di Fabrizio Burattini
Oggi 20 luglio ricorre il centenario della morte, o meglio, dell’assassinio di Doroteo Arango Arámbula, più conosciuto con il nome che assunse durante la Rivoluzione messicana: Francisco “Pancho” Villa.
Molti descrivono Pancho Villa come il Garibaldi, o come il Robin Hood messicano. Ma il mito del personaggio va molto al di là. Chi ha visitato il Messico, in particolare il Messico settentrionale, ha spesso avuto modo di vedere sui parafanghi o sui cassoni degli sgangherati camion che percorrono quelle strade polverose, in caratteri cubitali, la scritta “Viva Villa, Cabrones!”.
E’ un segno della popolarità (ma anche dell’avversione) che Villa e le sue azioni ancora riscuotono, pure a oltre 100 anni da quelle imprese.
La sua audacia, il suo coraggio, i suoi successi militari ma anche il suo sentimentalismo lo hanno reso un personaggio di fantasia, adatto per romanzi o per film.
Villa, nato nel 1878, era un bimbo condannato alla miseria, rimasto orfano con altri fratelli dopo che i genitori, braccianti a giornata in un latifondo dello stato messicano di Durango, erano deceduti. E, dunque, inevitabilmente era privo di ogni cultura. Si dice che, semianalfabeta, la sua unica lettura fosse stata un’edizione per ragazzi dei “Tre Moschettieri”, da cui, forse, trasse l’insegnamento essenziale del “tutti per uno e uno per tutti”.
Secondo la leggenda (ma forse è la realtà, visto che nessuno è riuscito a confutarla), il ribellismo di Villa nacque quando lui, sedicenne, assistette al tentativo del latifondista di abusare di sua sorella.
Così, decise che non voleva seguire il destino dei suoi genitori e volle diventare un bandito e lo fu per oltre 15 anni, amato dal popolo perché, si dice, “rubava ai ricchi per dare ai poveri”.
Nel 1910, l’incontro con un politico intelligente e sensibile, Abraham González Casavantes, leader del Partito Nazionale Anti-Rielezionista (cioè contrario alla rielezione del presidente dittatore Porfirio Díaz), molto legato a Francisco Ignacio Madero (che nel 1911 sarebbe poi divenuto presidente del paese), lo convinse che l’odio che provava per gli oppressori, i latifondisti e la dittatura doveva trasformarsi in lotta per il cambiamento.
Dunque, la sete di giustizia del contadino divenuto bandito si sposò con vere e proprie aspirazioni politiche democratiche e anti oligarchiche, che lo spinsero ad entrare nel nascente movimento rivoluzionario.
In poche settimane divenne il più efficace dei capitani della guerriglia della División del Norte Federal, comandata dal generale Victoriano Huerta. Questo militare di carriera, finito chissà perché a capeggiare la guerriglia nel Nord del paese, infastidito dalle capacità di Villa, lo fece imprigionare in un carcere della capitale Città del Messico, dove restò più di un anno, fino a che riuscì a scappare, raggiungendo l’esilio a El Paso, nel Texas statunitense.
Ma l’elezione di Francisco Madero, il rivale di Porfirio Diaz, a presidente non risolse i problemi politici e sociali del paese. Il rapido tradimento delle promesse fatte da Madero (con il mantenimento dell’autoritarismo e la mancata riforma agraria) fecero scoppiare una nuova ribellione, capeggiata da Emiliano Zapata (1879-1919), altra figura leggendaria della Rivoluzione messicana, capo dell’Esercito di liberazione del Sud.
Madero morì nel 1913, ucciso sotto una gragnuola di colpi in una congiura architettata nell’ambasciata statunitense, sostituito per soli 45 minuti da Pedro Lascuráin e poi, stabilmente proprio dal generale Victoriano Huerta, che intanto aveva rotto con il movimento rivoluzionario.
Così, Pancho Villa riassunse il suo ruolo e finì per divenire una delle figure più importanti del nuovo movimento armato, un vero e proprio caudillo rivoluzionario, conosciuto come il “Centauro del Nord”, in quanto generale in capo della División del Norte, al posto del “rinnegato” Huerta.
Così, la rivoluzione riprese vigore, sia al Sud che al Nord, dove Pancho Villa conquistò le città di Ciudad Juárez, Chihuahua, Torreón e Zacatecas, divenendo governatore provvisorio dello stato di Chihuahua.
Come governatore, Villa fece una politica radicalmente a favore del popolo, sequestrando gli esercizi commerciali che non rispettavano i prezzi calmierati del mais, dei fagioli e della carne, riaprì l’Istituto Scientifico e Letterario fatto chiudere da Huerta, creò una banca statale e fondò più di cinquanta scuole, dove lui stesso imparò a leggere e scrivere.
