Pubblichiamo la seconda parte del racconto di Giuseppe Raspanti
EMMA
Stava scorrendo un ottobre folle e spietato, mi ero appena seduta a tavola per pranzare, come oramai sempre, in maniera veloce e senza molto appetito, quando è suonato il campanello facendo come al solito imbufalire il nostro, il mio cane che aspettava qualche briciola vicino alla sedia. Tommy è scattato come una molla abbaiando verso l’ingresso e io mi sono alzata convinta che a quell’ora canicolare non poteva che essere il postino che mi recapitava l’ennesima multa. Arrivo, ho gridato mentre raggiungevo la porta e poi il giardino e, raggiunto l’esterno, ho visto effettivamente l’addetto delle poste con il berretto con visiera in una mano e una busta nell’altra. Ho notato subito che si trattava di una busta bianca e non verde, tipico colore di quelle che annunciano infrazioni commesse e reclamano soldi, e la cosa mi stava già acquietando da un lato, ma mi agitava molto, senza capirne bene il perché, dall’altro.
Stava scorrendo un ottobre folle e spietato, mi ero appena seduta a tavola per pranzare, come oramai sempre, in maniera veloce e senza molto appetito, quando è suonato il campanello facendo come al solito imbufalire il nostro, il mio cane che aspettava qualche briciola vicino alla sedia. Tommy è scattato come una molla abbaiando verso l’ingresso e io mi sono alzata convinta che a quell’ora canonica non poteva che essere il postino che mi recapitava l’ennesima multa. Arrivo, ho gridato mentre raggiungevo la porta e poi il giardino e, raggiunto l’esterno, ho visto effettivamente l’addetto delle poste con il berretto con visiera in una mano e una busta nell’altra. Ho notato subito che si trattava di una busta bianca e non verde, tipico colore di quelle che annunciano infrazioni commesse e reclamano soldi, e la cosa mi stava già acquietando da un lato, ma mi agitava molto, senza capirne bene il perché, dall’altro.
‘Le chiedo scusa, signora, non so proprio cosa dirle’ mi ha detto il postino consegnandomi la missiva. L’ho guardato interrogativa, poi ho compreso l’imbarazzo. Era ancora corrispondenza per Filippo, mio marito, che era deceduto alla fine di quella estate rovente che, ancora a metà ottobre, ci faceva ancora sudare e rosolare tutti. Ho sorriso comprensiva a quell’uomo grasso e grondante che stava togliendo in fretta il disturbo e ho guardato con preoccupata curiosità quella busta pesante e inconsueta mentre guadagnavo veloce l’ombra di casa con Tommy.
Mi sono appoggiata pesantemente al mobile nell’ingresso perché già l’esterno di quel plico conteneva delle tracce assurde. Non solo il destinatario era appunto Filippo Marchesi, il mio Filippo che mi aveva lasciato improvvisamente stroncato da due infarti in rapida successione, ma il mittente era suo fratello Piero, morto addirittura due anni e mezzo prima. Un po’ il caldo opprimente, un po’ i sobbalzi di quel pranzo sempre silenzioso, molto adesso questa ferita fatta sanguinare di nuovo da una lama vecchissima, addirittura sotterrata, sta di fatto che mi sono lasciata cadere sul divano sentendomi mancare le forze. Mi sono poi ripresa più in fretta di quanto immaginassi e mentre mi avvolgeva una strana rabbia che mi ha fatto lanciare via quella maledetta lettera, l’ho guardata infilarsi sotto il mobile pesante della sala da pranzo. Meglio così! La sentivo come un’intrusa, come se mi portasse una squarcio nella mia pace difficile, come se fosse l’ennesimo assalto di un passato remoto spinto malevolmente da un trapassato perduto.
