In occasione del 50° anniversario del golpe cileno dell’11 settembre 1973, insieme all’articolo di commemorazione di Túlio Roberto Quintiliano, che trovate in basso, pubblichiamo un articolo del compagno Franck Gaudichaud. (dal blog Refrattario e Controcorrente).

I due fantasmi che perseguitano il Cile

Da una parte un medico, le urne e la democrazia. Dall’altra, un generale che ha organizzato un colpo di stato, le armi e la dittatura. Tra i protagonisti dell’11 settembre 1973, il pantheon cileno dovrebbe poter scegliere facilmente. Eppure…

di Franck Gaudichaud, professore di storia e studi latinoamericani all’Università di Tolosa Jean Jaurès. Autore, tra gli altri libri, di Découvrir la révolution chilienne (1970-1973), Les Éditions sociales, Parigi, 2023, da Le Monde diplomatique, edizione uruguaiana, settembre 2023

“Continuate ad essere consapevoli che, prima o poi, tornerete ad aprire le grandi vie attraverso le quali passa l’uomo libero, per costruire una società migliore”. Da una parte all’altra dello spettro politico, quasi tutte le donne e gli uomini cileni conoscono l’ultimo comunicato di Salvador Allende, da cui è tratta questa citazione. Questo discorso, noto come “de las alamedas”, fu pronunciato l’11 settembre 1973 dal presidente cileno eletto nel 1970, durante il colpo di stato fomentato dal generale Augusto Pinochet

Allende era rinchiuso nel palazzo presidenziale de La Moneda, con pochi intimi e armi in mano. Sapeva che non sarebbe uscito vivo dal palazzo presidenziale. Nel suo ultimo discorso al popolo, Allende intendeva lasciare “una lezione morale che punirà la criminalità, la viltà e il tradimento”, nonché la testimonianza “di un uomo degno che è stato fedele al suo paese”

A cinquant’anni di distanza, come aveva previsto, il “metallo tranquillo” della sua voce continua a risuonare e il primo presidente marxista democraticamente eletto nella storia del Cono Sud latinoamericano rimane una delle figure centrali nella storia mondiale della sinistra del XX secolo.

In piena guerra fredda, l’esperienza della “via cilena al socialismo” durò meno di tre anni (dal novembre 1970 al settembre 1973). Tuttavia, trasformò il paese andino di nove milioni di abitanti ed entusiasmò il mondo intellettuale e militante, da un capo all’altro del pianeta. La sinistra (riunita intorno al Partito Socialista e al Partito Comunista), che nel 1969 diede vita alla coalizione che prese il nome di Unidad Popular (UP), proponeva una transizione al tempo stesso democratica e rivoluzionaria, istituzionale, elettorale e non armata: non si trattava più di puntare sulla guerriglia e sui kalashnikov, ma sulla mobilitazione delle classi popolari e del movimento operaio.

Basandosi – erroneamente – su quella che consideravano una tradizione storica legalista dell’esercito e una certa flessibilità dello stato cileno, Allende e i suoi seguaci scommisero che i militari avrebbero rispettato il suffragio universale e che sarebbe stato possibile imporre la volontà della maggioranza all’oligarchia senza sparare il minimo colpo. Lontano dalle opzioni strategiche della rivoluzione cubana, questo azzardo era considerato suicida dalla sinistra extraparlamentare, che comprendeva il Movimiento de Izquierda Revolucionaria (MIR), allora guidato da Miguel Enríquez.

La vittoria di Allende il 4 settembre 1970 (con una maggioranza relativa del 36,6% dei voti) sui candidati della destra e della Democrazia cristiana cilena suscitò un’enorme ondata di speranza. Le “40 misure” del governo, adottate all’inizio del suo mandato, miravano a promuovere la crescita, a ridistribuire la ricchezza – in modo molto ambizioso -, ad aumentare i salari, ad approfondire la riforma agraria avviata dal governo precedente e persino a porre sotto il controllo dello stato le principali risorse nazionali (in particolare quelle minerarie). 

La nazionalizzazione di alcune decine di grandi imprese e del 90% delle banche permise la costituzione di un’Área de Propiedad Social (APS) in cui venne attuato un sistema di cogestione tra salariati e amministrazioni pubbliche. Il settore privato, tuttavia, rimase molto presente nell’economia nazionale. Il paese viveva un clima di effervescenza: si moltiplicavano gli scioperi, le occupazioni di terreni e fabbriche…. Ma la sinistra rimaneva una minoranza in parlamento.

