LA ZIA DIMENTICATA
Se oggi sono un uomo ricco e soddisfatto, forse non del tutto felice, ma consapevole di potermi permettere tutto ciò che mi rende contento, lo devo a lei, alla sua scaltrezza un po’ birichina unita, però, a una capacità fuori dal comune di slanci d’affetto e di generosità. Libera di testa, di cuore e di corpo, viveva, credo lo faccia ancora, per essere se stessa e per sfuggire ai rimpianti. È stata lei, eravamo ancora distesi e con le gambe avvinghiate una sera in camera sua, a farmi sentire quello strano sonoro, suo e di un’altra donna. Ridevamo come scemi. Dai, fammelo ascoltare ancora! Basta, su, torna a baciarmi! Dammi qua, un’ultima volta…Quel nome mi era frullato in testa subito, appena quella voce che pareva incerta, forse impaurita, l’aveva detto presentandosi. E anche quell’altro, quello che credo fosse del marito, non mi era nuovo. I nomi erano aghi di senso nel pagliaio del passato. Erano però aghi concreti, ma la voce, l’avrò riascoltata venti volte, non mi diceva nulla, anche se quell’accento… Nei giorni successivi stavo cominciando ad appassionarmi a quell’enigma, ma poi gli impegni, l’oblio, l’età, le urgenze… e poi ancora la vita, i distacchi, i copioni, i registi matti, le belle colleghe… Per diverso tempo, quello strano episodio in bilico tra finzione scenica ed evocazione quasi ancestrale, ha dormito nel mio animo, che è la stanza più bella della memoria, senza dimenticarmi. Senza uscire senza pagare. Come a volte invece facevamo io e lei, la mia ragazza, quando si andava in giro per la penisola per divertimento o per lavoro. Sì, anche per lavoro, incoscienti che eravamo! Si andava nelle bettole dove si mangia anche, e spesso, se si fermava la stanza durante la cena, mica ti chiedevano i documenti. Si finiva il pasto che si pagava, quello sì, e poi, zaini in spalla, su in camera a divertirci e a dormire. I modi per svignarcela la mattina dopo erano i più vari e fantasiosi ed erano la parte più divertente del viaggio, la sua stessa ragion d’essere. Quante fughe! E ogni volta ci si amava di più, si scopava anche sempre meglio. Da complici, da delinquenti dell’amore. Non ci hanno beccati mai. E ancora oggi che siamo maturi e lei non so più dove sia, forse in quelle locande con il primo piano e le lenzuola così così, hanno ancora la nostra foto segnaletica.
Stanze o meno che siano, io però sono, sarei, un albergatore scrupoloso e un salto a controllare chi fosse rimasto a bivaccare là dentro, alla fine poi l’ho fatto. Ci ho messo un paio di mesetti, ma alla fine, testardo o maniaco, c’ero arrivato. Senza bussare ero allora entrato, nel senso che ho fatto luce finalmente nella mia memoria, e ho trovato un tesoro perduto! Niente meno che la zia Emma, Emma Franzi, la vicina di casa di quando ero piccolo in campagna. Mica eravamo veri parenti, però… Una donna di classe, anche piacevole con il suo accento ligure dolcissimo, insegnante di Arte e, più che zitella, diciamo non sposata, single. E poi, molto gentile, disponibile. Io e mio fratello andavamo da lei il pomeriggio e la merenda, fetta di focaccia, gelato o panino imbottito e coca, saltava sempre fuori. Emma! Cara zia Emma! Mi era venuta in mente tramite quell’altro nome, Filippo Malavasi. Avevo saputo che si era sposata con costui, costui…mi dice qualcosa… ah, sì, la telefonata di Sabrina… un attimo, una cosa alla volta. Dicevo che, a cinquanta suonati , Emma e questo Filippo, che non ho mai conosciuto, si erano sposati, forse quindici anni prima, forse venti. O dieci? Insomma, era tanto tempo che non sentivo più parlare di lei e, onestamente, non sapevo neanche dove fosse e, la dico tutta, se ci fosse ancora. Ero già contento che, sentita perfino la sua voce, fosse ancora al mondo.