Sì, sentivo una brutta malevolenza in tutto ciò, una mancanza di rispetto per un dolore, il mio, che invece mi sforzavo di non far pesare a chicchessia. Mi sono stupita quando ho visto sull’uscio di casa le mie due vicine intimidite e con l’aria molto preoccupata. Dovevo avere anche urlato, evidentemente. Una di loro mi sorrideva timida, chiedendomi se andasse tutto bene. Le ho cacciate via in malo modo, questa volta urlando consapevolmente e anche di gusto, intimando loro con parole poco urbane di occuparsi d’altro. Non era certo da me comportarmi così, stavo perdendo un controllo sul quale da sempre ero stata abile e fredda. Quando le ho viste scappare terrorizzate, per fortuna mi è scattato qualcosa. L’imbarazzo e il senso di vergogna di me stessa mi stavano calmando, per fortuna. Ho pensato di telefonare a una di loro per chiedere scusa, ma ho poi rimandato, dando la precedenza al mio equilibrio precario. Mi è passato per la testa anche di chiamare al telefono mia cognata Teresa, vedova di Piero, ma i nostri rapporti pessimi mi hanno dissuasa dal farlo.
Da quando era morto Filippo, non avevo avuto un attimo di tregua e i miei nervi cominciavano a cedere. Troppe sorprese nel vissuto di quell’uomo, troppi eventi inspiegabili che emergevano da un passato nebuloso o che accadevano in un presente che sembrava procedere a imbuto. Era come se io vedessi affievolirsi o svanire la mia identità e che ogni istante di questa vita, di questa mia vita, riguardasse lui e soltanto lui. Soltanto ancora lui. Il dolore lancinante che avevo provato quando era morto, quando l’avevo trovato disteso in bagno in quell’albergo maledetto, in quella sosta maledetta di quella vacanza maledetta, mi sembrava dovesse allora impedirmi di continuare a vivere, ma le circostanze strane legate a Filippo e alla sua probabile vita parallela si sono presentate subito e, a poco a poco, hanno modificato il mio dolore prima in rabbia, poi in paura. Nel contempo, hanno eroso la mia sicurezza, la mia forza di essere e, adesso appunto, la mia stessa identità.
Quando l’infermiere mi aveva consegnato il cellulare di Filippo, lì per lì non ci avevo trovato nulla di strano e l’avevo messo via. Solo la sera successiva, su quello stesso divano di casa, alla fine di un viaggio già funebre e una volta congedati amici e parenti, compresa mia sorella che aveva insistito per fermarsi da me, mi ero chiesta all’improvviso perché mai Filippo fosse andato in bagno con il telefono. Mi ero subito detta che probabilmente l’aveva usato per illuminarsi il cammino senza accendere la luce e disturbare il mio sonno. Il medico che aveva certificato il decesso, un cardiologo noto della zona, aveva infatti stabilito che a stroncarlo era stato un infarto fulminante, di quelli senza il minimo malore di preavviso, e che quindi dal letto Filippo si era alzato tranquillo. Anche quello che aveva avuto la sera precedente dopo la doccia era stato dello stesso tipo ma, evidentemente, molto più leggero. Mi ero ritrovata immersa in quella notte fatidica di tre mesi prima a rivivere le mosse di Filippo. Un Filippo dolce e premuroso, ma purtroppo tale solo nella mia testa e lontano dalla realtà. Infatti, una volta trovato il cellulare, ricaricato un minimo, ero andata per scrupolo o per silente sospetto nostro femminile a controllare le telefonate, le sue ultime telefonate. Ne avevo trovate diverse di quella sera e perfino di quella notte.