La reazione

La borghesia e i grandi proprietari terrieri reagirono alle politiche della coalizione come i vampiri reagiscono all’aglio: rabbrividirono di orrore. Il 6 novembre 1970, il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon disse al Consiglio di Sicurezza Nazionale: “La nostra principale preoccupazione riguardo al Cile è la possibilità che lui [Allende] consolidi il suo potere e che il mondo abbia l’impressione che stia ottenendo un successo. […]. Non dobbiamo permettere che l’America Latina pensi di poter percorrere questa strada senza subirne le conseguenze”

Il presidente cileno si era insediato due giorni prima. Nel 1971, l’esproprio del rame (la più grande riserva al mondo), allora in mano a imprese statunitensi, fu interpretato dalla Casa Bianca come una dichiarazione di guerra. Allende si stava affermando anche come leader degli stati non allineati. Difese il diritto all’autodeterminazione dei paesi colonizzati e denunciò il sistema finanziario internazionale. 

Ben presto, la Central Intelligence Agency (CIA), l’ambasciata statunitense e le potenti multinazionali interessate dalle nazionalizzazioni cospirarono per far crollare questa originale esperienza radicale a metà strada.

A Santiago del Cile, la destra – sostenuta da Washington con milioni di dollari (come dimostrerà un’indagine del Senato statunitense) – si pose l’obiettivo di smantellare il blocco sociale e politico che sosteneva la sinistra al potere. Ha iniziato a cercare il sostegno dei settori reazionari delle forze armate. Gli attentati di Patria y Libertad, un’organizzazione di estrema destra, scossero la popolazione. 

I grandi datori di lavoro e alcune professioni liberali lanciarono boicottaggi e serrate per devastare l’economia. I media conservatori, in particolare il quotidiano El Mercurio, ingranaggi essenziali della macchina, mettevano costantemente in guardia dalle “derive” della “dittatura marxista”. L’assedio si stava progressivamente stringendo sul processo rivoluzionario, mentre l’esplosione dell’inflazione, il boicottaggio internazionale e lo sviluppo del mercato parallelo stavano alienando i settori medi urbani. Nel 1972, la Democrazia Cristiana mise da parte i suoi dubbi e passò all’opposizione frontale.

Il movimento sindacale resistette. In risposta a ogni tentativo di sciopero dei padroni, si moltiplicarono le forme di auto-organizzazione e di potere popolare, soprattutto nei settori industriali. Ma la sinistra era sempre più divisa, mentre il governo si ostinava a credere che sarebbe stato possibile evitare il confronto. Invano.

La mattina dell’11 settembre 1973, con l’appoggio dell’amministrazione Nixon (ma anche, come ormai sappiamo, della dittatura brasiliana), i diversi settori delle forze armate si sollevarono. La sinistra fu disarmata sia politicamente che militarmente. La battaglia del Cile si concluse drammaticamente. La dittatura civile-militare, basata sul cattolicesimo nazional-conservatore e sulla dottrina della sicurezza nazionale, chiuse il parlamento, represse sanguinosamente i sindacati, proclamò lo stato d’assedio e praticò la censura. 

Contro il “cancro marxista”, il terrorismo di stato travolse il paese. Per 16 anni, i militari e la polizia politica torturarono decine di migliaia di persone, assassinarono più di 3.200 persone, di cui più di mille sono ancora oggi disperse (i loro corpi non sono mai stati ritrovati). Centinaia di migliaia di persone furono costrette all’esilio. Questo periodo di violenza massiccia coincise, a partire dal 1975, con un periodo di terapia d’urto economica che trasformò il Cile in un laboratorio a cielo aperto del neoliberismo: il paese divenne l’esempio dei Chicago Boys e delle teorie monetariste sostenute dall’economista Milton Friedman.

Il presente

Cinquant’anni dopo il colpo di stato cileno, la guerra dei ricordi sta portando scompiglio in un paese profondamente fratturato. Sostenuto dal Partito comunista, è vero che Gabriel Boric (del Frente Amplio) è riuscito a battere al ballottaggio – con il 56% dei voti – José Antonio Kast (Partido Republicano, PR), candidato di estrema destra, durante la campagna presidenziale del 2021, presentando un programma critico nei confronti del neoliberismo. 

Tuttavia, Kast è uscito vincitore al primo turno, lasciando i partiti tradizionali molto indietro. Ammiratore del generale Pinochet, l’uomo forte della destra cilena è figlio di un ex tenente nazista fuggito dall’Europa. Cattolico fondamentalista, come la sua famiglia ha sostenuto la dittatura (uno dei suoi fratelli è stato addirittura ministro). 