Ma la luce in quella stanza sfatta era fioca e la curiosità, anche la voglia di riabbracciarla, a quel punto, tanta. Dopo aver maledetto il progresso elettronico che ha fatto sparire i vecchi telefoni di casa con la cornetta e i vecchi meravigliosi elenchi cartacei, vere e proprie enciclopedie del sapere dove, del sapere chi e del poter avvicinare, avevo passato ore invano su internet. O meglio, qualche notizia di lei, e anche di lui, l’avevo anche trovata: insegnante lei, appunto, mille cose fumose lui, ma niente di utile alla causa. Stramaledetta privacy! L’unico modo a quel punto per tentare di fare più luce, era contattare Sabrina e far riemergere quella assurda storia del telefono di Costui e sperare avesse ancora quell’apparecchio. Io e Sabrina ci eravamo lasciati da un paio di settimane, senza litigare, rendendoci semplicemente conto che era finita, che si poteva benissimo continuare il percorso da soli o, in ogni caso, ciascuno con la propria storia o le proprie storie. Andavamo d’accordo perché, specialmente sull’argomento dei rapporti d’amore, sentivamo e pensavamo in modo identico. E poi, ci avrebbe unito per sempre, forse lo penso tuttora, la passione per il teatro, per quello che a quel tempo era il nostro lavoro. Un po’ a balzelloni, ma sempre lavoro. Tutto questo era molto bello, giusto, perfino quasi realistico, ma in questo momento, un tantino in secondo piano, dietro le quinte. In questo momento avevo bisogno di Sabrina qui, ma soprattutto di quel cellulare, sempre lo avesse ancora, con il numero di Emma.
Tutto il giorno a chiamarla, mi aveva dato sempre irraggiungibile, e io che, quando mi intestardisco su una faccenda, ci perdo la testa, ero arrivato a sera che mi sentivo così schizzato, tanto da convincermi di essere diventato geloso. Dove cazzo sei? Perché non smetti un attimo di scopare con quello stronzo e rispondi? Urlavo all’ennesimo ‘l’utente desid..’ Vaffanculo, zoccola! Ero davanti al pc, un solitario, o qualcos’altro…, per calmarmi i nervi, erano le dieci, non avevo cenato e, per fortuna, neanche bevuto, quando finalmente… Era lei. Che cavolo è successo, Gio? ho trovato cento chiamate, ti è accaduto qualcosa, tesoro, stai bene? No, niente, Sabri, scusami. È che ero preoccupato, ma dove sei? C’è un casino, lì! Ma come, dove sono? Sei fulminato? Sono a Oslo, in tournee, non ti ricordavi più? Sei sicuro di stare bene? Sto bene, Sabri, ti assicuro che sto bene, mi sono solo scordato di Oslo, ok? È tutto a posto. Re Lear, vero? Sì, sì. Ma come tutto a posto? Hai una voce… Cento chiamate… vabbe, dai, ne riparliamo. Adesso mi aspettano per la cena. È andata bene, un trionfo vero. Ah, grazie di avermelo chiesto… Scusami, Sabri, scusami tanto. È che è tutto il giorno che ho una roba in testa… Che roba? Ok, me lo dirai, adesso no. Quando torni?Domani. Atterriamo a Fiumicino alle 16 o giù di lì. Vieni a prendermi? Sì, dai, è una buona idea. Così parliamo un po’. Sì, certo. Tu però controlla l’orario, sai che sono svitata. Ciao. Ciao, dormi sola stanotte? No!! Scemo, e domattina ce la svigniamo senza pagare. Notte, scema, fai la brava.
L’aereo da Oslo era previsto per le 18,30 e, tra ritardo, navetta, ritiro bagagli e qualche controllo a sorpresa, Sabrina appare alla scorrevole degli arrivi, sorridente e leggera, intorno alle 20. Ci abbracciamo alternando i piedi di appoggio come quando si è contenti di rivedersi, ma non abbastanza per baciarsi. Che bello, quanto tempo! Come mi abbracci tu… Ciao, Sabri, è sempre un gran piacere. Salato il conto? Salatissimo e staccandosi, con la faccia buffa: Ma sei…sei geloso? Guarda che non puoi, non puoi più! Scherzo, dai. Sai bene che non lo ero nemmeno quando ne avevo diritto. Devo però farti una proposta un po’ strana, prendila bene. Dimmi, che c’è? Siccome ho bisogno e voglia di parlare con te con un po’ di calma, ti chiedo se vuoi fermarti da me stanotte. Che audace, il mio Giovannino! Accetto a due condizioni, anzi tre. E cioè? Che tu mi prepari uno dei tuoi famosi risotti, magari quello con i carciofi e peperoni e che, a una certa ora, mi lasci andare a nanna. Da sola, s’intende. Si dà il caso che oggi abbia preparato già l’intingolo con carciofi e peperoni. Cazzo, sono diventata così prevedibile? E poi, dormo spesso sul divano, sai? La terza? La terza che cosa? Ah, sì, devi farmi rispondere al telefono tutte le volte che voglio. Va bene, dammi qua ‘sta valigia, ‘nnamo! .
