IL FOGLIO BIANCO

Carissimo Filippo,

mi sono messo a scriverti questa lettera dopo molti ripensamenti. E, una volta che mi sono deciso, ho passato ore davanti a questo foglio bianco, pensoso o proprio bloccato. Certo, è foglio elettronico, carta virtuale che accetta inchiostro labile, sillabe che si formano come piccoli chiodi premuti da un martello nascosto sotto un polpastrello (scrivo con un dito solo…), parole e concetti che svaniscono battendo un altro tasto. Quante volte, in questi giorni, anche adesso, ho fatto questo! E quindi, cancellature come prolusioni a ritroso, confidenze rimangiate, ripensamenti che si annullano a vicenda, domande che svaniscono nell’eterno candore di un foglio che torna bianco, che si rifà immacolato, come un nulla che contiene l’indicibile, specialmente quando esso è figlio dell’inascoltabile, di una replica possibile, anzi certa, ma sempre non accettabile.

Ti chiedo scusa, Filippo, per questa lunga e confusa premessa, ma quello che sto per dirti, che forse non ti farà piacere, te ne chiarirà il senso. E per completezza di quadro, permettimi quest’altra premessa. È inutile che ti dica quanto questo maledetto Covid 19 ci sta proprio frantumando le scatole. Io e Teresa stiamo rintanati nel nostro piccolo appartamento al terzo piano, sopportandoci sempre meno e invidio te ed Emma che almeno, vivendo isolati in campagna, credo abbiate qualche occasione di uscire all’aperto. Ma io mi chiedo se dalla Cina sto cazzo di virus a corona proprio qua da noi doveva venire!! Non a Oslo, a Lima, a Madrid!! No, qua! In questo pezzetto di Lombardia a seminare terrore e, quel che è peggio, vite vere. Non preoccuparti, so bene quanto sia ancora difficile per te telefonarmi, sentire la mia voce e sapendo tu che anche per me è la stessa cosa, eccoti spiegato in parte il motivo per cui ti scrivo e non ti chiamo. Per aggiornarci sulla salute, ma sai anche questo ed è quasi assurdo che io te lo ribadisca qui, sono sufficienti i messaggi che ci scambiamo.

Come avrai già intuito, sono altre le ragioni importanti per cui ti sto scrivendo queste righe che forse diventeranno pagine e ancora più importanti sono le notizie che mi sono deciso a darti. La ragione più importante, che è anche una notizia che sai in parte, ma che è ahimè pure un timore che somiglia a una certezza, è che ho la polmonite e che il medico è seriamente preoccupato stante la situazione. Se mi becca il Covid, che ormai bussa…, se poi mi intubano, se poi, se poi, se poi… Noi, parlo anche per te, siamo i ‘soggetti a rischio’, per età, per debolezza respiratoria, per vita! Mi viene in mente, a proposito, che forse riceverai questa lettera dopo che Teresa ti avrà dato, ovviamente per iscritto…, la notizia della mia morte. Ti confesso, ora che ci penso, che se dovesse succedere proprio così, non mi dispiacerebbe affatto. Io sono un po’ stanco, ho perso curiosità per l’esistenza e poi, sai quante discussioni con te mi risparmierei? Sì, discussioni, come e più ancora di quante ne abbiamo fatte per tutta la vita! Io e te, Piero e Filippo: i fratelli rivali, Caino e Abele, Romolo e Remo, quante ce ne hanno affibbiate!! Fratelli coltelli, doctor Jekill e… Adesso siamo vecchi e senza figli (per fortuna, dice la gente: chissà che risse… stronzi malevoli!) e credo sia venuto per me il momento di dirti alcune cose delicate della nostra famiglia. Alcune di queste, non lo so, forse le conosci già, ma una, almeno una, sono sicuro tu non la sappia e sono altrettanto sicuro che essa ti cambierà la vita. A te, a Emma, che immagino tu vorrai rendere partecipe, e forse anche ad altre persone che io non conosco e di cui, scusami la franchezza, non mi importa assolutamente nulla. Dunque, siediti, beviti qualcosa di forte e leggi con attenzione. Io provo a essere il più chiaro e sincero possibile, sulla sintesi abbi pazienza… sai che a me piace dilungarmi e raccontare. Un’ultima avvertenza: se qualcosa non ti sarà del tutto chiara, arrangiati!! Anche se sto cazzo di Covid mi avrà lasciato in pace senza portarmi là sotto, non chiamarmi per nessun motivo, capito?

