L’UNICA VEDOVA

Avere costantemente l’impressione di essere spiati è una sensazione sgradevolissima. È un tormento che diventa a volte paura, un fastidio che si intrufola nel cervello, è il contatto continuo con una presenza evanescente, con un respiro che si nasconde, uno sguardo appena fuggito. Perfino con un bisbiglio forse immaginato, ma che forse, invece nasce da dentro, un dentro lontanissimo. È un’ossessione. Una di quelle esperienze totalizzanti in cui nessuno ti dà credito e che ti allontana dagli altri, anzi che fa in modo che gli altri si allontanino da te. Un giorno, per esempio, avevo appuntamento in un bar in centro con una vecchia coppia di amici carissimi calabresi che non vedevo da anni. Ero arrivata alle loro spalle, senza intenzione e, una volta vicina, ho sentito lei che diceva a lui: ‘Stai attento, è fuori di testa…sente le voci’ Ho girato i tacchi, incredula, e me ne sono andata di corsa. Quell’episodio è stato importante per me, per due ragioni. Per prima cosa, ho pensato seriamente di rivolgermi a uno specialista. L’ho pensato mentre correvo piangendo e correvo perché mi sentivo persa, perché scacciavo le immagini, come quella di me con la camicia di forza, di me legata al letto, di me seduta con una mamma infermiera che mi imboccava. In secondo luogo, mi sono accorta improvvisamente che all’aperto non succedeva nulla. Non mi sentivo osservata e nessuno mi dava fastidio con sussurri e sospiri. Fuori, ero libera! Ho rallentato e vagato per ore in città. Come una volta, che pace! Ma dovevo, prima o poi, tornare a casa e, per farlo, ho cercato un pensiero che mi desse forza e sicurezza. Non ho trovato di meglio che dirmi che non era vero che sentissi le voci, avevo solo l’impressione di essere spiata, tutto lì. Di conseguenza, però, visto che il coltello finisce sempre nella piaga, mi sono chiesta quando fossero cominciati gli appostamenti. Ecco quindi il panico, un panico strano, rassegnato. Infatti, appena a casa…

Tutto è cominciato quando lui è morto così improvvisamente, così inaspettatamente. Dopo quel funerale di strazi e di lazzi l’estate scorsa e soprattutto quando, dopo quel pomeriggio di calici e di macedonia di verità asciutte e di bugie alcooliche con quella mia presunta amica, falsa e algida come un ghiacciolo di vetro, ho avuto un crollo. Un crollo d’amore, di passione lasciata a metà, di tesoro rubatomi per sempre in un attimo sbagliato. Mi sentivo in procinto di un nulla interminabile. Ecco il vuoto, l’improvvisa inutilità mia e di ogni altra cosa, la solitudine sorda. Le ore erano abissi di rimpianto. Sì, le cene, le mostre, i concerti, perfino i corteggiamenti respinti con fastidio profondo. Tutto teatro, teatro, teatro! e gli uomini che non capiscono, non capiscono, non capiscono. Perché noi donne, invece… Poi, una sera, ho sentito o forse intravisto in salotto qualcuno che mi spiava. Non mi sentivo sola, non ero sola. Ritrovata in fretta la mia spiccata e famosa freddezza, ho fatto il giro della casa, ho bevuto alla mia salute e mi sono addormentata.

Ma alla lunga ha vinto lui, ha vinto Filippo. Le prime volte ero così sconvolta che ne avvertivo quasi distintamente la presenza, come se lo cercassi io stessa e lui era qui con me. Si avvicinava quatto, come faceva spesso prima di cingermi da dietro, e io scoppiavo a piangere dentro, a dirotto. Un paio di volte, forse dieci o venti o mille, mi sono girata di scatto. E anche la millesima volta, convinta di vederlo. Sono arrivata al punto di aspettarlo e, provo quasi imbarazzo a dirlo, di cercarlo. Poi, quando quelle incursioni si erano già fatte troppo frequenti e, appunto, quasi ossessive, ho reagito. E così, un giorno che non dimenticherò mai, l’ho scacciato. Ero al computer, stavo leggendo la posta ed ero anche tranquilla perché era una mattina silenziosa in cui mi sentivo stranamente sola. Poi, eccolo. Ed ecco il nodo in gola e gli occhi inumidirsi, come sempre. Ma mi sono ribellata alla sua prepotenza, mi sono alzata di scatto girandomi e facendo morire stecchita la sedia. Gli ho urlato, scannandomi la voce, che doveva smetterla, che doveva andarsene, che non volevo più essere la sua schiava e altre bestialità simili. Ero lucida e cosciente, voglio crederlo, ma improvvisamente mi sono resa conto che mi ero appena comportata da pazza scatenata. Ero appunto sola e quando, un attimo dopo, hanno suonato il campanello, mi sono sentita nuda, perduta. Ho pensato, follemente, di non aprire, poi, sfoderando il più perfido dei sorrisi, ho scostato appena la porta di ingresso e, chiedendo subito scusa in mille modi, ho detto ai vicini che ero impegnata in una lezione di teatro con una mia giovane allieva. Scusate ancora, vi prego di andare, grazie. E ho chiuso la porta in faccia a quelle comiche facce stupite, a quegli occhi sgranati e a quella replica muta nella bocca spalancata. Poi, mi sono lasciata scivolare per terra percorrendo con la schiena sudata tutto il portoncino dalla parte interna. Provavo vergogna, ma si annunciava  disperazione.