Da parte sua, Boric cita volentieri Allende come esempio, ma lo fa soprattutto per richiamare al rispetto delle istituzioni e dei diritti umani di fronte a chi ha attaccato la democrazia nel 1973, non per esaltare il militante antimperialista. Senza una maggioranza parlamentare, senza un vero legame con i movimenti popolari e con una parte della sua coalizione oggetto di uno scandalo di corruzione, Boric governa nell’“estremo centro”, ben lontano dalle “alamedas” (le piazze, ndt) immaginate da Allende.

Tuttavia, due anni fa, la fine dell’eredità autoritaria e del neoliberismo sembrava possibile, grazie alla forza della grande rivolta sociale dell’ottobre 2019. Oggi sono i reazionari ad avere il vento in poppa. Dopo la massiccia bocciatura referendaria nel 2022 del progetto di Costituzione femminista e progressista, paradossalmente è ora la destra del Partido Republicano a guidare la stesura di una nuova Magna Carta, dopo gli ottimi risultati ottenuti nelle elezioni costituenti del maggio 2023. Così, ai “figli” di Pinochet viene affidata la responsabilità di sostituire la Costituzione del 1980, immaginata dal loro mentore…

Due fantasmi infestano la politica cilena e due strade diverse si stanno delineando per il paese: un ex dittatore morto nel 2006 e mai processato; un socialista pacifista morto con un mitra in mano. Per 50 anni il Cile ha esitato…

Ed ecco l’articolo sul compagno Tùlio Roberto Quintiliano

Tra pochi giorni ricorre il cinquantesimo anniversario del golpe di Augusto Pinochet in Cile (11 settembre 1973). Quell’avvenimento stroncò una straordinaria esperienza di radicalizzazione operaia e popolare e segnò drammaticamente la coscienza politica di un’intera generazione di giovani rivoluzionari in tutto il mondo.

In previsione di quell’anniversario, ma soprattutto per ricordare una persona eccezionale a cui sono affettivamente, moralmente, politicamente, e personalmente legato in modo indissolubile, una persona che ha segnato in modo incancellabile la mia vita e la mia maturazione politica, pubblico qui il ricordo di Túlio Roberto Quintiliano, vittima del colpo di stato di Pinochet, scritto dalla sua vedova, Nanà Whitaker.

di Nanà Whitaker

A cinquant’anni di distanza, è difficile apprezzare la speranza che l’esperienza dell’unità popolare cilena rappresentò per l’intero continente sudamericano. L’arrivo del governo Allende nel 1970 aprì una nuova pagina, un’ondata di ottimismo e di prospettive per la trasformazione sociale del continente, in particolare per gli attivisti brasiliani che si erano rifugiati in Cile per sfuggire alla dittatura militare brasiliana.

È con questo ottimismo che Túlio Roberto Quintiliano arrivò in Cile nel 1970 con un salvacondotto delle autorità brasiliane come esule politico. Aveva 26 anni.

Dopo il 1968, il governo militare brasiliano aveva indurito il suo regime e instaurato il periodo più sanguinario e repressivo della dittatura. In risposta, molte organizzazioni politiche di sinistra radicalizzarono le loro forme di azione, difendendo la lotta armata con la creazione di sezioni armate all’interno dei loro ranghi e adottando un orientamento politico-militare.

Il governo di Emílio Garrastazu Médici modificò la costituzione per stabilire “l’ordine” a tutti i livelli della società. Creò strumenti di censura e repressione e istituì agenzie di intelligence collegate alle forze armate e allo stato. I diritti sindacali furono sospesi, le incursioni militari nelle sedi dei sindacati aumentarono e le manifestazioni furono vietate. La censura dei media e di tutte le forme di espressione culturale venne generalizzata. Si intensificarono le indagini e le persecuzioni contro gli oppositori della dittatura. La repressione era dilagante e la violenza di stato era al suo apice (stupri, torture, sparizioni, assassinii).

Nel 1968, Túlio Roberto era uno studente della Scuola di Ingegneria di Rio de Janeiro, partecipò attivamente al movimento di protesta giovanile all’università e si interessò alla politica, probabilmente influenzato dagli ideali del padre, Aylton Quintiliano, ex militante del Partido Comunista Brasileiro (PCB), giornalista e scrittore noto per le sue idee decisamente di sinistra.