Stavo per vivere una delle serate, una delle notti e uno dei periodi più belli, sconvolgenti, intensi e importanti della mia vita e la cosa straordinaria, mai successa in tutta la mia vita, né prima né dopo, era che me ne rendevo conto mentre mi accadeva. Avevo letto da qualche parte che la felicità è desiderare esattamente quello che si ha. Ecco, era proprio così. Di quel periodo ricordo ogni piccolo dettaglio e non cambierei, a distanza di tanti anni, neanche un colpo di tosse. Già mentre ci si avvicinava alla città e si attraversava il traffico di Roma, mi sentivo che qualcosa sarebbe successo di fondamentale per il mio futuro e, mentre si parlava con Sabrina di lavoro, suo e mio, di Oslo, di progetti e prospettive, di amorazzi, miei e suoi, pensavo che quel benessere nuovissimo e incredibilmente intenso riguardasse me e lei. E che quell’incontro, voluto da me ma casuale nel senso che era legato a tutt’altro, ci riportasse insieme. Magari per sempre. Durante la cena di quella sera, il tutt’altro aveva già bussato un paio di volte, ma era talmente perfetta l’atmosfera dei racconti e delle risate di Sabrina, che non mi decidevo ad aprire una porta che mi sembrava perfino sgangherata. È proprio lei, invece ad aprirla. Ridendo, un po’ brilla: Amore, ti ricordi di Costui? Quella storia assurda… lo scherzo… la mia voce d’oltretomba… che risate! Allora, si scopava e si rideva…ma poi, quella tua fissazione per quei nomi… che stress, che palle! Certo che me la ricordo, come no? Pensa che… ma scusa un attimo, a proposito di telefono, tutte ste chiamate che dovevi ricevere? L’ho spento, bastardo. Stasera volevo solo te, bastardo. Dice così e mi vola in braccio, sulle ginocchia. Finiamo di là, sul letto, a far raffreddare il risotto e scaldare il vino. Torniamo a tavola e decidiamo di sederci su una sola sedia, come quando apparecchiavamo per uno solo e si mangiava tutt’e due. Taci,ho ancora più fame! Ma perché ci eravamo lasciati? Ah, sì! Tu morivi per quella russa. Sì, tu invece per quel Tiziano che recitava per non balbettare. Ci esci ancora? N-no, più v-v-is-to. Ecco la nostra famosa cascata di risate che inondava tutto, che sommergeva qualunque realtà scomoda. Poveraccio di un Tiziano!
Poi, finalmente, il dunque! Si parla finalmente di Costui. Lei, sulle prime, è refrattaria Ancora? Ma sei proprio fissato! Ma quandoriesco a spiegarle di zia Emma, un po’ si rabbonisce, ma resiste ancora Non so dove l’ho messo, forse l’ho buttato, credo mi portasse sfiga. Poi si alza, va di là e torna con il cellulare Non lo uso mai, è senza scheda, ma, non so perché, me lo porto sempre dietro. Forse per rispetto della Crocetti che me l’ha regalato. Un attimo…Come, senza scheda? E poi chi è la Crocetti? È, per caso, la Roberta Crocetti? Certo che è lei! Ma tu come fai a conoscerla? Io? Come fai a conoscerla tu, piuttosto? Io sono stato a scuola da Roberta per anni, un po’ strana ma molto brava . Ma sei di Brescia? Convinta tu fossi bolognese, giuro! Solo perché ci siamo conosciuti a Bologna? Dai! Sono di Provaglio, un paesino tra Iseo e la Franciacorta. I vini, hai presente? E poi, scusa, ti ho appena parlato di zia Emma..! E come vuoi che sappia io di dove diavolo stia tua zia Emma, scusa? Io a Brescia ci andavo da bambina dai nonni, mia madre era di Ospitaletto, e ogni tanto vado dalla Crocetti, quando siamo con la Compagnia da quelle parti, per rinfrescarmi un po’ le idee, è sempre un toccasana, un tuffo necessario. E’ veramente brava, l’ultima volta l’ho vista a fine settembre, appunto. È incredibile, non avevamo mai parlato dei nostri trascorsi quasi comuni e quindi del nostro legame con lo stesso territorio, ciascuno per conto suo. La cosa singolare è che, di solito, le coppie che si formano trovano un sacco di punti, gusti e desideri in comune, spesso anche quando essi non esistono affatto, e noi, che ne avevamo di così importanti, Brescia, insegnante di recitazione, non ce ne eravamo accorti. Forse, troppo impegnati a vivere e cercare per rivangare o confrontare.
