mi permette questo capriccio d’altri tempi, questo viaggio d’avventura senza se e senza ma. L’unico rimpianto è per quella busta rossa scampata al fuoco del camino di Natale: avrei voluto aprirla, ma Emma è stata irremovibile e poi, non so perché, l’ha regalata a quel Giovanni. A proposito, lupus in fabula!, eccolo che chiama la zia. Che cosa vorrà ancora costui? Emma mi riferisce i suoi saluti e gli auguri di buone vacanze, ma a me è già ripartito in testa il tormentone come l’altra volta. Costui…costui…Costui…costui… facciamo la fila al check in costui…costui… bus, camminata ventosa… Costui.. scaletta… Costui… costui… posti trovati, cinture di sicurezza… costui… Costui… rollio, decollo, sonno invincibile, mano di Emma nella mia… costui… COSTUI…
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