Ho cominciato allora a confidarmi con le amiche, che dapprima mi hanno confortato, forse anche con una punta di curiosità poco sincera, ma poi, un po’ alla volta si sono allontanate tutte. E non capivo. Non avevo avuto il coraggio, o il pudore, di parlare esplicitamente delle visite di Filippo, dei miei dubbi, o certezze, fosse lui e del resto, da quando l’avevo allontanato, era sparito quasi del tutto. Mi ero aperta con loro, parlando delle mie strane esperienze solo in generale e senza voler passare per vittima. Ma senza fermare un’emorragia di presenze vere. Ognuna di loro, chi prima, chi dopo, si sono rese irraggiungibili. Io ho continuato a cercarle, a propormi, ho anche mentito facendo finta di essere uscita da quell’incubo e di vivere leggera. In realtà, continuavo a sentirmi braccata, spiata e, a un certo punto, anche perseguitata e continuavo pure a non credere di non poter essere creduta. L’unica amica, o presunta tale, cui non avevo detto nulla per ovvi motivi…, ma lasciamo perdere! Il fatto era, come dimostra l’episodio del mancato incontro nel bar del centro, che ero diventata lo zimbello di tutti e che la città, quando passavo, si dava di gomito. Ma, come ho già detto, la mia corsa folle dopo quello sconfortante sonoro rubacchiato a quella coppia di amici lontani da tutto ciò, mi ha regalato una nuova determinazione. E così mi sono rivolta a un bravo psichiatra, uno che conoscevo di fama e che ho scelto senza chiedere consiglio a nessuna di quelle bisce malefiche.

Ci sono andata una volta sola. Avevo parlato da subito, aprendomi in modo totale senza nascondere nulla, ma proprio nulla, per quasi due ore. Lui mi interrompeva di rado, con domande secche, poi, verso la fine, mi sono sentita gelare quando mi ha chiesto chi fosse mai Filippo. Mi ha chiesto proprio: chi è Costui? Non volevo crederci, mi sembrava di essere stata molto chiara su tutto. Sono rimasta in silenzio a lungo, poi, quando mi ha ripetuto, identica, la domanda, ho ricominciato a raccontare ogni cosa daccapo, ma lo facevo meccanicamente, senza più passione o speranza. Non credevo più a questo ciccione sudato che manco mi guardava, io parlavo e lui scriveva. O forse faceva disegnini… E mentre parlavo, mi è venuto in mente che era come se quel bestione fosse sopra di me e mi penetrasse e io non sentissi nessun trasporto, alcun godimento. Si stava approfittando di me. Raccontavo di nuovo tutto, anche di Filippo, e intanto avevo deciso che lì non sarei più tornata. Di lì a poco, avrei pagato la parcella più a rovescio che si possa immaginare,  e poi finalmente sarei corsa di nuovo all’aperto, unico mio desiderio, per riassaporare la pace di qualche giorno prima.