La prima era avvenuta quando eravamo al ristorante, evidentemente nei minuti in cui si era assentato per andare alla toilette. Aveva chiamato un 339… e parlato per una trentina di secondi. Poi, la seconda un’ora dopo verso le undici quando eravamo già in hotel e in bagno c’ero io. Pochi secondi allo stesso numero, forse non avevano neppure parlato, forse la chiamata gli era servita solo per memorizzare il nome. Una terza chiamata, pure questa brevissima, c’era stata verso mattina seguente, sempre al 339… memorizzato però con il nome COSTUI. Poi, appena un minuto dopo un’ultima telefonata, sempre con COSTUI, di cui però non si riusciva a stabilire la durata. In quel momento, nel momento in cui stavo aprendo gli occhi su Filippo appena sotterrato, essa appariva infatti addirittura ancora in corso. Mi ero chiesta a questo punto chi gli avesse dato quel numero che lui aveva salvato di nascosto da me e avevo fatto così la scoperta più sconvolgente. Controllando meglio la sequenza delle chiamate, mi ero accorta che la prima era doppia e che lui al ristorante aveva cercato il contatto con il 339… Un utente che gli aveva già telefonato un paio d’ore prima, esattamente alle 19,37 del 23 settembre, per una conversazione durata oltre cinque minuti. Trovata la tresca, il sotterfugio, l’inganno forse ennesimo, la doppia vita! Ero talmente sconvolta, che questa scoperta invece di imbufalirmi, mi aveva alleggerita. Mi sentivo serena, sgravata di un peso, liberata da un mostro. Un mostro che mentre è in vacanza con me, di sera, durante una cena romantica con me, di notte nel mio letto… magari hanno litigato, lei lo ha mollato perché lui le aveva giurato non sarebbe partito e questa notizia gli ha spezzato il cuore! Gli stava bene, bastardo!
Dopo un paio d’ore, avevo di nuovo sotto le dita lo strumento lascivo di quel maiale. Tommy mi guardava perplesso. Dovevo assolutamente sentirla, dovevo ascoltare la voce di questa vipera schifosa, di questa Costui che, per portarselo via da me, l’aveva ammazzato. Avevo quindi provato decine di volte, anche per tutta la mattina successiva, anche copiando il contatto sul mio apparecchio e tentando con quello. Niente, l’utente da lei chiamato… qualche volta, però, mi diceva: numero inesistente. Strano, ma non ci ho fatto caso più di tanto. Intanto, quella smorfiosa aveva fatto perdere ogni traccia, cancellando anche un eventuale, se mai l’avesse avuto, profilo whatsapp.
Con questo spirito avevo dovuto poi inventarmi la faccia contrita, la voce rotta, gli abiti più sofferenti e piangere il nulla sulle spalle di amici e parenti, giunti anche da lontano per consolarmi di una perdita tanto assurda e irreparabile. Eravate una coppia così bella, vi invidiavamo tutti. Fingevo alla grande con tutti, anche con la sua ex moglie piombata subito a casa mia con il suo nuovo compagno, logorroico e sempre un po’ fuori luogo, e la vedova di Piero, falsa e prefica. E invece dentro esultavo ed eruttavo rabbia. Ero diventata carsica, lavica, tellurica. Solo a Roberta, ovviamente, nulla era sfuggito. Ci conosciamo da sempre e lei, serafica come la Sfinge, si accorge sempre di tutto. Annusa le cose e le capisce al volo. È amica vera, ma a intermittenza, e si apre con me, mi racconta e si confida, mentre io non ho bisogno di farlo con lei. Lei vede, lei sa o almeno si accorge quando ho qualcosa di traverso.