Túlio Roberto scelse di aderire al Partido Comunista Brasileiro Revolucionário (PCBR). Si avvicinò ad Apolônio de Carvalho, combattente nella guerra civile spagnola, membro del Comitato centrale del PCB e poi fondatore del PCBR. Túlio partecipò alle manifestazioni e alle attività politiche dell’università e alle iniziative clandestine del partito.

Nel 1969, la polizia irruppe in casa sua nel bel mezzo di una cena di famiglia e lo portò via in manette, mentre la madre guardava senza capire. E’ così che Inizia il suo calvario nelle mani dei militari. È stato prima detenuto nella prigione centrale di Rio, dove venne torturato con le scariche elettriche per diversi giorni. Fu poi portato in una prigione di Belo Horizonte, dove fu nuovamente torturato.

Nell’arco di quattro mesi ha attraversato nove prigioni dell’esercito, dell’aeronautica, della marina e della polizia federale. Le torture gli hanno lasciato cicatrici fisiche e psicologiche. Gli aguzzini hanno cercato di estorcergli i nomi degli attivisti universitari e dei membri del suo movimento politico. Non hanno ottenuto nulla. I militari lo rilasciarono.

Tornato a casa, Túlio Roberto iniziò a lavorare alla costruzione di una strada continentale tra Belém e Brasilia. Non sapeva che il suo caso non era stato archiviato dalle autorità e che era in corso un processo. Fu processato e condannato alla prigione senza la sua presenza e senza difesa. Non volendo rivivere il calvario della prigionia, decise di chiedere asilo politico all’ambasciata cilena di Rio de Janeiro.

Lì incontra un altro esule, Mario Pedrosa, uno dei più importanti critici d’arte moderna degli anni Quaranta in Brasile e fondatore della Lega dei Comunisti, un’organizzazione che fece parte dell’Opposizione Internazionale di Sinistra, guidata da Trotsky negli anni Trenta. Al Congresso di fondazione della Quarta Internazionale, Mario era stato eletto membro del Comitato esecutivo internazionale (CEI).

Durante le settimane di attesa prima di partire per il Cile, i due richiedenti asilo si impegnarono in una serie di discussioni politiche scherzose, soprattutto di critica dei canali televisivi resi inattendibili per la censura imposta dalla dittatura. Questi momenti hanno approfondito un’amicizia che ha portato alla decisione di vivere insieme una volta arrivati in Cile.

L’esperienza in carcere ha rafforzato la sua determinazione. Túlio Roberto ripeteva costantemente alla moglie, qualche anno dopo in Cile, che “sono stati il movimento e l’impegno delle masse a darmi fiducia nelle mie convinzioni, a permettermi di non denunciare nessuno, di non rivelare nulla, di non tradire mai i nostri obiettivi”.

Questa fiducia è rimasta in lui. La sua concezione della lotta di classe si basava sull’importanza del movimento delle masse che lottavano per i propri ideali.

La resistenza in Brasile

La sinistra brasiliana degli anni Settanta è stata segnata dalla lotta di liberazione dell’Algeria contro l’imperialismo francese. È stata anche influenzata dall’emergere del Movimento 26 luglio, il movimento di guerriglia che ha rovesciato il dittatore Fulgencio Batista nel 1959, guidato da Fidel Castro e Che Guevara. La rivoluzione cubana ha avuto una grande influenza sulla storia del socialismo in Brasile e nel resto del Sud America.

Anche il testo di Régis Debray “Rivoluzione nella rivoluzione, lotta armata e lotta politica in America Latina”, scritto nel 1967, influenzò un’intera generazione di attivisti politici, che sognavano la rivoluzione e il rovesciamento della dittatura in Brasile. Questo contesto stimolò dibattiti e rotture con le concezioni stataliste o legaliste dei tradizionali partiti di sinistra. Questi partiti si sciolsero uno dopo l’altro.

Il Partido Comunista Brasileiro (PCB), il Partido Comunista do Brasil (PCdoB – un partito marxista-leninista) e anche l’Organização Revolucionária Marxista “Política Operária” (POLOP – un’organizzazione trotskista) hanno vissuto scissioni che hanno portato alla formazione di nuovi movimenti e organizzazioni.

La maggior parte dei loro leader ha abbandonato il lavoro di costruzione delle organizzazioni giovanili e operaie per dedicarsi ai loro strumenti politici e alla lotta armata. Si distaccarono dalle lotte operaie come avvenne a Osasco nello stato di São Paulo e a Contagem a Minas Gerais. Durante questi anni, tutti i partiti e le organizzazioni sono stati in totale clandestinità per quanto riguarda qualsiasi forma di azione o attività.