Una cosa sola delle poche che mi aveva detto quello psichiatra del cavolo, mi aveva colpito come interessante per me. Se davvero non mi sentivo braccata all’aperto, poteva essere un invito del mio super io ad allontanarmi, a cambiare aria almeno per un po’. Era un suggerimento di una banale ovvietà sconcertante, che anche la mia parrucchiera…, ma intanto io non c’ero arrivata. Il giorno seguente, dopo l’ennesima notte in cui avevo dovuto ubriacarmi per fare silenzio, sono andata da Marinella, la mia amica titolare di un’agenzia di viaggi. Finalmente ti sei decisa, mi fa, è quello che ci vuole per te! Ti mando io in un posticino che frantuma ogni malinconia. E ti toglie vent’anni dal cuore, dallo sguardo e, se vuoi, anche dal resto! L’ascoltavo quasi con compatimento, si sforzava di essere brillante nella comprensione e mi stavo chiedendo se anche lei, sotto sotto, mi compatisse per le voci, quando, senza preavviso, mi sono sentita spiata anche lì. Marinella parlava, parlava, calcolava coincidenze, confrontava tariffe, sceglieva escursioni, valutava ristoranti e io, poco alla volta, mi allontanavo da quella voce e sentivo un’altra voce di donna che mi bisbigliava qualcosa di incomprensibile. Per la prima volta mi stava capitando quel disturbo, oramai anch’io lo consideravo tale, fuori casa, per la prima volta la voce era femminile e per la prima volta non sentivo però alcuna paura. Anzi, quel sussurro mi stava proteggendo, sentivo come mi stesse salvando. Mi sono alzata con un sorriso e ho porto la mano a Marinella, ringraziandola. Lei mi stava spiegando qualcosa sulla metrò di Berlino, ma io le ho strizzato l’occhio da complice del nulla e, lasciandola con la parola a metà e lo sguardo ebete, sono uscita. La voce di donna mi ha accompagnato fino a casa ed ero praticamente arrivata, stavo girando la chiave nella serratura, quando ho finalmente capito il bisbiglio, ho compreso il messaggio. Era un invito. Chiamala.

Non l’ho fatto subito, ci ho messo quasi una settimana a telefonarle. Farlo non era un ostacolo per me, era una montagna, un deserto senza mezzi, un’apnea tra gli squali. Ogni giorno era come una moneta lanciata in aria. Lo faccio o non lo faccio. E ogni sera, raccoglievo la moneta e la faccia era sempre diversa. Mi addormentavo etilica e decisa, mi destavo il giorno dopo decisa per l’opposto. La montagna senza gallerie era gigante, forse era un vulcano camuffato. Era il mio dolore, quello che stavo sublimando in pazzia, contro un dolore uguale e dovuto allo stesso motivo. Un dolore acuto che io, da ubriaca ma in un modo lucido che non mi spiegherò né mi perdonerò mai, le avevo impedito si tramutasse in rabbia. Anzi, peggio, si era già tramutato in rancore e io, per sciocca paura, avevo riportato nel suo alveo. Naturale, ma illogico. Adesso avevo paura di lei, di me, di noi. L’ho chiamata alla cieca, senza sapere bene che cosa le avrei detto e dopo che, in quella settimana affollata di voci di ogni tipo, sguardi da dietro gli angoli di tutte le sfumature, monetine false e dubbi di ogni intensità e grado, avevo costruito e poi fatto a pezzi mille discorsi, mille confessioni. Ma come posso? No, non posso! No, non posso non potere!

Ciao, Emma. Come stai? Ciao, Roberta, che sorpresa! Buon Natale! Buon Natale anche a te, cara! Come stai? Vado avanti dai, pensavo peggio. E tu? L’ultima volta che ti ho visto, a ottobre dai Bonomi, ricordi?, mi sembravi un po’ fuori. Sì, forse lo ero, hai ragione, ma adesso sto molto meglio. A cosa devo l’onore di questa tua telefonata, Roberta? Non credo proprio agli auguri di Natale… Uffa, dai, non essere acida, Emma! Sappi che ho cose molto importanti da dirti. Belle? Importanti. Ti va se vengo da te venerdì pomeriggio? Ok, anzi ti aspetto a pranzo. Leggero però, è l’antivigilia… Ok, porto il vino. Ciao. Ciao.

