Pubblichiamo un nuovo, lungo racconto di Giuseppe Raspanti
[Prima parte]
TRE FIGLI
Mio padre ha avuto tre figli. Oltre a me e a mio fratello, ne aveva avuto un altro poco prima di conoscere mia madre, a inizio anni ’50. È una storia che ho saputo da sempre, ma non mi ricordo chi e quando me l’abbia rivelata ed è una storia che ho dimenticato di sapere fino a pochi giorni fa. Me ne sono ricordato all’improvviso quando mi sono risvegliato da uno strano torpore in cui ero caduto al termine di una doccia che doveva essere corroborante. Ero in viaggio verso il sud con mia moglie e ci eravamo fermati nel solito piccolo hotel nelle Marche, un po’ distanti dalla costa, per spezzare il tragitto e non arrivare a meta troppo stanchi. Lei si era già rinfrescata e ora si godeva la pigrizia serale distesa sul letto a consultare la guida dei ristoranti; io ho fatto la mia doccia rapida e, una volta indossato l’accappatoio… il nulla. Un nulla che è durato il tempo dell’oblio nell’alveo della fascinazione più silente. Mi sono risvegliato dopo un tempo indefinibile con Emma che mi stava scuotendo il corpo gridando aiuto e invocando il mio nome e l’intervento di qualcuno.
Le ho sorriso stupito, mi sentivo benissimo e tuttavia spaesato e mi sono accorto, ma questo l’ho tenuto per me, di essere appena tornato. Più che un risveglio, pareva essere stato uno strappo, un recupero in extremis. Mi sono limitato a sorridere e a tranquillizzare Emma: mi ero solo addormentato, addentrandomi in un sonno pesante, frutto di un miscuglio fatto di stanchezza, sudore e acqua di doccia troppo calda o troppo fredda. Niente di che. Ho finto anzi di avere un certo languorino mentre lei mi attribuiva un pallore che io, testimone l’enorme specchio, non riconoscevo. Ci siamo abbracciati, ma io sapevo che qualcosa era accaduto e che io ero cambiato. Cambiato per sempre.
Della novità mi sono reso conto subito, forse prima ancora di sentire le urla di Emma convinta di un mio malore, ma mi ci è voluto del tempo per riconoscerla, per metterla a fuoco. La cena è stata gradevole, come può esserlo per le coppie della nostra età, e non siamo tornati sull’argomento nemmeno per un istante. Solo all’ingresso del locale, una terrazza sul mare, Emma si era lasciata sfuggire: ‘Ma che spavento mi hai fatto prendere, sei il solito stupido!’ Era il suo tono bonario con cui, più che rimproverare, cercava rifugio nell’idea dello stupido, appunto, scherzo che ci si fa, fin da bambini, di farsi credere morti. Poi, più nulla: cibo, vino e poche parole che volavano sulla costa, sul tempo, sull’eleganza del posto e sui parenti a casa. Era proprio l’argomento dei parenti, pur così banale e consueto, quasi obbligato, che quella volta mi stava procurando una strana inquietudine che non riuscivo a leggere pur avvertendola alla grande. Dissimulavo, come sul letto poche ora prima. Assaporavo la certezza che qualcosa di profondo si era introdotto nella mia consapevolezza. Sudavo senza darlo a vedere. Il caffè fu eccellente.
Nella notte calda e sottile, tipica della mezza tappa, mi è apparsa chiara la notizia che già sapevo: non avevo avuto un fratello, ma due, anche se con quest’ultimo, che era in realtà il primo, il più vecchio, condividevo solo il padre. Un fratellastro, insomma. Mi interrogavo, ancora una volta e dopo tantissimo tempo, su che cosa in effetti sapessi di questa vicenda, ma non ne ricavavo nulla se non la conferma, molto sorprendente, che ciò che sapevo ora e ricordavo era esattamente ciò che conoscevo allora e che quindi, oltre a non dimenticarmi nulla, avevo lasciato passare tutto questo tempo senza approfondire, senza chiedermi chi e dove fosse costui. Ho deciso lì per lì che Costui fosse il suo nome appropriato. Ed ero sicuro pure del fatto che mio fratello, quello ufficiale di cui ho portato lo stesso cognome, non ne sapesse nulla anche se, ora che ci riflettevo, mi sorgeva anche il sospetto che le cose forse fossero andate del tutto diversamente e che pure Piero avesse saputo dell’esistenza di Costui. Purtroppo non c’era più modo per verificare alcunché dal momento che Piero aveva già pensato bene di partire un paio d’anni prima con il Covid, rapido e senza fermate intermedie.
Più ci pensavo, accanto a Emma distesa di traverso in un letto avaro di fresco, e più mi convincevo che ero stato proprio uno sciocco a non parlare mai con Piero, pur con le migliaia di circostanze favorevoli che avevamo avuto, di una cosa così importante. Non con nostro padre (di noi tre), morto quando eravamo giovanissimi, non con nostra madre (di noi due) per paura di spezzarle qualcosa, ma con mio fratello avrei dovuto confrontarmi, che diamine! Nello stesso tempo, mentre guardavo occhieggiare l’insegna dell’albergo sulla statale scossa dai camion e mi sentivo Marlowe accanto alla mia bionda in un motel dell’Arkansas, mi convincevo anche che Piero e Costui si fossero conosciuti, magari si fossero pure frequentati. Vuoi vedere che sono stati fratelli? A tutto ciò, come detto, non ci sarà mai risposta se non, circostanza la più remota immaginabile, io non mi fossi alla buonora deciso di mettermi sulle tracce di Costui! Seee, altro che Marlowe!!