Le nuove organizzazioni – Movimento Revolucionário Oito de Outubro (MR8), Aliança Nacional Libertadora (ANL) e Vanguardia Popular Revolucionaria (VPR) – organizzarono quattro sequestri di ambasciatori – di Stati Uniti, Giappone, Germania e Svizzera – tra il 1969 e il 1970. Carlos Marighela, fondatore dell’ANL, definì la guerriglia come l’unica lotta possibile contro la dittatura e come fattore di innesco della coscienza rivoluzionaria in Brasile. Si ispirava ai teorici del “foquismo”: “non si può sempre pretendere che siano soddisfatte tutte le condizioni per la rivoluzione”, come diceva Che Guevara nel suo “Guerra di guerriglia”.

Da quando è entrato nel PCBR, Túlio Roberto è stato convinto dell’importanza del movimento di massa, nel quale è sempre stato pienamente coinvolto. Si è opposto con decisione alle politiche d’avanguardia di queste nuove organizzazioni.

Fondato nel 1968, il PCBR teorizzava il legame tra la guerriglia rurale e il lavoro di massa nelle città, al fine di creare un governo popolare rivoluzionario i cui compiti antimperialisti e democratici avrebbero aperto la strada alla rivoluzione socialista.

Influenzato dalla via della lotta armata, senza difendere le teorie “foquiste”, il PCBR strutturò il suo apparato in un settore armato (sequestri, rapine in banca, ecc.) e in un settore politico (organizzazione della resistenza nelle università, nelle fabbriche, ecc.). Ma le difficoltà di intervento clandestino in questi settori portarono il partito anche a una deriva “avanguardista”, sottovalutando l’importanza di mantenere queste attività.

Le azioni armate dei quadri militanti non ebbero alcun effetto sull’evoluzione della coscienza proletaria, tanto meno sulla formazione della classe operaia all’azione di resistenza alla dittatura brasiliana.

Fu proprio questa realtà a convincere Túlio Roberto che queste azioni erano una falsa via per il rovesciamento della dittatura in Brasile. Questa convinzione lo accompagnò fino al suo arrivo in Cile.

Il Cile, laboratorio della sinistra latinoamericana

Arrivato a Santiago nell’ottobre del 1970, Túlio Roberto fu invitato a lavorare per il governo di Allende nell’agenzia della Riforma Agraria. Allo stesso tempo, cercò di entrare in contatto con gli innumerevoli brasiliani, anch’essi rifugiati dalla dittatura brasiliana, ma soprattutto con i suoi compagni del PCBR, critici nei confronti dei metodi militaristi e avanguardisti delle organizzazioni politiche brasiliane. Li invitò a discutere e a produrre testi per la sinistra in esilio.

Ma fu soprattutto la serie di sequestri di diplomatici in Brasile da parte delle nuove organizzazioni a far nascere in Túlio e nei suoi compagni il desiderio di organizzare un gruppo di attivisti brasiliani con l’obiettivo di influenzare i dibattiti all’interno della comunità brasiliana a Santiago. Il gruppo si sarebbe chiamato Ponto de Partida, “Punto di partenza”.

Già molto aperto alle idee critiche nei confronti dello stalinismo grazie alle discussioni con Pedrosa, Túlio iniziò a immergersi nella letteratura trotskista. Una compagna rifugiata brasiliana anch’essa ex-militante del PCBR, che in seguito sarebbe diventata sua moglie, venne invitata a unirsi al gruppo e fu lei a suggerigli di entrare in contatto con un’organizzazione “poco conosciuta, ma molto interessante”: la sezione cilena della Quarta Internazionale.

Riuscito a sfuggire all’arresto in Brasile nel 1969, il sociologo Fábio Munhoz arrivò a Santiago, critico militante del Partido Operário Revolucionário Trotskista (POR-T), un partito legato alla Quarta Internazionale. Voleva incontrare i brasiliani del gruppo Ponto de Partida

Túlio e Fábio scrissero un documento di discussione per la sinistra brasiliana in esilio. Il documento “A proposito di un rapimento in Brasile” provocò un’onda d’urto nella comunità che viveva in Cile.

Il testo andava controcorrente rispetto alle idee e alle pratiche della nuova generazione di attivisti ed ebbe un forte impatto. Tuttavia, Fábio era molto malato e preferì tornare in Brasile, dove morì poco dopo il suo ritorno.