Caro fratello, partiamo dalla cosa che forse sai e forse no. Siccome è una faccenda enorme e che, se fosse per te una novità, sarebbe molto difficile da gestire, do quasi quasi per scontato che tu la sappia già, augurandomi veramente per te che sia così. Altrimenti… comunque ripeto, Filippo, cazzi tuoi! Credo proprio tu ricordi lo zio Carlo, quello che si era occupato di papà al ritorno della prigionia. Ebbene, il giorno in cui ho compiuto ventun anni, mi telefona proponendomi di accompagnarlo a fare un giro sulla sua nuova auto, una BMW nera spider che forse hai visto anche tu. Immagina con quale entusiasmo accetto, tanto più che, aggiunge, visto che è la mia festa, magari me l’avrebbe fatta anche provare. Lo zio, che non sento da un po’ e che ha patito molto la scomparsa di nostro padre due anni prima, è sempre stato un po’ svitato, lo sai. Brillante con se stesso quanto tirchio con gli altri, nipoti compresi ahimè, ma chissà perché quel giorno mi metto in testa che sotto quell’invito si nasconda qualcosa di buono, di inaspettato. Ne vien fuori un pomeriggio particolare, molto importante e che, puoi crederci, non dimenticherò mai. Dopo vari giri in tangenziale molto oltre i limiti, dopo che lo zio si dimostra molto affettuoso e premuroso, invitandomi a provare quel bolide senza troppi timori e sollecitando la fiducia in me stesso, mi fa: ‘Dai, andiamoci a fare una birra!’. Sceglie un bar fuori mano, poco frequentato di giorno e quando ci sediamo, mi accorgo che si è portato con sé una cartella come quelle che usavamo da bambini a scuola, non certo una cosa da avvocato qual è. Dopo due bionde a testa, qualche battuta sui miei studi lenti e sulle mie presunte morose, mi chiede di te. Non ti vede da tempo e io gli racconto che sei lontano, non so dove. Sei già partito per quello che si sarebbe rivelato come il primo dei tuoi mille voli pindarici, quelli che ci avrebbero complicato ancora di più i rapporti. Vuoi ancora fare l’attore? Non ti incazzare, dai! È solo una battuta! Comunque, lo zio mi fa, serio: ‘Appena lo senti, digli che ho bisogno di parlargli di una questione importante’. Poi, finalmente, ecco che appoggia la cartella sul tavolino e mi guarda. Credo di aver fatto un sorriso idiota, come quando si annusa un regalo. Infatti, con mosse solenni, apre piano la borsa, estrae una busta da lettera e me la porge. Quando faccio per prenderla, gira il polso velocemente sfuggendomi e mi fa: ‘La apri a casa, capito?’ pausa interminabile ‘Auguri, Piero’ e se la lascia prendere. ‘Grazie, zio’ e faccio per alzarmi e abbracciarlo, ma mi blocca con un gesto. Ordina altre birre e mi dice: ‘Veniamo alle faccende da uomini’. Tira fuori un’altra busta molto più grande e da lì altre foto e me le sottopone, una alla volta.

Credo, penso e spero abbia poi usato la stessa tecnica con te. Voglio con tutto me stesso e per questo stranissimo bene che nutro per te, brutto bastardo, che tu sappia già quello che sto per dirti, che quel matto di zio Carlo abbia mantenuto la promessa che mi ha fatto quel giorno, era già notte, quando mi ha accompagnato a casa. Mi abbraccia, mi stringe la mano come per un buon affare concluso e mi dice solenne: ‘Il giorno in cui Filippo compirà ventun anni, l’anno venturo, farò la stessa cosa con lui. Questo è ciò che mi chiese di fare tuo padre il giorno prima di morire e questo è ciò che farò, che devo fare. Tu non dirgli assolutamente nulla, digli solo che devo parlargli. Al resto ci penso io’.