Chi mi conosce sa quanto i cosiddetti legami di sangue, con i familiari anche più stretti, siano per me piuttosto laschi e godano di un elemento linfatico più pallido che roseo. Questa non è una caratteristica di cui vada particolarmente fiero e non è presente, che io mi sia mai accorto, in nessun altro componente della mia famiglia, specialmente per il ramo paterno. È però una componente della mia indole e con quella ho dovuto fare più di un conto, ricevendo risentimento, anche giusto, e rimproveri in abbondanza. Nel caso di Costui, quindi, che per dirla con Kundera potrebbe anche essere stato il frutto di una notte allegra e imprudente di un militare reduce da una lunga prigionia come mio padre, il mio afflato di partecipazione sentimentale o semplicemente affettiva avrebbe potuto essere, potrebbe essere, potrà essere mai, praticamente nullo. Questo però nulla toglieva al peso, all’ingombro di una notizia simile. Quella notte di transiti insonni stava oramai sgocciolando tra i ricordi distorti delle varie voci di Piero o la fantasia sulle fattezze certamente procaci della madre di Costui, quando il mio pensiero era inciampato in un gradino appena più alto degli altri. Il silenzio della mia curiosità di tutto quel tempo mi spaventava, mi disgustava come un senso di colpa. Peggio, come fosse la confessione spontanea di un reato grave, di un delitto.
Mi sentivo quasi soffocare e per un lungo attimo ho pensato seriamente di svegliare Emma. Ma per cosa? Non mi era chiaro. Per raccontarle di mio padre e di Costui? Per chiederle scusa per la mia superficialità? O per essere così come sono? Per fortuna, ho rinunciato all’idea di coinvolgere lei nei nodi scorsoi della mia anima triturata sia dalla memoria che dalla dimenticanza. Ho anche provato seriamente a dormire, chiudendo pervicacemente gli occhi e afferrando pensieri frivoli, come la spiaggia prossima ventura, i nuovi arrivati all’Inter o le sorprese da fare a Emma per il suo non lontanissimo compleanno. Nulla da fare, nel bel mezzo di un giudizio sul nuovo portiere nerazzurro, ecco le solite domande a sbarrarmi gli occhi e imperlarmi la fronte: chi te l’ha detto? Quando? Tuo padre era già morto? Hai dormito quella notte? E poi, ancora: ti sei mai chiesto fosse vero?
Mi stava prendendo una sorta di panico misto a nausea, ho tirato su il cuscino in posizione verticale contro la spalliera del letto e mi sono messo seduto. Sudavo copiosamente e ho pensato di nuovo di svegliare Emma, poi ecco invece la mossa decisiva. Quella che ha fatto precipitare tutto. Chiedendomi che ora fosse, ho preso dal comodino il cellulare. Erano le 4 e 57 e stranamente quella banale informazione mi ha acquietato. La luce del piccolo apparecchio dava alla stanza d’albergo un aspetto quasi sacro, quasi bello, quasi intoccabile. Mi sentivo sereno e deciso, mi sentivo giusto. Guardavo la mia mano che sorreggeva il cellulare e poi, d’istinto, ho premuto sull’icona della rubrica. Percepivo la vicinanza, ma di cosa? Di chi? Con un dito della mano che voleva svegliare Emma, ho scorso la rubrica e mi è apparsa, come fosse la cosa più ovvia, il nome COSTUI con tanto di numero telefonico. Il benessere è svanito di colpo e penso di aver sgranato gli occhi e forse emesso anche un verso. Sono stato immobile, letteralmente impietrito, per un tempo lungo e vuoto. Ero sempre seduto, avevo la braccia lungo il corpo e respiravo a fatica stringendo nella sinistra un cellulare che adesso mi pareva pesantissimo.
Con uno sforzo immenso me lo sono riportato davanti al viso e l’ho acceso. Mi è ricomparso COSTUI 339… Di getto, senza pensare, ho premuto l’icona di chiamata e portato il telefono all’orecchio. Dava libero, ho chiuso in fretta. Mi era tornato il panico e mi sono alzato. In bagno, appoggiato quasi con forza al lavabo, mi sono illuminato il volto nello specchio. Ero spettrale. Avevo riacceso e chiamato di nuovo. Questa volta ho lasciato squillare fino in fondo, fino a sentire una voce profonda, antica… pronto… Riaggancio istantaneo.
Poi, ho sentito la voce di Emma che mi chiamava. Aveva un tono quasi assonnato e lontano, poi sempre più presente e insistente e poi ancora allarmato, spaventato, quasi disperato. Mi piaceva restare immobile e farmi chiamare. Sentivo amore e sentivo che la mia solitudine era finita.
[continua]
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