La realtà politica cilena è emersa come l’antitesi delle idee d’avanguardia dei sostenitori della lotta armata come unico mezzo per rovesciare il capitalismo. Il processo cileno sembrava seguire una dinamica simile a quella dei bolscevichi, che avrebbe pototuto portare a un’insurrezione, nonostante Allende avesse proclamato una “via cilena al socialismo” e l’Unità Popolare si basava sul rispetto delle istituzioni esistenti.

Mario Pedrosa parlava del Cile come di “un vero e proprio laboratorio di lotta di classe in America Latina”.

Tra i rifugiati brasiliani, quelli influenzati dalle teorie cubane della lotta armata, quelli stalinisti convinti che il processo di cambiamento attraverso le elezioni fosse più che fattibile e i centristi che oscillavano tra l’una o l’altra concezione, i dibattiti proliferavano all’interno della sinistra latinoamericana presente in Cile. In realtà, tutti loro osservano da vicino la dinamica sempre più radicale del paese in cui operavano.

I brasiliani incontrarono i compagni della sezione della Quarta Internazionale, rappresentata a quell’incontro dalla peruviana Virginia Vargas, oggi nota femminista, e da Jean, il suo compagno.

La Quarta Internazionale aveva appena tenuto il suo IX Congresso mondiale nel 1969. I dibattiti all’interno delle sezioni si stavano sviluppando. La maggioranza emersa dal Congresso mondiale era influenzata dagli orientamenti d’avanguardia di Debray e della maggior parte delle organizzazioni cosiddette guevariste, tra cui il Partido Revolucionario de los Trabajadores (PRT, la sezione argentina della QI).

Il Socialist Workers Party (SWP) americano era in minoranza, ma manteneva costanti contatti con le organizzazioni latinoamericane e con quelle europee, in particolare con le sezioni francese e italiana. Le due tendenze si contendevano le simpatie dei militanti del Ponto de Partida, data l’importanza per la Quarta Internazionale di costruire una futura sezione in Brasile.

Si aprì un nuovo processo di discussione e si tennero innumerevoli incontri con diversi leader europei, americani e latinoamericani: con il cileno Raul Santander, intellettuale e storico marxista, con il boliviano Hugo Gonzales Moscoso, leader storico del Partido Obrero Revolucionario (POR), con Livio Maitan e Jean Pierre Beauvais (entrambi appartenenti alla maggioranza del segretariato unificato della Quarta Internazionale), con Peter Camejo, leader dell’SWP e appassionato difensore delle posizioni della minoranza.

Peter Camejo, entusiasta delle posizioni del Ponto de Partida, critico della nuova avanguardia brasiliana, pubblicò le sue dichiarazioni su Intercontinental Press, la rivista della Quarta Internazionale. Le commentò su The Militant, il giornale del suo partito, e le utilizzò ampiamente per combattere le posizioni avanguardiste della maggioranza.

Al contrario, la maggioranza (europea) della Quarta Internazionale non riportò né pubblicò mai alcun articolo sui dibattiti tra i leader della Quarta Internazionale e il gruppo brasiliano.

Parallelamente a questi dibattiti, Túlio produsse diversi testi di discussione per gli esuli che arrivavano in Cile. Promosse incontri con compagni che dissentivano profondamente dai metodi della lotta armata a scapito del movimento di massa e iniziò a interessarsi al processo di lotta di classe in Cile.

Un impegno deciso

Quando nel 1971 venne diffuso il documento programmatico del Ponto de Partida, il gruppo si trovò al centro dei dibattiti tra i due blocchi emersi dal IX Congresso della Quarta Internazionale: la battaglia tra gli europei, influenzati dalla rivoluzione cubana e dalla guerriglia latinoamericana (la maggioranza), e gli americani (la minoranza), difensori della lotta rivoluzionaria basata sulle lotte di massa.

Durante questo intenso periodo, Túlio Roberto lesse Marx, Lenin e Trotsky e parlò con molti intellettuali che vivevano in Cile. Discusse a lungo con Francisco Weffort, brasiliano ed ex insegnante di Fabio Munhoz, sulla natura dell’URSS. Non concordò con la tesi di Weffort secondo cui l’URSS era uno “stato operaio burocratizzato” e non un “capitalismo di stato socialista”.

Il gruppo Ponto de Partida (PdP) divenne un importante forum di scambio, in particolare con la nuova ondata di brasiliani che arrivavano in Cile. Mantenne relazioni con i rappresentanti delle due tendenze della Quarta Internazionale che passavano da Santiago per discutere della situazione in Cile, delle posizioni assunte dalle organizzazioni brasiliane e degli eventi politici internazionali. Sia la maggioranza che la minoranza della QI volevano costruire una sezione in Brasile a partire dal gruppo del PdP.