Mi sta prendendo un dubbio, figlio di questa mia memoria ballerina. Balla anche per te, vero? In questo momento non ricordo se ti ho poi detto di chiamare lo zio. L’ho fatto? Credo di sì. L’hai chiamato? Spero di sì. Vi siete incontrati? Ti ha parlato della vera storia di nostro padre? E di Andrea, il nostro fratellastro? Non posso resistere con questo dubbio, ti telefono. Devo sapere subito! No, non ti telefono. Tu non sai niente, ecco la verità! Se tu lo avessi saputo, pur detestandoci io e te, me ne avresti parlato in questi cinquant’anni, o no? Tu non sai un cazzo! Del resto, con i tuoi voli, le tue vene artistiche e le arterie intasate di cultura che noi poveri ignoranti nemmeno ti capiamo..! Non c’era tempo, non c’è mai stato tempo per le faccenducole famigliari, tu avevi ben altro cui pensare!

Siccome non sai nulla, caro il mio Filippo, genio incompreso, ecco che ti spiattello la verità. Apriamo assieme sto baulaccio di notizie scomode come pantaloni stretti. Te li faccio indossare tutti, ma faccio come lo zio Carlo ha fatto con me: con calma, uno alla volta.

Intanto ti dico, come antipasto, che nostro padre non è partito per la guerra come richiamato e controvoglia, che non è partito per l’Africa tra la disperazione di nonni e zii. Quando il conflitto ha coinvolto anche l’Italia, lui era già in Africa come volontario. Aveva fatto il corso Sottoufficiali nel ’34 e si era imbarcato per l’Eritrea come volontario. Erano tutti fieri di lui a casa e l’unica disperata era la sua fidanzata di allora, Luisa. Luisa Filippi. Hai letto bene, Fi-li-ppi. Ti viene il sospetto del perché tu ti chiami così? Non è Pirandello, caro il mio regista: è la storia della tua famiglia. Questa Luisa l’ha aspettato per dodici anni, perché nostro padre, questo lo sai di certo perché in famiglia se ne parlava, è tornato dall’India due anni dopo la fine della guerra, nel ‘46. Gli inglesi, che l’avevano catturato in Africa e deportato poi sotto l’Himalaya, hanno liberato gli Ufficiali prigionieri italiani solo quando le cose qui si fossero stabilizzate. Filippo, hai letto bene un’altra volta: Ufficiali. Nostro padre, durante il conflitto, è stato promosso o forse ancora prima, questo non lo so. Sta di fatto che altro che ragioniere quasi renitente e disertore! Del resto, anche se eravamo giovani, potevamo arrivarci da soli. È vero che lui, quelle poche volte che si decideva a raccontare, lo faceva più volentieri parlando dei silenzi e delle distese infinite che gli procuravano quegli strani assalti di nostalgia che chiamava ‘mal d’Africa’ che non dell’India, ma a questo proposito, ricorderai, nominava spesso il campo di Yol. Bastava andare ad approfondire: a Yol c’era uno sterminato campo di prigionia inglese, solo però per Ufficiali. E se uno parte richiamato, può essere l’eroe dei due mondi, Ufficiale non lo diventerà mai!

Nostro padre torna quando l’Italia è già repubblica, arriva a Napoli in nave da Bombay e viene ‘arrestato’, come tutti i suoi colleghi prigionieri di guerra e come vuole la prassi. Viene condotto a Brindisi dove c’è lo Stato Maggiore e quello che si chiama ancora Ministero della Guerra, poi edulcorata in ‘Difesa’. Prima di essere rilasciato e reintegrato nell’Esercito, devono accertare non sia un fanatico fascista o monarchico. Questi uomini, partiti a suo tempo con per o a causa di un ideale folle, ora dovrebbero però servire uno stato molto diverso, molto cambiato. Hanno qualche cognizione, per esempio, di un concetto già di per sé ostico per tutti i militari a ogni latitudine: della misteriosa ‘democrazia’? Il capitano Malavasi, cui viene chiesto se durante la prigionia abbia collaborato con gli Inglesi, domanda delle cento pistole e dalla risposta cervellotica, viene liberato e riammesso in ruolo ‘con riserva’, avendo evidentemente lui risposto a quel decisivo quesito con un ‘sì’ non pienamente convincente. A me allora che avevo vent’anni, immagino a te adesso a settanta, scoprire che nostro padre, liberale della più bell’acqua, fosse invece guerriero mussoliniano, ha fatto molta impressione e se le altre novità che mi avrebbe dato da lì a poco suo fratello non fossero state ancor più sconvolgenti, sarei andato dallo psicanalista solo per questa. Adesso respiro un attimo, fallo anche tu, anzi ubriacati, e procedo.