Tira, molla, testa, croce, devo, non devo, eccomi in una trappola senza via d’uscita. E ci sono andata io, da sola. Chiamala! Ormai, devo dirle tutto, devo spezzarle il cuore, lo stesso che lo ho ricucito da scema solo tre mesi fa. Devo dirle di me e di Filippo, di questa nostra storia che, sia pur a intermittenza, è durata poco meno della loro, che è finita la stessa notte e che era iniziata un anno scarso dopo quel matrimonio allegro quanto inaspettato, tra due ultracinquantenni che parevano ormai single impenitenti e incalliti. Ricordo come fosse ieri lo sguardo di Filippo quella sera. Io ero già arrivata per la cena da loro, la prima nel loro nido, e quando lui è rincasato dal lavoro ha baciato Emma, ha acquietato il cane impazzito di gioia ed è venuto verso di me. Mi ha impedito, da galantuomo, di alzarmi dal divano, e mi ha preso la mano per sfiorarla con le labbra guardandomi negli occhi. Erano uno sguardo e un tocco che avrebbero attizzato un freezer, un blocco di ghiaccio. E io, che lo invidiavo a Emma fin dal giorno in cui me la aveva presentato fuori dalla nostra scuola, non ero esattamente un blocco di ghiaccio. Attendendo la cena, si è voluto sedere in mezzo a noi e abbiamo cominciato a ridere e scherzare. Era brillante, intelligente e, me ne sono accorta subito, acceso. Ci cingeva le spalle a entrambe, ma a me, non so se anche a Emma, accarezzava l’omero in modo discreto ma insinuante, allusivo di quel che bastava a tenermi calda. Quando è squillato il telefono di Emma, si è sospeso per un attimo il tempo. Breve scambio e poi lei, di botto: Ah, sì! Certo, che sciocca. Arrivo subito. Si era dimenticata di passare a prendere il pesce pronto in rosticceria, che stava chiudendo. Vado io!Ha detto subito Filippo alzandosi come una molla. Non pensarci neanche, ci penso io che ho combinato il guaio. Voi, approfittatene per conoscervi meglio, ma non mangiatevi tutto il resto della cena. Ci metto cinque minuti.Ci siamo conosciuti meglio… ci siamo abbracciati, baciati e toccati senza una parola di preambolo. Ci siamo staccati, detti all’unisono che eravamo dei pazzi, poi ci siamo di nuovo allacciati e, poi, ci siamo fermati, ricomposti, respirando e guardandoci ancora negli occhi, ma a distanza. Poca, pochissima. Non mi ha chiesto scusa, non gli chiesto scusa, ma, stronza che sono sempre stata, gli ho chiesto di poterci rivedere. Sì, anche domani.La cosa incredibile è che è poi stata una cena normalissima, voglio dire senza alcun imbarazzo. L’unico brivido nella schiena l’ho sentito quando Emma, già ai formaggi, ha chiesto di che cosa avevamo parlato in sua assenza. Non ho potuto fare a meno di lanciare a Filippo un’occhiata preoccupata, ma forse lei non se ne è nemmeno accorta e lui è stato bravissimo nel rispondere pronto che avevamo scandagliato le conoscenze per vedere di trovarne di comuni. E ne avete trovate?E lui, geniale Nessuna. Tranne te, amore.

Come faccio a raccontare questo a chi mi ha sempre considerato la sua migliore amica? Quindici anni, a intermittenza per carità, a volte con pause lunghe, lunghissime, ma sono sempre quindici anni di storia tra me e suo marito. Di sotterfugi, di rischi corsi come due idioti, di depistaggi di cui mi dissocio da me stessa, di riunioni inventate sue, di improvvise false emicranie mie, di cellulari segreti, di numeri camuffati. Tutto perché Emma non si accorgesse di nulla. Ma si è mai accorta di nulla? Secondo Filippo, mai e del resto io, che non avevo mai smesso di frequentarla, fino a questo ultimissimo periodo, mai mi sono accorta di qualche suo sospetto. Tranne, ecco il punto più dolente, quel pomeriggio dopo il funerale. Quel giorno lunghissimo, mi ero subito resa conto di qualcosa di allarmante negli occhi di Emma. E pure per me che ero lì, avendo il cuore in subbuglio e la testa in fiamme con quello che era successo laggiù solo tre giorni prima, con la morte di Filippo e con quello che sarebbe potuto succedere lì da un momento all’altro, unicamente per consolare di fatto la moglie del mio amante. È vero che tra me e lui non c’era mai stato amore nel senso profondo, ma tanta passione sì. Passione a volte totalizzante, specie quando si andava in viaggio, in Italia e in Europa, tutti e tre. Quante fughe velocissime, quanti appuntamenti nei corridoi degli alberghi, quanti baci rubati in ascensore! Quanta vita mia, forse un amore non confessato neppure a me stessa, forse a noi stessi, mi ero portata dentro in quel funerale. E prima, e dopo, e ancora adesso.

Qualche volta avevamo pure litigato. Capitava spesso quando uno dei due si metteva in testa di pretendere di più, ma non nel sesso, nel tempo. Nel sentimento, nell’attenzione. A volte era Filippo che si dimostrava troppo presente, quasi assillante o proponeva, e pretendeva, situazioni troppo rischiose. Altre volte ero io che diventavo possessiva, fino a detestare Emma, fino a non dover essere sempre quella dei ritagli, del tempo libero e sicuro, della mancanza di impegni con lei. E come faccio a dirle anche questo?