E comunque, chiarito tutto ciò, rimane per me lo scoglio della sim tornata nelle mani di Roberta. E se glielo chiedessi a lei? Vuoi che chieda a Roberta il numero di tua zia Emma? Ma sei fuori? Non hai capito. Glielo chiedo io. Ma per piacere! E chi ti avrebbe riferito che sono amiche o in contatto? Risalirebbe comunque a me e sarei fritta. Non se ne parla proprio! Dovresti, in effetti, darmi tu il numero. Appunto, non te lo darò mai. L’ho perso…
Un vicolo cieco spesso, per fortuna, presenta dei tombini o delle piccole grate che sono occhi di fuga. Si manifestano quasi sempre quando ci si sta per arrendere e cambiano la storia in un amen. Il tombino di quella sera si presenta quando sul mio cellulare, senza un vero perché, appare la scritta ‘Memoria in esaurimento’. Dopo un attimo anche di disappunto, ecco il filo di fumo umido uscire dall’asfalto e segnalare la via d’uscita. La memoria del telefono, cazzo! Non tutte le azioni compiute su quello strumento diabolico si deposita nella schedina, alcune, non ne conosco affatto il motivo e non me ne frega un beato, rimangono in memoria sul telefono. Se abbiamo un po’ di fortuna, amore mio, la chiamata della zia, che è l’ultima vero?, è ancora lì. Un ultimo scoglio, tanto per non farci mancare nulla in questo gioco dell’oca, è la batteria del telefono. Scarica, zero. Non hai un caricabatteria di questo modello? Sabri, sei tu che dovresti averla! È tuo, sto coso! Sono eccitato, ma sto perdendo le staffe. Lei miracolosamente non se la prende, poi rovista nella sacca: Proviamo questa. È quella! Funziona! Passiamo i successivi cinque minuti, il tempo che il telefonino torni al mondo, a brindare e a baciarci giurandoci amore eterno. Poi, di brutto, mi fa: E se il numero non c’è? Sudo freddo. Ma il numero c’è, eccome se c’è! E la chiamata oscura ma illuminante è del 10 ottobre. La mezzanotte è passata da un po’ e decidiamo di chiamare zia Emma domani, con calma. Intanto, chiedo a Sabrina se vuole sposarmi. Certamente, non aspettavo altro. Ma solo per stanotte.
Dopo tutti quegli anni, la zia mi riconosce immediatamente, dal Pronto, è la signora Franzi? E io, quasi subito, riconosco la voce che, disperata, chiedeva del marito. Stiamo in linea mezzora in viva voce, forse più, e Sabrina freme, fuma perfino e non capisco se è scocciata, impaziente o nervosa. Ma è bellissima… Zia è invece dolcissima e, quando le dico che ho una voglia matta di conoscere lo zio Filippo, senza cambiare tono, mi fa Purtroppo non lo conoscerai mai, Giovanni. Filippo è morto. Esattamente due mesi fa, il 24 settembre. Mi dispiace molto zia, ti stringo forte, ma come è successo? E tu, adesso come stai? Mi dispiace tantissimo! Guardo, senza capire, Sabrina, che si lascia cadere distesa sul letto e si mette le mani in faccia. Non so se pianga, sono sicuro sia disperata. Perché? Zia, intanto: L’ha portato via un infarto di notte. Eravamo nelle Marche, in albergo. Stavamo andando al mare, in Puglia. I primi giorni, puoi capire, sono stati terribili. E adesso? Ho degli amici meravigliosi che mi vogliono bene. E oggi, ho un po’ paura a dirtelo, mi sento anche molto bene. Ma te ne parlerò… Sabrina si alza, sembra furiosa, mi fa segno di tagliare la conversazione. Non la seguo. Ad un certo punto Emma mi chiede come ho fatto a rintracciarla. Mi prende in contropiede e le rispondo che si tratta di una storia complicata che ha protagoniste Sabrina, la mia ragazza, e una mia vecchia insegnante… Sabrina mi rifila allora un calcio negli stinchi e io capisco la mezza gaffe, deviando poi sul fatto che sarebbe stato bello rivederci e magari parlare di questa e di centomila altre cose. Sarebbe bello venissi a trovarmi sul serio, Giovanni. Questa, in fin dei conti, è la tua terra. Non sarai mica diventato romano? E questa qui, lo sai, è la tua casa. Tua zia, poi, ha diritto di conoscere la tua futura moglie, non credi? Credo, credo… non sono sicuro lo creda lei. È qui davanti a me e ti saluta. Ci stavamo giusto chiedendo se tu sei via per Natale. No, nessun programma, perché? È possibile noi si faccia un salto, impegni di lavoro permettendo, da quelle parti. Sai, anche Sabrina ha parenti a Ospitaletto, ma lei è altoatesina, brutta razza… Non dire sciocchezze, lassù sono belli e sani. Sei il solito dissacratore. Comunque è fatta, vi aspetto per Natale, magari subito dopo. È perfetto, zia Emma. A presto, un bacio grosso. Un bacio, piccolo mio a te e alla tua Sabrina. Vi aspetto.