Orazio Malavasi, assolto con riserva, viene rilasciato. È libero, come lo può essere un militare, e deve tornare in caserma, ma gode di una licenza di trenta giorni. A casa non hanno sue notizie da tempo, non sanno neppure se sia effettivamente salpato da Bombay, sono in trepida attesa. A Napoli arrivano navi, anche a La Spezia, un paio pure ad Ancona: nomi, numeri, sigle, codici, coperture militari. Come si chiama il capitano? O è ancora tenente? Mai sentito, mi dispiace. Tuo padre, mio padre si sente libero, quasi ignoto, un milite ignoto vivo (bella questa, ammetti…) e gli balena la più folle delle idee. Non chiama Carlo e nemmeno mamma o sorelle, suo padre nostro nonno era morto nel ’41, chiama Luisa. Si danno appuntamento e vivono da amanti clandestini e forsennati. Hanno soldi abbastanza, hanno voglie e tempo da vendere e nessuno che li bracca da vicino. Si amano fisicamente come fossero lontani da dodici anni. E sono lontani da dodici anni.

Cosa sia successo in quel mese lo sanno solo loro e tutti i materassi che hanno sfondato. Sta di fatto che papà nostro si presenta alla stazione del paesello all’imbrunire di un giorno infuocato d’agosto. Scende smunto e affaticato e ricambia gli abbracci di Carlo, la sorella Giulietta e di un paio di cugine. È stanco, sono stanco, domani vi racconto tutto, adesso sogno un letto vero, andiamo a casa da mammà. I giorni che seguono sono strani, complicati, spigolosi. Le feste di vecchi amici, le visite di chiunque, ma pure la freddezza di tanti, le continue richieste di racconti non soddisfatte, il dubbio che serpeggia nei vicoli che qualcosa non torni, che Orazio non sia più lui e, infine, la certezza che non è tornato che la copia fisica dell’uomo vulcanico e brillante che era partito dodici anni prima. E questo sarebbe un militare? Uno che deve difenderci? Ecco perché abbiamo perso la guerra! E soprattutto, ma quanti giorni è durata quella di Orazio? Due? Tre? Cinque? In un mare di distanza e diffidenza sempre più fredda, solo Carlo sembra capire come stanno le cose e perfino che cosa è successo negli ultimi tempi. Gli sembra molto strano il fatto che il fratello non cerchi Luisa, e neppure chieda di lei. In un lungo faccia a faccia notturno, qualche giorno prima che Orazio debba presentarsi al Comando, ecco che viene fuori la verità. La licenza, la fuga romantica, quel distacco per evitare i sospetti, Luisa non è ancora tornata, è da un’amica in città, e soprattutto la decisione di sposarsi al più presto.

Sono sicuro, Filippo, che anche tu sappia quanto fosse determinato lo zio Carlo. Se voleva una cosa, se ne decideva un’altra, non c’erano santi, quella l’avrebbe avuta, quell’altra sarebbe avvenuta. Prende il fratello per le spalle, lo scuote e gli urla, sottovoce, in faccia. Non se ne parla proprio, papà morì e decido io per la famiglia, hai capito? Hai capito bene? Tu, Orazio, un Malavasi, il Capitano Malavasi decorato di guerra, questa Luisa, che sarà anche molto bella, forse anche per bene, ma è figlia di gente troppo umile, non la sposerà mai. Hai capito bene anche questo? Mai! L’amore? Va, viene, parte, non torna. Tu sei un Ufficiale dell’Esercito Italiano, lo vuoi capire? Lei è una delle tante Luisa Filippi e può solo sognarlo uno come te. Adesso ci penso io, domani vi incontrate e le spieghi che ti trasferiscono a Bergamo, a millecinquecento chilometri di distanza e che ti affideranno un incarico segreto e delicato. Le dirai, senza possibilità di repliche, che per voi non c’è futuro. Non preoccuparti, ci sarò io al tuo fianco. Ma come, Bergamo..? Sì, Bergamo, ho già accennato qualcosa, al di là di questo capriccio con Luisa, al generale Vitucci, il padre di Franco, il mio collega. Verrai con me a Bergamo dove sono appena stato nominato Direttore di quell’Ufficio delle Imposte, manco ho fatto in tempo a dirtelo.