E poi c’è quest’altra cosa che mi tormenta, che mi diventa ogni giorno più chiara e che probabilmente è, solo ora lo capisco, alla base anche dei miei disturbi, delle voci, delle presenze che mi sfuggono un attimo prima di essere. O un attimo dopo? È questo maledetto senso di colpa, quello che devo espiare consegnando la mannaia a Emma. E, allo stesso tempo, è il nodo più intricato che devo affrontare, ormai ci siamo, su quel divano davanti magari all’albero di Natale, magari pure con il camino acceso.

L’ultimo diverbio, grosso, con Filippo era stato prima che partissero per la Puglia. Non volevo ci andasse, mi aveva promesso che avrebbe inventato un impegno di lavoro, era in pensione ma di lui non potevano fare a meno, e che sarebbe partita solo Emma, in aereo. Le ho già preso il bigliettomi aveva assicurato. In quel periodo mi sentivo insicura, mi pesava tutto e volevo quell’uomo, il mio unico uomo d’altronde, solo per me. Ne avrò avuto pure il diritto, anche solo per una settimana! Filippo aveva commesso il tragico errore di darmi ragione e di regalarmi una settimana di felicità, quella dell’attesa e durante la quale contavo le ore, i minuti. Poi, quella telefonata assurda. Scusami, parto.Per qualche ora avevo poi continuato la mia vita come niente fosse accaduto. Ero perfino andata a fare la spesa per completare la dispensa, quella per noi due. Poi, mi stava prendendo una rabbia che non avevo mai provato e l’ho tempestato di chiamate, ma lui aveva staccato il telefono. Ero arrivata al punto di  chiamare lei per vuotare il sacco, ma poi avevo virato dicendole tutt’altro. E quando Emma mi aveva poi chiesto che cosa avessi, facendomi notare che sembravo fuori di me, me l’ero cavata dicendole che erano tre giorni che non trovavo la gatta. E ho messo giù in fretta. Dovevo parlare con Filippo! Ero perfino andata da loro in macchina, parcheggiando poco distante e decisa ad aspettarlo. Tutta notte, ma invano. Non capivo più nulla, il telefono sempre staccato, poi si era scaricato il mio. La mattina presto ero tornata a casa, distrutta, sfatta, senza essere più io, mi ero bevuta la dignità, ma avevo ancora sete. Mi ero buttata sul letto a peso morto, vicino alla gatta tranquilla.   

Mi avrebbe svegliato Emma al telefono che avevo messo in carica, ma non avevo risposto. Erano le quattro del pomeriggio, ero pesta e con il pavimento di casa pieno di vetri rotti, di liquidi, cibo sparso e lattine. Erano gli effetti del tornado del giorno prima. Il tornado Roberta ferita e incazzata. Mi ero già fatta il caffè, i caffè, e avevo anche preso la scatola dei tranquillanti, quasi subito messa via, poi, finalmente, mi ero decisa a tornare a essere una persona presentabile. Ho quindi richiamato Emma senza alcun timore. Incredibilmente, non mi era neanche passato per la mente che lo stronzo avesse potuto dirle qualcosa, da esasperato. Per fortuna, voleva solo notizie della gatta e anche mie. Poi Roberta, domani io e Filippo partiamo per la Puglia. Abbiamo già chiuso la cucina e stasera andiamo in pizzeria. Vieni con noi?  Avrei deglutito diverse volte prima di rispondere, poi mi sarei divincolata da quella stretta inaspettata dicendo che quella sera avevo una lezione. Agli auguri di buon viaggio e buona vacanza, aveva replicato: Grazie, Roberta. Riguardati. Magari ci sentiamo in viaggio. Sì, magari… Adesso dovevo pulire la casa, mangiare e bere qualcosa, riprendere gli orari canonici e, soprattutto, la cosa che avevo deciso di attuare appena sveglia. Forse, addirittura, durante il sonno. Ridimensionare Filippo, smaltire questa sbronza di passione assurda, tornare me stessa. La Roberta libera, indipendente, affamata di novità, aperta alle sorprese. Dovevo smettere di avere una vita nascosta. Filippo preferiva, anche giustamente, Emma? Si perdesse Filippo, con tutti i suoi limiti camuffati da grandezze.

Ero determinata, fortissima. Musica a canna, spaghetti alla puttanesca e un bianco secco da far secchi gli sceicchi. Ero già brilla, e cantavo con la mia gatta che, sazia dalla prima pulizia del tornado compiuta da lei, che mi guardava strana. Mi stavo amando da morire, ma… è suonato il cellulare. Era di là, in camera. L’ho lasciato fare, poi mi sono arresa e sono andata. Aveva smesso, meglio così. Poi, ho guardato. Alle 22,19 aveva chiamato Filippo. Torno in cucina, poi torno lì, mi butto sul letto, chiamo. Finalmente, tesoro. Mi manchi. Anche tu, stronzo amore mio. Giura che mi aspetti. Giura che torni. Certo, e vedrai che cambierà tutto. Le parlo,  te lo prometto. Non promettere, poi non mantieni mai. Però ti voglio. Anch’io, tantissimo.