Termino spossato e sudato come un cencio, ma soddisfatto. Sabrina, invece, mi guarda di traverso e mi dice che non ci pensa proprio a venire con… Squilla il cellulare, è Emma. Rispondi! Senz’altro ha un impegno, un viaggio, non può! Sabri è incazzata, ma speranzosa. Ciao, zia. Dimmi. Scusa, Gio, una curiosità: tu e Sabrina lavorate insieme? Normalmente, no, ma qualche volta capita. Perché? Niente, niente, solo una banale curiosità. Grazie, ragazzi. A presto. A presto, zia. Non ho ancora chiuso la comunicazione, che Sabrina riparte all’attacco. Mi fa notare che tutta quella faccenda è troppo strana, che quella stronza malefica della Crocetti, ma non era una dea in terra..?, l’aveva messa in un casino allucinante, le aveva fatto rispondere a una che aveva perso il marito da meno di una settimana e che telefonava a questa, a COSTUI, per chiedere proprio del marito!! E sta troia fa fare a me la parte di Costui!!! Adesso la chiamo, subito! Voglio che mi spieghi, cazzo! E che mi tiri fuori alla svelta da un simile casino che puzza di losco, di marcio e di…di… di peggio. Non voglio mica finire in galera per questa pazza deficiente forse pure assassina. E anche tu..! lo sapevo, lo sapevo che dovevo buttarlo quel maledetto cellulare. Tu, a Oslo cento volte mi chiama, questo fissato paranoico del cazzo, che forse ha nostalgia della ziuccia, quella che forse è stata la prima a fargliela vedere! Una furia, una bufera in carne e ossa, che parla come fosse sola. Mi guarda e non mi vede. Io nascondo il telefono di Costui prima che lo cerchi per distruggerlo, ma lei passeggia su e giù altrove, ma è a due metri da me. Pensa vorticosamente, voracemente. Prende il telefonino, il suo, cerca in elenco, preme e si scosta i capelli lunghi dall’orecchio. Quel piccolo scatto della testa per accogliere la mano mi appare meraviglioso. E lei è bellissima.
Roberta Crocetti non è mai raggiungibile e noi passiamo due o tre ore di vuoto assoluto e di silenzio solido. Lei non vuole parlarmi, sempreché mi veda, io ho paura di stuzzicare quella lava rovente che sembra ferma. Improvvisamente, viene a sedersi vicino, io e cingo le spalle e le sussurro: Nessuno ti torcerà un capello. Io non lo permetterò. Mi dà un bacio e, piangendo, mi dice: Devi proteggermi, Giò, io ti amo e ti amerei comunque, ma tu devi promettermi che nessuno mi farà del male. Non piagnucola, non ne è capace. Piange.
Il risotto è il canonico, il sugo c’è sempre, l’ho congelato…, il risotto è quello della pace, delle rassicurazioni, dei buoni consigli, miei, e poi, finalmente, di un formidabile piano di battaglia. Ai fornelli, però, ho dovuto lavorare sodo. Farla passare da un A Brescia ci vai da solo, bello mio, non ti illudere! a Non vedo l’ora di conoscere zia Emma, credo mi piacerà. è stato uno dei capolavori di tutta la mia vita. Ma non è stato semplice. Ho cominciato con il demolire nel suo ragionamento, nella sua paura, l’importanza di coinvolgere Roberta. L’ho convinta a lasciarla perdere. Qualunque fosse il motivo di quell’incarico, molto probabilmente oltremodo malevolo se non delittuoso, lei non centrava nulla e, in più, nessuno li obbligava a dire a Emma alcunché di quell’episodio. Aveva chiesto, la zia, come avevo fatto a rintracciarla? Inventerò, inventeremo qualcosa. Ho avuto mille insegnanti e ho un mesetto di tempo per trovare il collegamento. Ma hai detto insegnante di teatro! No, non l’ho detto, sono sicuro. L’avrei detto, ma mi hai bloccato prima, giuro che è così! Passiamo due giorni d’intesa e d’amore, gli ultimi prima che lei, che ha caratura internazionale, parta per Parigi e dintorni per un festival dove è presente anche Bob Wilson, mentre io devo aspettare ancora un po’ per andare in tournee con i miei: Romagna, Bologna, Pistoia, Lucca. Ci telefoneremo, litigheremo, ci lasceremo, ma verso il 20 dicembre passeggeremo per Roma. Persi come due che si ritrovano sempre.