Nessuno dei fratelli Malavasi può immaginare in quella notte fonda, talmente fonda da spaccare i sogni, i cuori e pure i sorrisi residui, che quello che Carlo ha appena chiamato ‘capriccio’ è già in realtà un tremendo pasticcio. Luisa è già incinta, anche se se ne sarebbe accorta solo dopo quell’imbarazzante e surreale incontro a quattro, Carlo e Orazio Malavasi di qua e Luisa Filippi con la madre Carmela Migliore in Filippi dall’altra, che si sarebbe svolto, con le porte sbarrate dall’interno, nell’ampio studio di Carlo il giorno seguente. Non so nulla e lo zio nulla ha voluto dirmi di quel summit, tanto che sia l’imbarazzo sia la stranezza dell’atmosfera sono frutto della mia immaginazione o, a essere sinceri, conseguenze logiche delle mie deduzioni. Quel che è certo è che le Filippi vengono al termine accompagnate a casa da un taxi arrivato dalla città per percorrere non più di duecento metri, forse meno, che separano le due dimore, con le due dame chiuse in se stesse, mentre nostro padre non profferirà parola fino all’arrivo in caserma, a Bergamo. Luisa si accorge della sua gravidanza quando Orazio l’ha già lasciata, adducendo le ragioni forse più astruse e senza che da quel pomeriggio bieco si sia più fatto sentire. Lei forse è convinta lui sia ancora in paese, forse qualcuno glielo ha fatto credere, fatto sta che compie l’errore di scrivergli a casa. Lo fa, pare, solo per renderlo edotto della situazione senza pretendere nulla. Detto per inciso, ti accorgerai, caro fratellino mio, se avrai la bontà di continuare a leggere queste note, di quale tempra e orgoglio fosse dotata questa Luisa. Una forza e una saldezza da non credere. Fine dell’inciso. La lettera arriva nelle mani di nonna Gemma la quale, senza esitazioni e tacitando chissà quante curiosità, la dirotta seduta stante al figlio Carlo, come da accordi scaturiti della previsione di un evento più che probabile.

Anche su questo passaggio, lo zio non si è dilungato molto in particolari e dettagli. Fatto sta che, come avrei saputo solo dopo parecchi anni direttamente dal nostro fratellastro Andrea, allora poco più di uno spillo, nostro padre di quella lettera e della notizia che sarebbe nato dopo qualche mese il suo primogenito non sa nulla. Con tutta evidenza, Carlo, forse nonna, probabilmente qualche zia o cugina, hanno fatto in modo che né il padre, nostro e suo, né il paese sapessero nulla. Non avrei saputo dirti fino a pochi mesi fa, ma nemmeno immaginare, quanto potesse essere costato quel silenzio. Adesso lo so, ma per saperlo pure tu, ti consiglio di leggere questi fogli fino in fondo. E scommetto che non te ne pentirai. Perché, Filippo, sei e rimani uno stronzo. E sei pure un cagnaccio fortunato, perché ti trovi non uno ma due fratelli che non meriti, due uomini molto diversi da come sei tu. Ma torniamo ad allora, che è meglio! Per fortuna di noi Malavasi, la famiglia Filippi è di una sobrietà, correttezza e signorilità che Carlo non le riconosce solo perché, sia detto con rispetto per lo zio, lui usa, li ha usati tutta la vita, parametri di censo e di lignaggio tutto isolano. E sempre per nostra fortuna, è anche nucleo poco numeroso, circoscritto, controllabile. Per farla breve, Orazio, rigenerato e ignaro, prosegue la sua carriera militare, si aggiusta leggermente un passato non del tutto consono e presentabile per i canoni di una borghesia un po’ democratica e sposa nostra madre con cui fa due… devo andare avanti? No, dai..!