Erano l’una e ventotto del giorno stesso della partenza, quando ci siamo dati l’ultima buonanotte.Ti chiamo domani. Sì, ma sull’altro numero. Ma è un secolo che non lo usiamo. Non me lo ricordo più!  Ok, non ti preoccupare ti chiamo io alle 19,30. Fatti trovare, ma stai attento. Poi memorizzalo con un nome di fantasia e, appena puoi, tutte le volte che puoi, mi richiami tu.Che nome vuoi?Scegli tu, dai, se tu il genio! Aspetta, chiamami Costei. Anzi, no, Costui. Depista bene.Buonanotte, Costui.Notte, bacio. Notte, mille baci. Posso dirti l’ultima cosa?Vai!Ti amo.Ci hai messo quattordici anni, scemo!

Adesso ero sobria, sveglia e di nuovo in trappola. Due ore di indipendenza e ho capito che essa è solo un terreno fertile per una nuova dipendenza. Ammesso, e non era certo il mio caso allora, che io fossi uscita da quella precedente. Ero dipendente da Filippo Malavasi e di nuovo, come davanti a spaghetti, vino e gatta, ero felice.

Ma la domanda, alla fine, rimane  sempre la solita: come posso dire tutto questo, domani, a Emma?

Come posso confessarle che i dubbi tardivi che aveva avuto sul marito e sulle sue ultime ore erano fondati, fondatissimi? Che Costui ero, sono e sarò sempre io e soltanto io?  Che quel pomeriggio dopo il cimitero lei era ubriaca, ma io no. Ero fredda, lucida come quando devo sopravvivere. Mi è bastato poco, un piccolo spostamento d’orario sul telefono di Filippo, un mio piccolissimo errore di lettura, da 19,30 a 19,40 e lui è tornato fedele e buono come un chihuahua. Io stavo sudando per la paura di tradirmi e lei, Emma, sprizzava una gioia assurda, fuori luogo, fuori tempo e fuori di senno per non essere stata tradita, anche se il suo consorte era stato appena abbandonato laggiù, tra i lumini. Mi sono sentita male durante la nostra colluttazione per rimettere tutto a suo posto, quando lei si era scagliata contro quella troia, a cui magari aveva promesso che non sarebbe partito con me, l’ha perseguitato tutta sera e tutta notte fino a fargli scoppiare il cuore. Ho sentito una fitta al cuore perché stava parlando di me e ho fatto finta di nulla perché dovevo salvarmi e salvare con me il loro matrimonio appena finito. Che assurdità, che follia, che disumanità! Adesso ero ferma in silenzio con lei accanto, in silenzio e acquietata, finalmente. Era come se avessimo, io e lei, appena fatto l’amore di nascosto, in fretta, da clandestine. E da clandestina prudente, me ne sono andata all’improvviso, senza nemmeno l’ultimo bacio.

In verità, mi era ripartita la fitta al cuore e, con essa, la quasi certezza che Emma avesse ragione: avevo ucciso Filippo. Con la mia insistenza, la mia supponenza, la mia intrusione, le mie domande, sia pur velate. Per tutto il viaggio in macchina fino a casa, altro non ho fatto che ripetermi parola per parola le nostre conversazioni telefoniche di quella sera in cui lui era a Fermo e io, nuda, a casa. Niente di pressante, tutto molto dolce come la doccia insieme, la breve buonanotte con l’idea balzana ma bellissima di risentirci a notte fonda per salutare, io e lui insieme, il buio che si dissolve. Poi, e la fitta adesso mi prendeva anche le tempie, appunto sul nascere della luce, quella mia stupida domanda: Amore, che cosa hai intenzione di dirle quando tornate? La risposta di Filippo non era mai arrivata, non mi è ancora arrivata. Solo un tonfo o qualcosa di simile. Ovviamente non avevo capito che cosa fosse successo. So solo che non sarei più riuscita a dormire e che ero stata in agitazione, forse in panico fino alla telefonata di Emma sul mio cellulare canonico, verso le otto e mezza. Ciao, Roberta. Stanotte è morto Filippo.Ho allora temuto di urlare e perfino di morire. Muovevo la bocca e non usciva nulla. E per fortuna, perché la mia reazione immediata sarebbe stata chiederle: A che ora? Poi, la mia perfidia aveva risposto alla mia richiesta di aiuto ed ero riuscita a imbastire un discorso di affetto, incredulità, preoccupazione, offerta di aiuto e di partecipazione totale che , alla fine, giustificava ampiamente il mio sopraggiunto pianto dirotto. Avevo concluso con: Di qualsiasi cosa, Emma, mi raccomando…Non volevo piangere o commiserarmi, volevo fuggire da tutto. E, in qualche modo, ero poi riuscita a farlo. Con l’aiuto di un sonnifero, avrei dormito fino a sera. Mi ero poi svegliata che era già quasi buio e avevo subito pensato, per analogia, alla recente litigata con Filippo. Poi, d’un tratto, mi ero detta che Filippo era morto, ma non ci avevo creduto. Quando finalmente la realtà aveva finito di occupare di nuovo la casa e di sgombrarmi la testa, avevo sentito tornarmi la fredda lucidità. Dovevo salvarmi, appunto. Emma prima o poi, avrebbe controllato le chiamate. Cavolo, il mio cellulare segreto! Me lo ero completamente dimenticato. L’avevo poi trovato sotto il letto, l’avevo buttato lì nella disperazione la notte precedente, ed era ancora acceso. Stavo ancora tubando con Filippo.