Anche quella volta, congedata Eva, sua sorella, costretta a tornare in città chiedendo un passaggio a un amico, si era voluta fermare e, una volta sole, senza tanti panegirici, mi aveva inchiodato. Ci siamo aperte una bottiglia di bollicine e già al secondo calice le avevo detto tutto e perfino riso come matte. Di noi, degli uomini, delle troie che pullulano nei giardini più casti, di come siamo belle e del nulla di cui abbiamo bisogno. Un nulla camuffato da tutto. Roberta mi capiva, lo faceva alla grande anche adesso, Roberta mi protegge, Roberta mi vuole bene ed è sempre lucida, acuta. A volte. E anche quel tardo pomeriggio lo stava dimostrando sconvolgendomi di nuovo le certezze. Prima ci eravamo divertite come delle sceme a ipotizzare quale delle carissime amiche appena viste, spesso comuni, potesse essere magari la fedifraga. Quella più disperata? O l’altra, quasi algida, lei che non lo era mai stata? Una carrellata infinita mentre bevevamo a collo e ridevamo di tutte mentre Tommy ci compativa sdraiato e sospiroso. Poi, quasi con le lacrime dal ridere, Roberta mi stava facendo notare che proprio prima di cena quella sera in hotel Filippo aveva avuto il primo attacco cardiaco. Ah, già! Che ora era? Non lo ricordavo certo con esattezza, ma sapevo che alle 19,37 c’era stata la prima telefonata. Non c’era modo di sapere a che ora Filippo avesse perso i sensi? Non hai chiamato tu, per caso, aiuto con il cellulare? Ma certo, che sciocca! Roberta, sei un genio. Ho chiamato il 118, ma non ho parlato. Ma la chiamata dovrebbe esserci!! Ero allora corsa a prendere il cellulare e, sedute vicinissime un po’ brille e molto eccitate, abbiamo cominciato a cercare.
Avevo chiamato alle 19,40, quando Filippo era disteso incosciente già da qualche minuto e io stavo impazzendo di paura. Quindi? Roberta, ubriaca e all’oscuro di tutto fino a mezzora prima, ossimora come le era sempre piaciuto essere, mi aveva sgretolato con un dito il castello dei tradimenti di Filippo, la stronzaggine maligna e certamente seriale di quell’uomo che, improvvisamente, ora rischiava invece di mancarmi di nuovo. Da morire.
Piangevo, ridevo, maledicevo i miei dubbi, poi li rincorrevo di nuovo, poi li bruciavo con Roberta che accendeva il fuoco. E poi, brille e fuori di testa come ragazzine fuggite dal collegio, avevamo deciso di chiamare un’ultima volta quel numero. Il fatto che fosse occupato ci avrebbe inchiodato a una strana, imprevista sobrietà di cui l’improvviso silenzio picchettato dal segnale monotono faceva ora da eco quasi solenne, quasi spettrale. Deglutivo una paura che fino a quel momento si era nascosta benissimo. Nel frattempo, si era fatto buio. Dopo qualche attimo perfino solido, avevo chiamato con l’ultimo filo di voce Roberta ammutolita come me e lei, invece di rispondermi, si stava alzando dal divano e con voce seria, certamente molto sobria, mi annunciava: ‘Abbiamo fatto molto tardi, Emma. Devo andare, ti chiamo domani’ avrebbe finito la frase già di spalle, quasi fuori. Lei è sempre stata così, avvolgente e sfuggente, preziosa e indisponibile, disponibile ma tagliente. Senza remore e senza regole, ossimora.
Pochi giorni dopo, ecco un nuovo assalto del mistero. Ero già a letto, già a fine capitolo quando, squillando il mio cellulare, mi ero procurata un tuffo al cuore. Non avevo bisogno di controllare chi fosse, già sapevo. COSTUI. Pronto? Risposta inutile, come da copione. Mi sentivo perseguitata più che braccata. Avevo pensato anche di avvertire Roberta, più vista né sentita da allora, come da copione, ma poi avevo optato per mandarla al diavolo. Lei e la sua saccenteria supponente, la sua curiosità morbosa e glaciale. Glaciale come la sua superiorità non disturbabile. Quando mi ero accorta che stavo sublimando in rabbia verso l’unica mia amica che sapeva tutte le mie paure, avevo cominciato a tremare. Chiamato invece Tommy e arrivato lui, stanco, vecchio ma obbediente, avevo provato a telefonare a Costui con entrambi gli apparecchi, ma senza altro riscontro che quella stramaledetta voce metallica e beffarda.