E Luisa? Con la madre, ormai inseparabile, parte per un viaggio di un paio di mesi e di destinazione ignota. Torna ancora più bella, più serena e incontestabilmente gravida. Quel geniaccio di zio Carlo ce l’ha fatta! Aveva preventivamente dirottato le malignità di tutto il paese dal povero e innocente Orazio alla straordinaria velocità con cui si era consolata la fidanzata lasciata sul sagrato. In paese per molto tempo non si parla d’altro e i dibattiti più frequenti riguardano la meta della vacanza e, ovviamente, l’identità del padre. Quando arriva? Arriva? Le Filippi sono scarne di parole, evitano ogni provocazione insinuante e si fanno vedere tranquillamente in paese, perfino in chiesa, come non avessero nulla da nascondere. Bada che quello che ti sto dicendo, Filippo, un po’ lo immagino e un po’, anzi un po’ di più, me lo ha fatto capire il nostro fratellastro. Quando nasce Andrea Filippi, in una malcelata e morbosa curiosità generale, sono delusi quelli che si aspettavano una tammurriata sicula, mentre c’è perfino qualcuna che intravvede qualche somiglianza con Orazio. Maccheddici, scimunita? Il Capitano già partito era, già si lasciarono. Intanto, è settimino… E allora? Che vuoi dire? Guai, vuoi?

Guai, guai, guai! Ma anche silenzio, silenzio, silenzio. Neanche tre anni ha Andrea quando parte dal paese con mamma e nonna. Anche questa volta la destinazione è un mistero mentre il ritorno, questo invece è già certo, non ci sarà mai. Che dirti ancora? Non molto, ma nemmeno pochissimo in realtà. Non stancarti, Filippo, il meglio deve ancora venire.

Non ho mai pensato, ti dico la verità, di cercare Luisa e Andrea. A parte l’ago, gli aghi, e il pagliaio, a parte anche il fatto che aspettavo un cenno da te e che non mi sono mai deciso veramente di darti il mio, a questo aggiungi le varie preoccupazioni della vita che hanno relegato questa faccenda, lo ammetto, sul fondo del fondo, a parte tutto ciò, non li ho mai cercati. Che ci vuoi fare? È così! Tre anni fa, nel ‘17, mi ha però trovato lui, Andrea. Al cellulare. Mi chiama questo signor Filippi, Andrea Filippi, e con l’accento vagamente teutonico dice che vorrebbe incontrarmi per una questione, testuale, ‘delicata e sorprendente’. Si accende una lampadina debolissima, poi penso, forse per autodifesa, che sarà uno scocciatore, un venditore della tua risma, e cerco di liquidarlo. Ha un’insistenza strana, avvolgente e poi mi dice che ha da riferirmi qualcosa di Orazio Malavasi. La lampadina da fioca, esplode. Cazzo!! Mi rivedo in macchina con lo zio Carlo e mi prende un colpo! Conosce, per caso, Luisa Filippi? Era mia madre. Ci incontriamo, la prima volta, su a Bergamo alta.

Mi dirà che abita in Svizzera, a Lucerna, da sempre. La nonna è morta quasi subito, forse nel ’49, e Luisa, infermiera di dentista, non si è mai sposata, pensando solo a farlo crescere e studiare, fino alla laurea in ingegneria nucleare. Pensi bene, Pippo, se stai pensando questo: aveva lavorato al Cern con Rubbia!! Neanche Andrea si è mai sposato e ha restituito assistenza a Luisa anziana, scomparsa poi nel ’95, quello che lui aveva ricevuto fin da subito. Il resto della famiglia Filippi, te l’ho già detto, era parca e riservata, composta e silenziosa, ma ciò era nulla in confronto alla asciutta nobiltà di gesti di Luisa e di suo figlio Andrea il quale, te lo dico prima che mi dimentichi ancora di farlo, non ci assomigliava affatto. Eppure, misteri del sangue, si vedeva lontano un miglio che era figlio di Orazio. Nelle foto da giovane sembrava proprio il padre e sua madre, lì accanto con la mano che gli abbracciava il braccio e gli occhi pieni di vuoto, era ancora un incanto. Ci siamo poi sentiti con regolarità, anche visti, poche volte e quasi sempre in campo neutro e noi due soli. Non ho mai voluto coinvolgere Teresa in questa faccenda, gliene avevo accennato solo una volta, lei mi aveva risposto con il fastidio di chi ha cose più importanti da sbrigare e io l’ho lasciata perdere. Volevo dire un’altra cosa, ma hai capito, no?