Ero arrivata a casa esausta, ma ancora non del tutto salva e, nonostante la fitta sembrasse dominarmi, avevo avuto un’ultima idea geniale per allontanare ogni sospetto da me. Mi facevo paura, mi sentivo colpevole, volevo anche espiare, ma pensavo di tutto per apparire innocente. Avevo allora consegnato la mattina seguente il cellulare di Costui alla più brava delle mie allieve di teatro. Parlandole di uno scherzo per un’amica, le avevo detto soltanto di tenere il telefono qualche giorno, di accenderlo ogni tanto e, in caso di chiamata dal 335… rispondere così. E le avevo inventato un testo lì per lì. Avrei provato poi orgoglio per me stessa quando Sabrina mi ha raccontato, un paio di giorni dopo, quello che era successo con questa Emma Malavasi. Mi ha chiesto di Filippo, proprio come aveva previsto lei, profe.Mi aveva quindi restituito il telefono e, tolta la scheda, e glielo avevo infine regalato in cambio della promessa di dimenticare tutto.  

Ero soddisfatta e anche serena, per quello che era possibile. Perché Emma continuava ad avere ragione da vendere: era stata la domanda di quella troia a fermare il cuore di Filippo e, per volerlo per sé, l’aveva sottratto a lei, a se stessa e a tutti. E lei, quella troia, ero io. Dopo qualche giorno, infatti, gli spiriti avrebbero cominciato a spiarmi.

