Il mio articoletto di ieri mi è valso una lavata di capo da parte di un compagno (ed amico) italo-catalano. Non gli è piaciuto il fatto che abbia incluso il PSOE nella “sinistra”, sostenendo (a ragione) che è stato il partito che “ha portato la Spagna nella modernità capitalistica, mantenendo e garantendo tutti i privilegi delle classi dominanti spagnole, tutelando la monarchia e l’impunità del franchismo, assicurando la fedeltà del paese all’OTAN (NATO x gli anglofili italiani), all’UE del capitale e la guerra […] proteggendo con tutti i mezzi il fianco sud-ovest dalla “minaccia” migratoria, sostenendo dittature con armi e investimenti…..“. Nulla da eccepire: questo è un breve riassunto di come il PSOE, da socialista “di sinistra” ai tempi di Largo Caballero sia passato via via alla socialdemocrazia classica durante il franchismo e, dopo una brevissima fase presuntamente “repubblicana” e “a sinistra del PCE” tra il 1975 e il 1978, si sia trasformato (come tutta la socialdemocrazia europea dagli anni ’80 in poi) in un partito social-liberale, indistinguibile dai partiti liberal-progressisti (per modo di dire) della tradizione borghese. Ma il mio compagno ed amico parla ovviamente delle politiche del gruppo dirigente del PSOE, su cui sono totalmente d’accordo con lui. Il mio articolo non entrava nel merito di tutto ciò. Si trattava (come sempre quando parlo di elezioni) di “dare i numeri”. Per uno come me, che non crede sia possibile cambiare radicalmente le cose con la scheda elettorale (e ormai pare neppure cambiarle “moderatamente”, alla riformista), le elezioni sono solo un immenso sondaggio di cosa pensa (più o meno) la gente. Il famoso “specchio deformato” dei rapporti di forza sociali e politici. E qui, forse, c’è la vera divergenza con il mio amico. Lui sostiene, infatti, che “in realtà la gente che vota PSOE (e tutti gli altri) sa esattamente cosa vuole e cosa vota. L’elettorato del PSOE in Catalogna (ci sono studi su questo) ha la stessa posizione ideologica di quello di Junts, con un plus di autoritarismo legalitario e nazionalista [in senso spagnolista, NdA]”. Ora, io non credo certo che i 7 milioni e passa di elettori socialisti siano come quei giovani socialisti che vidi qualche anno fa a Barcellona, davanti alla lapide del “miliziano sconosciuto”, cantare l’Internazionale a pugno chiuso. Magari fosse così. E non credo nemmeno alla favoletta del gruppo dirigente traditore della base presuntamente “sana”. D’altra parte non mi convince neppure la lettura a mio avviso semplicistica che tra scelte di Sanchez e aspettative dell’elettorato socialista non ci siano contraddizioni. Ce ne sono persino in un partito ben più a destra del PSOE come il PD, figuriamoci in un partito che continua a chiamarsi socialista e ad usare la bandiera rossa! Ovviamente questi elettori non sono dei rivoluzionari (se no non voterebbero come votano, avendo, diversamente dall’Italia, una più ampia possibilità di scelta “credibile”), ma credo si sentano “di sinistra” (per quanto moderata), se per sinistra non intendiamo solo chi è coscientemente anticapitalista. Per loro, probabilmente, essere “socialisti” vuol dire essere anti-franchisti (cosa che non si può dire per l’altro grande partito, il PP), favorevoli ad una serie di diritti civili (divorzio, aborto, diritti LGTB, ecc.), magari sperare in un “capitalismo dal volto umano” (speranza vana, lo so) che ridistribuisca un po’ del maltolto anche alle classi popolari, ecc. Credo che il mio amico veda la realtà da un’ottica un po’ troppo “catalana”, dove la contrapposizione con i partiti “spagnolisti” (e il PSOE degli ultimi 45 anni sicuramente lo è) è diventata lo spartiacque fondamentale del dibattito politico. D’altra parte se QUESTO PSOE è riuscito a riportare a casa la metà di quelli che votavano Podemos e Izquierda Unida solo 6 o 7 anni fa (che non saranno stati rivoluzionari, ma sicuramente erano di sinistra) qualche domanda dobbiamo pur farcela. Poi, certamente, possiamo prendercela con UP (e pure con la CUP) per aver deluso molte persone, per essersi fatti più o meno “addomesticare”, per cui molti han deciso di votare “l’originale” (ben più grosso) della “copia”. Ma non credo serva a molto stigmatizzare questi elettori “espellendoli” dall’alveo della sinistra (che, con questi criteri, si ridurrebbe a meno del 15% dei voti, nel migliore dei casi, o addirittura al 3 o 4% nel peggiore). Semmai si dovrebbe riflettere, anche con una buona dose di autocritica, come mai le speranze di una sinistra “radicale” solida e credibile stiano una ad una incrinandosi in tutta l’area mediterranea, dalla crisi del PRC in Italia, a quella di Syriza in Grecia, al Bloco de Esquerda in Portogallo fino a Unidas Podemos. Ma il discorso sarebbe troppo lungo per un articoletto che voleva solo “dare i numeri”.
Flavio Guidi
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