Comunque, Andrea mi parla della nostra famiglia in Sicilia come se abbia conosciuto tutti, uno a uno, in profondità e io gli parlo di noi, di te, ma è come se lui sappia ogni cosa. Mi dice che non ti ha mai sentito, che ti ha cercato diverse volte, ma inutilmente. A proposito, un giorno a pranzo a Briga, dopo che avevamo bevuto assai, mi rivela un segreto di cui si vergogna un po’: sapeva il tuo nome, anzi sembrava darne un certo significato…, ma dal momento che non gli rispondevi mai e non lo richiamavi nemmeno, aveva deciso di memorizzarti in un modo buffo. Sul cellulare, ti aveva memorizzato come COSTUI. Gli ho proposto più volte di chiamarti io, ma non ha mai voluto per nessun motivo. Un paio di volte si è perfino irrigidito. Finché un pomeriggio all’imbrunire a Como, passeggiando con le ville che si specchiavano di fronte sulla riva opposta, mi annuncia che il tumore, dando per scontato lo sapessi…, è già arrivato a mordergli le ossa e che i suoi giorni diventano contati. Dopo un attimo di incredulità, gli offro assistenza, gli chiedo che cosa io possa fare, insomma non so cos’altro dire. Pausa lunghissima, camminiamo ciascuno con il suo bastone e lo sguardo per terra. Si ferma, mi fissa e mi dice, con gli occhi molto lucidi. Una cosa puoi fare per me, fratello mio (dice proprio così). Vieni, più presto che puoi a casa mia, a Lucerna. Devo consegnarti una cosa. Vieni di giorno feriale e cerca di arrivare la mattina presto. Era l’anno scorso, di questi tempi.

Non faccio passare che due giorni, forse tre. Mi presento a casa sua alle sette e mezza in punto, visto che per prudenza ho dormito già a Lucerna. Casa..? mi vien da ridere: un palazzo di tre piani con tanto di giardino e ingresso preceduto da scalinata a semicerchio. Mi apre una donna in grembiule a guanti bianchi. Hai capito, i Filippi? In realtà, comincio a intuire, o sperare, qualcosa. Mi introduce la governante in salotto e mi avverte, in italiano perfetto ma con voce un po’ rotta, che l’ingegnere sta scendendo. Infatti, aspetto pochi secondi. Andrea mi chiede se ho già fatto colazione e, al mio assenso, mi introduce senza preamboli l’argomento, il motivo di questa convocazione. Andremo in Banca, nella sua banca, per fare un’operazione figlia di una disposizione, indovina di chi?, di Carlo Malavasi, scritta di suo pugno dallo zio il 18 settembre 1946. Essa accompagnava un sacchetto di juta consegnato nelle mani di Luisa Filippi. Tale involucro conteneva un grosso pugno, forse due, di diamanti purissimi, con tanto di certificato, che la donna riceveva e accettava come totale e ultimo indennizzo per il noto, ma non meglio precisato, disturbo che le si stava sfortunatamente arrecando. Filippo, quando Andrea ha appena cominciato a raccontare, mi accorgo di sudare come un macchinista di locomotiva. Ogni parola è una badilata di carbone nella caldaia rovente e mi sembra addirittura di avere le bielle che friggono sui binari quando mi dice che Luisa, che quel tesoro non ha mai nemmeno sfiorato, ha lasciato un’ulteriore disposizione. E che cioè il figlio Andrea, che ne avrebbe fatto ciò che ne avesse ritenuto più opportuno, avrebbe dovuto lasciare il residuo, se in essere, a un discendente di Orazio Malavasi, a sua scelta. Ecco perché, mi dice solenne, è mia madre che devi ringraziare, ma devi ringraziare pure Costui, tuo fratello, che non mi ha mai risposto. È ora di andare, Piero, questi funzionari svizzeri sono meticolosi e lunghissimi. Ci vorrà del tempo. Rozy, chiamami un taxi, per favore. Gli chiedo, per calmare l’emozione, come mai Rozy sia così commossa e mi risponde che per il lunedì successivo era previsto il proprio ricovero. Meno male che sei arrivato subito, aggiunge.