E infatti, eccoci qui, tra luminarie un po’ ingombranti, corse a casa per un po’ di buio tra forchette, lenzuola, bottiglie e risate. Ma c’è Emma che ci aspetta su al nord. È tutto confermato, Santo Stefano a pranzo, c’è anche un suo amico romano. Come si chiama?..no, non lo conosco. Partiamo il 23, andremo con calma, visitando borghi fuori mano e cercando vecchie locande con il primo piano. Si è sparsa la voce, è evidente, e con la cena ci chiedono di saldare la camera. Ma siamo felici, io più di lei, lei, mi dice, più di me. Una sera, un vicino di tavolo, quando si alza, ci dice: devo farvi i complimenti, ragazzi. Siete una vera coppia, ma senza più scampo. E io, di rimando: Ha ragione, ci stava sulle palle sto scampo. Lo abbiamo cacciato giusto ieri. Insomma, la vita scorre e io sono felice di sentirmi leggero, liberamente stupido. Nel giro di pochi mesi, la mia vita sarebbe cambiata totalmente, prospettive ulteriori comprese. Quella sera sulle colline reggiane, io non lo sapevo, ma sentivo che il tempo navigava nella direzione giusta e io, con o senza scampo, con incosciente consapevolezza, era nelle sue vele che soffiavo.
Il 26 dicembre, parcheggiamo un po’ distanti dalla casa, vicino al campo da calcio, e facciamo le vecchie stradine del paese. Sono troppo pulite, sono vuote, perfino gli echi antichi di noi bambini tacciono. Sbircio nelle finestre a piano terra, ma non vedo nessuno, solo tracce di vita appartata, come per un coprifuoco spontaneo. Come se le persone diffidassero le une delle altre, come se fossero tutti potenziali ladri. O spie. Espulsa l’allegria, la fiducia, il vivere in comune. Passo, passiamo davanti a casa mia, più silenziosa delle altre. È muta, vuota, da lì se ne sono andati tutti, non c’è rimasto nemmeno l’odore. A furia di attese, la minestra si è raffreddata e anche Giovanni è andato a mangiare altrove. Sabrina mi guarda pensare e non le sfugge neanche una parola di quelle che mi vagano tra cuore e testa, mi stringe il braccio comprensiva e mi sembra fiera di me. Eccolo finalmente, in fondo al vicolo, il cancello in diagonale di zia Emma.
Viene ad aprirci lei. Abbracci veri, distacchi difficili, piccoli contatti continuati per tutto il tempo che siamo rimasti: di mani, di dita sfiorate, di occhi che si mandano baci, ricordi. Parole che si intrecciano come un recupero di ulteriori scene che riemergono in una memoria che bolle. Sabrina è meravigliosa, lo ha appena detto anche Emma, e ci lascia fare. Interviene anche nel nostro interminabile cinguettio e, a un certo punto la zia le fa: non sei mica gelosa, vero? Mauro non c’è: si scusa, saluta con affetto, ma ha dovuto tornare a Bergamo dalla sorella. La guardo furbetto e lei mi dice che ho indovinato, che ha voltato pagina e che lui è qui con me, torna stasera tardi. Non giudicarmi male, Giovanni. Sapessi quante me ne ha combinate Filippo! E quante ne ho scoperte anche dopo averlo seppellito. Ma la mia non è una ripicca, è che il dolore è sparito alla svelta, seppellito anche lui, e io mi sono trovata sola, perché anche certe amiche…, e con le necessità di metterci sopra la pietra più grande che potessi. Il mio matrimonio è un sepolcro, sul serio, e per un certo tempo ne sono usciti degli strani fantasmi. Mauro, che è adorabile, mi spiace da morire non lo vediate oggi, ma tornerete, vero?, Mauro, dicevo, mi ha aiutato a scacciarli. Spero per sempre. Stavo per replicare, ma Sabrina, con una disinvoltura che ancora non le conoscevo, mi precede con: Non credo sia necessario debba giustificarsi, Emma, penso che… Emma la ferma con una mano, da insegnante, io tremo. Se non mi chiami zia Emma e mi dai del tu, puoi anche alzarti e uscire di qui! Fantastica, come sempre, dissacratoria molto più di me. Con una battuta, riaccende il buonumore e spazza via una situazione intricata e imbarazzante. Poi si alza, prende sottobraccio Sabrina e le fa: Adesso a tavola, voglio sapere tutto di te, hai anche una voce bellissima e ho l’impressione di averla già sentita da qualche parte, magari in radio o in tv. Sono ancora convinto che l’apprezzamento di Emma fosse sincero e, comunque senza alcun riferimento allusivo. Fatto sta che Sabrina lo prende malissimo. Ha quasi un crollo di nervi. Prima si blocca di colpo, poi attacca con uno dei suoi monologhi, anche convincenti, in cui se la prende con gli abitanti dell’universo mondo, presenti compresi, e conclude con: Io non c’entro nulla, signora Emma, era uno scherzo organizzato dalla professoressa Crocetti. Non potevo immaginare che suo marito…’ Si blocca. Gelo totale. Io, come al solito, sudo. Siamo tutti e tre vicini al caminetto acceso e il gelo, per un attimo, sembra spegnerlo. Parla Emma, quasi solenne: Signorina Sabrina, cerco di ripeterle con pazienza due concetti che