Il titolo scelto da Eros Francescangeli per il suo libro sulla Sinistra Rivoluzionaria in Italia tra il 1943 e il 1978, anche se ricorda più Vasco Rossi che il “Che” Guevara, non deve ingannare i lettori (che mi auguro siano numerosi). Si tratta di un ottimo lavoro di ricostruzione storica, serio e documentato. L’autore, uno dei fondatori della rivista di storia della conflittualità sociale “Zapruder”, dà un contributo a mio avviso fondamentale alla “nostra” Storia. In 361 pagine (di cui un’ottantina dedicate alle riflessioni introduttive), Francescangeli analizza le varie fasi del difficile tentativo di costruire un’alternativa a sinistra di PCI e PSI. Se la prima fase, quella resistenziale e dell’immediato dopoguerra, e l’ultima, quella post 1968, non hanno aggiunto moltissimo alle mie conoscenze, devo riconoscere che il libro mi ha permesso di colmare notevolmente le grandi lacune sugli anni tra il 1947 e il 1967. Nella prima sezione, intitolata “Gli anni del dissenso” (1943-55), l’autore non si limita a parlare delle tre correnti storiche “a sinistra del PCI”, cioè anarchici, bordighisti e trotskisti (le cui vicende sono abbastanza conosciute, almeno per chi si occupa di storia del movimento operaio), ma dà conto di una grande varietà di gruppi e partiti “rivoluzionari”, alcuni più conosciuti (come il Movimento Comunista d’Italia – Bandiera Rossa, principale gruppo della Resistenza a Roma), altri meno, come “Stella Rossa”, altri ancora da me totalmente ignorati, come il Partito Italiano del Lavoro, o il Fronte Proletario Rivoluzionario, la Frazione di Sinistra dei Comunisti e Socialisti Italiani, l’Unione Spartaco, il Centro Marxista d’Italia, il Partito Socialista Rivoluzionario Italiano, la Libera Unione degli Eguali, ecc. E, si badi bene, non si trattava di gruppuscoli poco significativi se, come risulta dalle stesse carte di polizia, il gruppo di Bandiera Rossa contava, nella sola Roma, circa 40 sezioni con 60.000 iscritti nel marzo 1945. Francescangeli segue con meticolosa attenzione l’evolvere della situazione, dal relativo boom del 1943-46 al sostanziale recupero di PCI e PSI dopo l’espulsione dal governo “di unità nazionale” del maggio 1947. Lo stesso atteggiamento di serietà storica lo si ritrova in tutte le successive tappe: il post 1956 (“Una destalinizzazione a metà”), il “quinquennio rosso” (1965-69), il “rimescolamento post-movimentista” (1970-74) e la fase più o meno finale, che lui intitola “Sentieri divergenti”. Si può essere più o meno d’accordo con una delle sue “riflessioni introduttive”, quella in cui parla di “tramonto” di questa esperienza a partire dalla fine degli anni Settanta. Ma resta un libro fondamentale per chi è interessato a questa vicenda. A maggior ragione per quelli che, come il sottoscritto, non hanno ancora deciso di “tirare i remi in barca”.

FG


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