Ho poi annegato anche questo episodio nel tempo, avevo preso a uscire e a frequentare coppie di vecchi amici, ad andare a mostre, a teatro, al cinema, organizzato qualche cena, rifiutato inviti a cena o ad aperitivi da amici single solo perché sentivo di non aver ancora esaurito la ricerca di questa nuova me stessa, molto diversa dalla moglie di Filippo e anche da quella che ero prima di incontrarlo. avevo anche incrociato Roberta a una cena. Mi fa: ‘Ti trovo splendida Emma! – mi abbraccia sfiorandomi gli omeri – hai novità?’ ‘Mille’ le ho risposto perfida. Lei si è bloccata con il cucchiaio a metà strada tra il buffet e il suo piattino: ‘ Sul serio? Dimmi’ e io, lasciandola imbarazzata a raccoglier l’insalata russa sulla tovaglia: ‘Ti dirò, quando sarò più libera’.
Il giorno del funerale, mi sovveniva solo ora, era già arrivata una cartolina spedita da Filippo. Dopo l’ovvio sobbalzo, ecco sbollito il mistero: a marzo era andato in Sicilia dai parenti e il timbro confermava la lentezza delle poste. Rimaneva l’arcano della firma illeggibile accanto a quella di Filippo. C’era senza dubbio una C maiuscola e poi altre poche lettere astruse. Confesso di aver sentito in gola e perfino nel naso il dubbio, tanto che avevo subito provato, per associazione di idee, a telefonare. Poi, la mia stanchezza ha virato su qualche Carlo o Carmela di legame lontano.
Verso metà ottobre, pochi giorni prima dell’arrivo di questa lettera di Piero, ecco una nuova stranezza. Dopo l’ennesima telefonata di Roberta che si autoinvitava per un tè incocciando però, come oramai sempre, nei miei fittissimi impegni, non sapendo bene in realtà io cosa fare, mi ero decisa a provare con il mio cellulare per la milionesima volta. Libero. Libero e il mio cuore a pulsarmi gola e tempie. Avevo pensato di riagganciare per la tensione, ma ho tenuto duro. Stavo per farlo veramente, quando ho sentito: ‘Pronto, cu è?’ era una voce vecchia, femminile, lontanissima. Continuava e ripetere: ‘Cu è? Cu è? Ca nisciuno sta, sola sono’. Non riuscivo a emettere nulla, poi finalmente: ‘Chi parla?’ e lei, pronta: ‘Tu, chi sei? Tu, mi chiamasti’. Ero riuscita a dire, non so ancora come, tutto d’un fiato: ‘Sono Emma, la moglie di Filippo, Filippo Marchesi’ ‘Tardi è. Costui…fu’. E aveva riagganciato, senza lasciarmi repliche e senza rispondermi poi mai più.
Adesso, su questo divano bollente come le mie tempie e con Tommy che mi faceva la guardia come fossi cieca, stavo mettendo a fuoco che da una decina di giorni stavo vivendo con questa angoscia incomprensibile, non raccontabile, non sopportabile. Avevo perfino visto Roberta, qualche giorno prima, in un bar in città, affettuosa e premurosa come mi cercasse ogni momento, curiosa come non ci vedessimo dal liceo. Avevo anche tentato di raccontarle, ma senza riuscirci e alla fine l’avevo appagata alla svelta con un paio di episodi minori, come quello della cartolina. Ci eravamo poi ripromesse ogni cosa, ma questa volta mi aveva salutato senza remore ed ero tornata a casa perfino soddisfatta. Per una volta, l’avevo ingannata.
Ora, però, c’era questa lettera là sotto in attesa di lacerarmi da qualche altra parte. Sono stata immobile quasi un’ora, poi ho deciso che per il momento sarebbe rimasta lì.
[continua]
Scopri di più da Brescia Anticapitalista
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.