credevo semplici ma che, constato con un certo stupore, lei non ha affatto compreso. Per prima cosa, il sepolcro con pietra tombale e fantasmi fatti a pezzetti riguarda ogni aspetto di questo argomento. Per essere più chiara, signorina, voglio fare per lei un’eccezione e dirle che Roberta Crocetti, la sua professoressa, è stata qui tre giorni fa, esattamente in questo punto davanti al camino acceso come adesso. Nonostante questo, tremava come una foglia con i ghiaccioli, e sa perché? Aveva paura che io sospettassi di lei e Filippo ed è venuta, questa vipera perfida, a dirmi anche quello che non sapevo, forse anche nei particolari. Sapere o non sapere, questo se lo ricordi bene anche lei, quando si tratta del proprio passato, si fronteggiano come ricchezza e povertà, coscienza e superficialità, paiono in antitesi, ma sono invece ambedue costi. E il primo è sempre più oneroso del secondo. Roberta ho dovuto zittirla, perfino consolarla, io!, e ho dovuto liquidarla. Era venuta per uccidermi, ma io ho fatto come i mafiosi e l’ho sciolta nell’acido. Nell’acido dell’oblio. Ha capito bene, adesso? Quanto alla seconda cosa che non le entra in testa… adesso sono tua zia Emma, devi trattarmi come tale e di tutto quello che avresti fatto a me prima che lo diventassi, non me ne fotte un cazzo! Capito? Ci siamo abbracciati ridendo e un po’ piangendo, poi dico, quasi gridando: Ma non c’è niente da bere in questa casa?
Brindiamo, balliamo, giuriamo il falso promettendo alla zia che la prima bambina… E questa cos’è? Ma guarda! Questa busta è della stessa plastica ignifuga che usava il papà in fabbrica a Camignone. È da allora che non la vedevo, te l’aveva data lui? Che strano, rossa non l’avevo mai vista. È sul bordo superiore del caminetto, accanto a una foto di non so chi. La prendo, maleducatamente, e constato essere più pesante del dovuto e che sia chiusa con un sigillo strano. La ripongo, chiedendo scusa alla zia. Ma questa volta è lei che spontaneamente ci racconta della lettera del fratello di Filippo, del viaggio talmente lento da Bergamo a Provaglio, che alla fine si è trattato della corrispondenza tra defunti e che, anche per questo, aveva poi deciso per il fuoco sacrificale. Da cui, adesso ne capiva il motivo, si era salvata quella strana busta rossa. E non la apri? Mai, ci mancherebbe altro! Devo rifarvi la lezioncina sul sepolcro? Anzi, sai cosa facciamo? La prendi su tu, te la regalo! Vedo che te ne intendi e che saprai senza dubbio come aprirla. Dicendo così, me la ficca nella tasca della giacca, poi guarda Sabrina e le dice: Per te ho qualcosa di più prezioso, dopo ne parliamo.
A tavola, il tempo torna a scorrere senza sobbalzi, fuori comincia a nevicare e, al dolce, compare anche un vecchio anello di famiglia Franzi. Sabrina sembra sinceramente commossa e le promette che lo indosserà il giorno del matrimonio con me. Che attrice! Anche il congedo è complicato e, almeno per me ed Emma, anche fisicamente difficile. Il clima è perfino mieloso, pieno di quei mi raccomando, poi ecco Sabrina: Zia, posso chiederti un’ultima cosa? Lo sguardo che ci scambiamo io ed Emma è disarmato, sconsolatamente preoccupato. Pronta, dimmi pure. – Perché ci avevi chiesto se lavoravamo assieme? Emma mi guarda e non so dire se è stupita, imbarazzata o infastidita. Poi, con qualche sottile impaccio: Perché volevo farvi una sorpresa, tesoro, e venirvi ad applaudire di nascosto. Sento un forte odore di salvataggio in corner, ma lo tengo per me. Finalmente usciamo e la poca neve caduta dà al paese un aspetto ancora più irreale. Sembra di camminare in un presepe nel quale bisogna ancora mettere le statuine e anche le pecore. L’unico rumore è quello dell’immancabile ruscello, ma è solo la fontanella all’angolo. Ma c’è una sorpresa inaspettata e che si rivelerà nel tempo un nuovo bivio della mia vita. Necessario? Inevitabile? A distanza di tanti anni, l’unica risposta che trovo è: chi può dirlo? E, come diceva mia madre, replicare a una domanda con un’altra domanda allunga la vita e scaccia i dubbi.Sabrina è nervosa, irascibile, risponde a monosillabi. In macchina i silenzi sono lunghi, come quando stiamo per lasciarci. La sorpresa per me che ho quel giorno il cuore bambino, è fortissima, lacerante. Non ci parliamo a cena, in città, e nemmeno sulla strada a piedi verso l’albergo. Fare a Brescia il solito giochetto non è il caso, con questo umore poi… Siamo già a letto, di spalle, quando nel buio mi fa: Domattina voglio vedere la Crocetti, poi parto. In treno. Nessuna sorpresa. Il buon umore è in cantina, ma replico: Se vuoi, ti accompagno. Da Roberta e poi in stazione. A meno che tu… No, no, tranquillo, anzi se ci sei anche tu è anche meglio. Forse. Ti ringrazio molto. Buonanotte. Buonanotte, bacio? No, niente bacio.