Oggi è Natale e l’altro giorno sono stata da Emma. Fino all’ultimo, fino al campanello con la più scontata delle stelle di Natale e due bottiglie giuste, mi ero chiesta se dovevo dirle proprio tutto. Basta! Suono e sarà quel che sarà. Mi apre  allegra e con le mani da cuoca, le tiene distanti perché impiastricciate e ci baciamo di guancia. Entriamo e mi dice di sedermi dove voglio mentre lei finisce un attimo in cucina. Ah, che sciocca. Dammi le bottiglie, ma sono fresche, come hai fatto? La stella!! Che bella!! Grazie, sciocchina, non dovevi! Vado un secondo in cucina, siediti dove vuoi, sono subito da te.È bella, ringiovanita, frizzante e penso subito che si sia fatta una storia o, almeno, che esca con qualcuno. Si vedono subito certe cose… O magari è emersa una lunga storia sommersa, ora che Filippo… no, non è possibile, me ne sarei accorta!La casa è sempre quella, uguale a se stessa. Il solito divano a elle di fronte alla sala e con accanto il camino che bello, che brava, l’hai acceso!urlo perché mi senta. Non fa freddo fuori, ma scalda il giusto. Nell’angolo l’albero, acceso pure lui, a segnalare il periodo e a ricordarci che saremo sempre bambini. Improvvisamente, desidero fuggire, ma mi calmo subito quando mi avvicino alla tavola imbandita Perché hai apparecchiato per tre? Riemerge in quel momento da una cucina che sembra una fucina, è raggiante con quei due bicchieri in una mano e con bottiglia e una ciotola di olive nell’altra. È arrivato l’altro giorno Mauro, un mio cugino di Roma, si ferma per Natale. Adesso è fuori con Tommy, tornerà tra un’oretta. Vedrai, è simpatico. Ah già, Tommy. Ha la faccia seria e io me la bevo, ma solo per tre secondi. Scema, tu non hai cugini a Roma! Ride con la faccia furbetta, è una bambina, è Natale! L’ho conosciuto l’8 dicembre in gita, a Canazei. È romano, ma vive a Bergamo. Dipinge, è bravo e un po’ famoso. Ha successo. Vedrai, è simpatico e anche profondo. Insomma, mi piace. Non so se è lui e per quanto tempo lo sarà, ma adesso qui c’è lui e io sono fe… inciampa sono contenta. Cin cin! Mi dice questo tutto d’un fiato. È un’altra Emma, è una donna che ha voltato pagina. Non è più vedova. Mi trafigge il pensiero di essere io adesso l’unica vedova e di doverglielo annunciare. Sembra Pirandello, dove gli attori sono reali e il pubblico è finto. La mia testa è un vortice di pensieri che sembrano idee e di sensazioni che non ce la fanno a farsi parola. Rispondo solo al brindisi. Mi sento spiazzata e prendo tempo. Lei improvvisa una danza, canticchia e gira in tondo. Ride felice, contenta è davvero troppo poco, e io mi sento una merda perché sto per pugnalarla. Mi prende per mano, continuando a folleggiare, e mi trascina sul divano, il solito divano della sofferenza.  Improvvisamente, penso che forse le ferite che sto per procurarle saranno per lei leggere e forse forse, mi torna in mente l’ipotesi che lei e il pittore scopino da anni. Clandestini a Seriate. Bevo, bevo ancora e attacco, in un attimo di silenzio. Ma lei sembra precedermi e sferra il primo colpo. Vieni qui, dai, sii serena anche tu! Godiamocela io e te, come ai vecchi tempi! Facciamo a pezzi tutto e tutti. E poi, abbiamo già il pesce in forno, non devo neanche uscire a prenderlo in rosticceria. È una ricciola, sai?’ Muta, gelata. Il vino di traverso, ma se tossisco sono rovinata. Ha sempre saputo? No, è impossibile. Forse Filippo, nel tempo, le avrà raccontato quell’episodio. Solo quello, vero? Una cosa da niente, un bacio di benvenuto in compagnia… ci guardiamo negli occhi, a lungo, sto per replicare. In fin dei conti, è stato un assist. Parto. Ma lei si fa seria, poggiando il bicchiere. Mi prende le mani e le tiene nelle sue, come per rassicurarmi, poi: Roberta mia, io non so che cosa tu oggi voglia dirmi, ti assicuro, ma ti avverto che se sei venuta a parlarmi ancora di Costui, sappi che non ho nessuna voglia né intenzione di ascoltarti. È chiaro?  Confesso, mi stanno scendendo lacrime. Ci  abbracciamo strette, proprio come tanto tempo prima. La bacio mille volte sulla guancia e le sussurro Grazie e lei, subito, Grazie a te. E poi, quasi di seguito Dai, diamoci una mossa. Quei due saranno qui a momenti. Vieni ad aiutarmi in cucina a tagliare l’arrosto. Non c’è la ricciola, sciocca. A Mauro non piace il pesce’. Ho riso anch’io, quasi di gusto, per scacciare quella strana commozione e faccio per alzarmi, quando noto qualcosa di bianco, forse un plico, sotto la credenza di fronte. Indico quel pacchetto piatto a Emma che perde luce nel viso e sbotta: Ecco dove si era cacciata, cazzo! Ha un’espressione indefinibile e mi sembra un dejavu, mi sembra la Emma di… di… di prima di Mauro. Si china, si allunga per terra Prendi una scopa! No, ce la faccio.  Riemerge sbuffando all’insù, scompigliandosi il ciuffo. Forse è di nuovo bambina, di nuovo Natale. Invece mi porge questa strana busta da lettera. È alta, spessa, sembra contenere un romanzo. Mi fa vedere mittente Piero Malavasi e destinatario Filippo Malavasi. Mi spiega che ci ha messo tre anni da Bergamo a qui. Morto chi l’ha scritta, morto chi doveva riceverla. Nulla che ci riguardi. Sai che facciamo? Con questa domanda, lancia la busta nel fuoco che si ravviva e scoppietta contento. Più Natale di così..!

Oggi è veramente il 25. Mauro è simpatico e chiacchierone, ma non è il mio tipo. Non accende. L’arrosto era buono e il pranzo è filato un po’ banale come quelle di una coppia in luna di miele, piena di anch’io e anche a me, e una vecchia amica cui esporre il nuovo trofeo. Oggi mi mangio una ricciola di rosticceria, poi aspetto le mie ombre. Un po’ mi mancano.


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