Nel viaggio in taxi, non so il perché, scoppio in un pianto irrefrenabile e la cosa scuote molto anche Andrea. Restiamo in silenzio come due fratelli di fronte al lutto. Poi, gli chiedo se Luisa sapesse di noi. La mamma sapeva tutto, ma non diceva niente a nessuno, nemmeno a me. E tu, come fai a sapere sapesse tutto. Sorride, per la prima volta da quando lo conosco, mi guarda e poi mi appoggia una mano sulla spalla. Noi non avevamo bisogno di parlare. E ha mai cercato Orazio? No, questo mai. Poco prima di arrivare, mi spiega le procedure che avremmo dovuto seguire da lì a poco e anche i meccanismi di transazione che aveva già disposto a mio favore. Prima di scendere, mi dice le due ultime cose: nel caso io, a mia volta, avessi in seguito passato il bene a qualcun altro, avrei potuto e dovuto concordare le modalità con il Direttore, talmente suo amico che era uno dei pochi a conoscere i suoi problemi di salute; l’altra, tieniti forte, è che l’ultima volta che è stato calcolato il valore del bene, esso ammontava a 5.745.000 franchi svizzeri, praticamente la stessa cifra in euro. Entriamo e, nel giro di tre ore, quel sacchetto di juta, che vedo, soppeso e il cui straordinario contenuto persino verso in una piccola zuppiera, cambia proprietario: da Andrea Filippi a Piero Malavasi. Quando usciamo, Andrea mi abbraccia e mi ringrazia, spiazzandomi completamente. Lui ringrazia me! Mi dice, salutandomi per sempre, che oramai siamo uniti e che solo una cosa potrà separarci. Quella cosa succederà appena un mese dopo, il 13 febbraio 2019. Avverrà senza che la tua esistenza avrà avuto il minimo sobbalzo, caro signor COSTUI.

Da allora, Filippo, l’unico padrone di questa somma pazzesca sono io, tuo fratello Piero Malavasi. Sono io, credimi, sono quello scemo che ti sta scrivendo che in questo anno non gli è mai venuto in mente, tranne quando mi ubriacavo, ma anche allora la mattina dopo era tutto finito…, di andare a prelevare quel bottino e partire per dappertutto. Solo una volta, esattamente nel primo anniversario di Andrea un paio di settimane fa, mi sono presentato al Direttore della Suisse Banque (enclave francese sul suolo germanico), a Lucerna. Era preoccupato, ma cortese; cortese, ma sulle spine. Temeva prelevassi, magari tutto. Invece, ero solo curioso di sapere a quanto ammontasse il gruzzolo. Incredibile, ci mettono un secondo. Te lo dico in euro: poco più di 5.900.000!! in un anno ho guadagnato 160.000 euri senza fare un beato casso!! Il Direttore, dopo essersi ricordato di farmi le condoglianze, mi chiede ancora se voglio dei contanti, anche pochi, e cerca di spiegarmi che l’operazione è semplicissima, meno di un’oretta…, ma io lo blocco. Non se ne parla, resta tutto lì. Ma ti dirò di più. Adesso quel prelievo non posso più farlo, e sai perché? Siediti e bevi perché sto per dirtelo. Perché adesso sei tu, Filippo Malavasi, l’intestatario di quel conto!! Ho disposto, proprio quel giorno, con il Direttore Helmut Mayer tutte le procedure per il passaggio. Ti ricordi, quando mi hai massaggiato per scambiarci le solite notizie, che ti ho chiesto un giorno di ricordarmi il tuo indirizzo? Era lo scorso 13 febbraio ed era perché lì, davanti a lui, non me lo ricordavo bene.

Adesso, caro fratellino stronzo, visto che continui nella vita ad avere più culo che anima, ti basterà andare a Lucerna e seguire le procedure semplici, sono solo sei punti, che ti ho scritto nel foglio che trovi nella piccola busta rossa dentro questa bianca. In quella bustina rossa trovi anche la tessera magnetica, importantissima, che ti servirà per rendere effettivo il tutto. Non perderla, altrimenti, metti che io muoia, addio battello! La banca si tiene tutto. Se invece la trova qualcun altro… Ma so che sei scemo, ma non così tanto.

Che dirti? Sono un po’ stanco e forse mi è pure venuta la febbre, ma non credo sia il Covid. Tu che dici?

Ciao

Piero

[continua]


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