Tra me e Sabrina finisce così, sul marciapiede della stazione di Brescia io e sul treno per Venezia lei. È finita cento altre volte, ma questa volta so che è per sempre, che non ci sarà nessuno sbotto, nessun litigio tardivo, ma neppure alcun ripensamento. So anche che è giusto così e che il tempo continua a veleggiare verso il porto che l’attende. La mattina eravamo andati a casa di Roberta, senza trovarla. L’avevamo chiamata, dava libero a vuoto, e l’avevamo perfino aspettata, poi una donna appena uscita dal condomino ci ha avvisato, immaginando giusto, che la Crocetti era stata ricoverata in clinica la sera prima in gravi condizioni Quale clinica, si può andare a trovare? – No, non credo proprio. È in manicomio. Ci ha poi spiegato che la professoressa era strana da un po’ di tempo, che urlava da sola, che faceva finta di dare ancora lezioni. Poi, per Santo Stefano, il tracollo: urla e strepiti fin dal mattino presto, porte sbattute, stoviglie infrante e poi quel nome gridato e ripetuto all’infinito. Gli infermieri del 118 avevano dovuto sfondare la porta e lei che gridava Aiutatemi, angeli gialli, costui vuole uccidermi, costui vuole amarmi, costui vuole salvarmi, costui non mi vuole più… E poi ancora, ancora, uno strazio! Anche in ambulanza: Costui! Costui! Costui… Povera Roberta! Stamattina sono riuscita a parlare con sua sorella Eva, la conoscete? Una donna così ammodo! Era sconvolta, ma tutt’altro che stupita. Comunque, è andata così. Eravate suoi allievi, vero? Posso offrirvi un caffè?
Non ho molto altro da aggiungere di quel periodo e procedo per cenni e qualche tocco. La primavera successiva, purtroppo, zia Emma e Mauro precipiteranno con un aereo diretti alle Maldive e solo quando ho avuto la notizia, mi sono ricordato della busta rossa. Ho fatto fatica a trovarla e ancora più fatica ad aprirla, ma alla fine ce l’ho fatta. Dentro c’erano quelle istruzioni minuziose che mi avrebbero reso ricco sfondato e una chiavetta da computer in cui era salvata un lunga lettera di Piero al fratello Filippo. Da quella lettera ho capito che il mio vero benefattore è in realtà un altro, ma io continuo a pensare lo siano zia Emma e Sabrina. Certo che ho cercato Sabri e che era mia intenzione spartire il bottino, ma lei non ha più voluto parlarmi e avere rapporti con me. Ha perfino, contro le mie incursioni, cambiato l’indirizzo mail. Comunque, so che si è poi messa con Tiziano con cui ha avuto due figli. Purtroppo hanno anche avuto mille traversie economiche e io, attraverso lui, li ho aiutati diverse volte e non poco. Tiziano mi ha anche detto che Sabrina aveva poi venduto l’anello di zia Emma, che ne aveva ricavato un bel gruzzoletto che, naturalmente, sarebbe durato poco. Poi, ho perso qualsiasi contatto e oggi non ne so più nulla. E io?
Io sono rimasto un single, avventuriero e teatrante. Ogni tanto, con qualche amica, vado a mangiare nelle osterie con il primo piano, ma sono sempre più difficili da trovare. Aiuto chi posso e chi ha sorte o ingiustizia che gli rema contro, non ho comprato niente di sconveniente e di offensivo verso i miei principi e mi acquisto solo il benessere che non sottrae nulla agli altri. Sono tutt’altro che uno stinco di santo, ma ogni 13 febbraio vado a Lucerna a rendere omaggio a Costui, Andrea Filippi.
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