Il Cile divenne il centro di interesse della sinistra latinoamericana e internazionale. Sempre più rifugiati politici provenienti da diversi continenti si univano al processo di cambiamento cileno. Le organizzazioni politiche e i partiti si dividevano tra coloro che credevano che la “via pacifica al socialismo” avrebbe portato al cambiamento sociale e coloro che sostenevano la necessità di generalizzare le lotte settoriali all’intera società. Nessuno dei due gruppi presentò una proposta programmatica o transitoria per la trasformazione del sistema.

In questo periodo, Túlio Roberto si interessò intensamente alle lotte operaie nelle nuove strutture di dualismo di potere: i cordones industriales. Era entusiasta di questa esperienza!

In Cile la polarizzazione di classe si stava approfondendo e il processo si radicalizzò con l’offensiva dei datori di lavoro per paralizzare il trasporto su camion (il cosiddetto “sciopero dei camionisti”) e poi con l’organizzazione di una penuria (“boicottaggio”) di generi alimentari e di prima necessità.

Di fronte a tutto ciò, è emersa una risposta inedita e spettacolare per i giovani brasiliani del PdP, che avevano sentito parlare di “doppio potere” solo in riunioni e letture: l’apparizione dei cordones industriales, l’auto-organizzazione dei lavoratori nelle fabbriche di diverse zone di Santiago, ma anche in più di una dozzina delle principali province del paese.

Gli attivisti del Partido Socialista, del Partido Comunista e del Movimiento de Izquierda Revolucionaria (MIR) si staccarono dagli ordini e dalla “disciplina di partito”, poiché il controllo operaio delle fabbriche divenne la loro priorità.

Le requisizioni di industrie abbandonate, il sequestro dei libri contabili e l’organizzazione della produzione venivano decisi durante le assemblee. Gli “ordini” del partito erano fuori gioco; la priorità era data alle decisioni collettive.

Tutto il potere si concentrava nelle mani di questi lavoratori, che strutturavano ed estendevano il loro movimento dalle fabbriche ai quartieri, nelle “poblaciones”.

Questa autentica auto-organizzazione è stata costruita e ha rafforzato la prospettiva della instaurazione di nuovi rapporti di produzione.

La borghesia abbandonò quindi l’offensiva della “serrata” e del “boicottaggio” per concentrarsi sulla preparazione di un colpo di stato. Nel giugno 1973, i soldati del reggimento “Tacna” insorsero, ma il “Tanquetazo” fallì.

Unidad Popular non credeva alla determinazione della borghesia di perseguire questa dinamica. Il governo non stava preparando la popolazione, né tanto meno i movimenti, ad un qualunque attacco militare. Furono fatte concessioni alla borghesia sul programma iniziale di misure sociali e furono concessi voti di fiducia alle forze armate.

Nel corso del 1972, il gruppo PdP difese le teorie trotskiste sulla necessità di uno strumento internazionale, un partito politico che agisse per la trasformazione della società. Influenzati dalle discussioni con Pietro Camejo, ardente difensore delle posizioni della minoranza della QI, e dai discorsi eminentemente politici di Raul Santander, i suoi militanti decisero di avvicinarsi alla Quarta Internazionale.

Iniziarono un processo di discussione sulla priorità del momento: partecipare e amplificare il processo rivoluzionario in Cile ma anche preparare il ritorno dei rifugiati in Brasile per costruire un nuovo partito.

La lotta di classe in Cile risvegliò il crescente desiderio di Túlio Roberto di essere coinvolto in questo processo. All’interno del gruppo si svolse un dibattito che portò a una scissione. Una parte del gruppo decise di concentrarsi sulla costruzione di un’organizzazione focalizzata sul Brasile. Túlio difese un approccio diverso, costruendo un nuovo, piccolo partito della Quarta, il Partido Socialista Revolucionario (PSR), deciso a chiudere il capitolo dell’entrismo all’interno del PS, che difendeva la piena integrazione nelle lotte di massa nella speranza di avere un’influenza sul processo cileno.

I militanti del PSR si unirono ai cordoni industriali e aiutarono gli operai a consolidare le loro strutture. Anche i rivoluzionari latinoamericani della Quarta Internazionale che si erano stabiliti in Cile decisero di unirsi al PSR e parteciparono alla resistenza delle masse.