La Rivoluzione messicana durò circa 10 anni, e, com’è accaduto in tante rivoluzioni, intrecciò trionfi rivoluzionari, contraccolpi reazionari, e sanguinose lotte di fazione nello schieramento rivoluzionario.
Villa nello scontro con i “costituzionalisti” (cioè quella corrente della rivoluzione messicana che poneva in secondo piano la risoluzione delle problematiche sociali e che puntava all’instaurazione di una costituzione e di un governo stabile, un po’ sul modello di quella dei vicini Stati Uniti) combattè a fianco di Zapata.
Ma nel 1915 gli scontri con l’armata del presidente costituzionalista Venustiano Carranza, comandata dal generale Alvaro Obregón decimarono il suo esercito in modo tale che non riuscì più a riprendersi.
Dopo l’assassinio di Zapata, fatto trucidare dal governo nel 1919, e dopo la morte del presidente Carranza nel 1920, Villa si arrese e si ritirò con alcuni dei suoi uomini, con la sua ultima moglie e con i suoi numerosi figli nella Hacienda de Canutillo, dove cercò uno stile di vita di tipo comunitario, più corrispondente ai suoi ideali.
Il presidente attuale del Messico, il populista di sinistra, moderato e riformista, Andrés Manuel López Obrador, chiamato familiarmente AMLO dai messicani, ha dichiarato il “2023, anno di Francisco Villa, il rivoluzionario del popolo”.
E la ricorrenza ha rinfocolato i sentimenti contrastanti che i messicani, ma anche la politica, la storiografia e la letteratura nutrono verso questo iconico personaggio. “È una combinazione di ammirazione, repulsione, fascino, paura, amore, odio. Per il lettore civile (a volte raro) del XXI secolo, la vendetta sociale, la furia, il disprezzo per la propria e altrui vita, la terribile affinità con la violenza, sconcertano e spaventano”: è quel che scrive Paco Ignacio Taibo II nel libro biografico “Un rivoluzionario chiamato Pancho” (Tropea Editore, 2007).
Come abbiamo detto, Pancho Villa, assieme a Emiliano Zapata, fu una delle figure più importanti della Rivoluzione messicana. E nel paese ancora si sente l’eco della campagna denigratoria che fu condotta contro di lui, soprattutto tra il 1914 e il 1915 e poi fino alla sua morte. Venne demonizzato dai costituzionalisti e attorno a lui, sfruttando sapientemente il suo semianalfabetismo e la sua nota irascibilità di fronte alle scelte dei suoi superiori, fu costruita una “leggenda nera” tendente a presentarlo come un essere sanguinario, un macellaio, uno che non aveva un progetto politico e non sapeva veramente per cosa stesse combattendo, dunque un essere manipolabile, dispettoso e vendicativo. Ed è anche così che lo isolarono e lo sconfissero.
E Villa fu espulso dal Pantheon ufficiale della Rivoluzione messicana per quasi due decenni.
La sua immagine negativa prevalse nella storiografia della Rivoluzione messicana fino alla fine degli anni 30, quando il governo populista e riformista di Lázaro Cárdenas, con il supporto di alcuni sopravvissuti della sua divisione guerrigliera, iniziò a dare una versione diversa della storia, che contraddiceva l’immagine negativa costruita dal costituzionalismo.
Già durante la guerra civile spagnola il contingente dei messicani che nelle Brigate internazionali combattevano contro i franchisti a fianco dei repubblicani assunse il nome di “Unidad Pancho Villa”.
Poi nel 1968 della rivolta studentesca, i movimenti sociali hanno recuperato le figure autentiche degli eroi rivoluzionari, sottraendoli allo stato messicano egemonizzato dal Partido Revolucionario Institucional (PRI), che se ne era appropriato, deformandone l’immagine al fine di legittimarsi. Così fu in quell’anno che un suo ex collaboratore, Martin Luis Guzman, convinse il parlamento a riconoscere Francisco Villa come eroe dell’azione rivoluzionaria, anche riscoprendo altri e diversi lati umani del “caudillo”, come la sua intrinseca modestia, la sua capacità di consultarsi sempre con i suoi subordinati prima di ogni iniziativa militare importante, o come la dolcezza e l’affetto che professava negli ultimi anni della sua vita, nel progetto sociale e produttivo dell’hacienda di Canutillo, sia verso i suoi numerosi figli sia verso i compagni che erano rimasti al suo fianco.
Oggi Villa è tornato ad essere un eroe seducente per la sinistra sociale, per la sua identificazione con il popolo messicano, oltre che per la sua azione libertaria e di resistenza contro lo sfruttamento e l’autoritarismo.
Perciò, Pancho Villa, a 100 anni esatti dalla sua morte, continua a campeggiare con la sua immagine nei bar popolari, nelle officine meccaniche, nei camion, nelle case di tutto il paese, come simbolo di lotta e di resistenza dal basso.
Viva Villa, Cabrones…
Scopri di più da Brescia Anticapitalista
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.