Da militante della Quarta Internazionale, Túlio Roberto si gettò nel ricco processo cileno a fianco di Hugo Blanco (il leader peruviano della Quarta Internazionale recentemente scomparso), nella speranza di una risposta operaia agli attacchi e al secondo tentativo di colpo di stato che si stava preparando.

All’epoca, il PSR non si faceva illusioni sulle intenzioni della borghesia determinata a rovesciare l’Unidad Popular. Il 1° settembre 1973 pubblicò una dichiarazione sullo scontro di classe in Cile. La dichiarazione iniziava osservando che la situazione politica nazionale era a un punto di svolta cruciale verso una soluzione definitiva della questione del potere. La dichiarazione rilevava l’incapacità dell’Unidad Popular di rispondere alle esigenze del proletariato. Analizzando gli attacchi della borghesia e le intenzioni dell’imperialismo statunitense, la dichiarazione si concludeva dicendo che “i fattori sociali e politici fanno sì che la soluzione della questione del potere, l’estensione del processo rivoluzionario e il trionfo di questo processo siano possibili solo sul terreno della lotta armata”.

L’11 settembre 1973

L’11 settembre, mentre Túlio Roberto si reca al lavoro e il suono dei clacson inonda le strade dei negozi di lusso di Santiago, una bomba esplode alla Moneda, il palazzo presidenziale, molto vicino a dove Túlio lavorava. Capisce cosa sta succedendo e si dirige verso casa per cercare la sua compagna e pensare a cosa fare. Non ci fu modo di sfuggire al controllo dei vicini di casa che sostenevano il colpo di stato e che, appena arrivato a casa, minacciarono di ucciderlo se non si fosse presentato all’ora di pranzo per “festeggiare il golpe”.

Il giorno dopo, una pattuglia militare suonò alla porta. Capendo di essere nel mirino dei militari, Túlio abbracciò la sua compagna e le disse: “Non so cosa faranno, ma anche questa volta non rinnegherò le mie convinzioni o chi sono”. I soldati invasero la casa, perquisendola a fondo e poi portando la coppia all’Accademia militare. La compagna fu presto liberata e Túlio fu portato nella caserma di Tacna, dove si raccoglievano i golpisti, insieme a due tupamaros uruguaiani e a membri del GAP – Grupo de Amigos del Presidente, la guardia personale di Allende. Túlio non fece più ritorno e il suo corpo non venne mai ritrovato. Aveva appena compiuto 29 anni.

Da allora, la sua compagna, i parenti e gli amici hanno cercato senza sosta un indizio, una traccia di lui. Denunciato come scomparso, è stato dimenticato…

Quest’anno, 2023, in occasione del cinquantesimo anniversario della fine dell’Unidad Popular, un gruppo di brasiliani rende omaggio a Túlio e alle altre vittime scomparse e assassinate della dittatura militare di Pinochet. Una targa commemorativa sarà inaugurata a Santiago. Per non dimenticare.

Una particolarità sorprendente della carriera di questo rivoluzionario è che la sua organizzazione, il PSR, non viene mai menzionata nelle innumerevoli analisi, descrizioni e critiche delle sezioni europee della Quarta Internazionale, tanto meno la notizia della morte di un suo militante… Solo la dichiarazione del PSR che avvertiva dell’urgente necessità di preparare la resistenza armata è stata pubblicata dall’ex minoranza, il SWP, l’ex sezione della Quarta Internazionale negli Stati Uniti.

Dopo la scissione del PdP, alcuni membri del gruppo che scelsero di costruire un nuovo partito in Brasile si rifugiarono in Argentina e incontrarono Nahuel Moreno. Molti anni dopo, questi membri fondarono il Partido Socialista dos Trabalhadores Unificado – il PSTU. Alcuni dei suoi militanti, compagni di viaggio nel gruppo del PdP, hanno reso omaggio a Túlio, anche se da quell’omaggio si può essere indotti a considerare anche Túlio, in quanto fondatore del PdP, tra i fondatori del PSTU.

Il ricordo di questo straordinario rivoluzionario ha un sapore amaro!

Il PSR, strumento politico che riuniva gli esuli della Quarta Internazionale in Cile, partecipante a pieno titolo al processo di resistenza e membro della Quarta Internazionale, non fu riconosciuto. Né è stata riconosciuta la feroce repressione subita dai suoi militanti…

Discreta e determinata, anche la Quarta Internazionale ha avuto i suoi eroi!

Túlio Roberto, presente!


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