Una domanda che percorre la società italiana da sempre, credo. E comunque da quando ho l’età della ragione (quindi da oltre mezzo secolo) l’ho incontrata ovunque. Recentemente se n’è discusso, come sempre dopo un’elezione, nelle sedi dei partiti, nelle redazioni dei giornali, nei bar. Insomma, i giovani fungono un po’ da cartina di tornasole degli umori politici attuali, ma soprattutto futuri. Soprattutto se le tendenze evidenziate si confermano, cosa del tutto improbabile in quest’epoca di volatilità (eufemismo per definire la superficialità, l’ignoranza storico-politica, il menefreghismo qualunquista), ma piuttosto discutibile, come vedremo, anche nel recente passato. I sondaggi, si sa, nei tempi della sciagurata “seconda” repubblica, stanno diventando (ovviamente spesso pilotati) un elemento onnipresente della politica nostrana. Per esempio, per quanto riguarda le elezioni bresciane, mi aveva stupito un dato che a me sembrava poco credibile, conoscendo un po’ “i miei polli”: secondo il sondaggio di Pagnoncelli, pubblicato dal Giornale di Brescia due settimane prima del voto, ben l’11,5% dei giovani elettori (18-25 anni) era orientato a votare la coalizione dell’opposizione di sinistra all’attuale giunta (M5S-UP-PCI). Cioè il doppio esatto di ciò che Pagnoncelli le attribuiva (5,6%). In realtà, come si sa, la coalizione intorno a Lucà ha raccolto meno della metà di quei voti, cioè il 2,5%. Se il voto per fasce d’età fosse quello evidenziato dal sondaggio, vorrebbe dire che circa il 5% dei giovani avrebbe scelto la coalizione dell’opposizione di sinistra. Per farla breve, c’è un modo (o meglio c’era fino a poco tempo fa, visto l’abbassamento del limite di età per il voto al Senato): quello di analizzare la differenza tra il voto al Senato (ultra venticinquenni) e quello alla Camera (sotto i 25 anni). Ed io ci ho provato. Trovando qualche conferma a ciò che immaginavo, ma anche molte sorprese. Ho deciso di limitarmi alle elezioni post 1968, quando la “questione giovanile” è emersa prepotentemente alla ribalta. Le prime elezioni che ho cercato di analizzare sono quelle del 1972, quando per la Camera si poteva votare dai 21 anni in su. Quindi i giovani nati nell’immediato dopoguerra (1947-1951).

La differenza di votanti tra Camera e Senato fu di oltre tre milioni di voti (la partecipazione al voto fu di oltre il 93%), per l’esattezza 3.040 mila. Come si divisero questi voti?

Democrazia Cristiana 1,446 mila voti, pari al 47,6% (media generale del 38,8%, quindi +8,8%)

Partito Comunista – PSIUP 1,405 mila voti, pari al 46,2% (la media fu del 29,1%, quindi + 17%)

Movimento Sociale Italiano-DN 128 mila voti, pari al 4,2% (la media fu dell’8,7%, quindi – 4,5%)

Partito Socialdemocratico 104 mila voti, pari al 3,4% (la media fu del 5,1%, quindi -1,7%)

Partito Comunista (marxista-leninista) 63 mila voti, pari al 2,1% (la media fu dello 0,3, quindi +1,8%)

Partito Repubblicano Italiano 36 mila voti, pari all’1,2% (la media fu del 2,9%, quindi -1,7%)

Partito Socialista Italiano -18 mila voti (quindi più voti al Senato che alla Camera)

Partito Liberale Italiano -19 mila voti (idem come sopra)

Altri partitini ottennero più voti al Senato che alla Camera, il che spiega la somma superiore a 100. Bisogna inoltre aggiungere il fatto che due liste di sinistra, il Manifesto e il Movimento Politico dei Lavoratori, si presentarono solo alla Camera (il che spiega in parte il dato del PSI, almeno per quanto riguarda il MPL, destinato a confluire in maggioranza pochi mesi dopo nel partito di Nenni). Come si nota agevolmente, ci sono alcuni dati ben chiari: 1) i giovani erano più a sinistra del resto della società, visto che la sinistra ottiene il 48%, 8 punti in più della media 2) Il voto giovanile è molto più polarizzato: DC e PCI-PSIUP ottengono oltre il 93%, rispetto al 68% della media generale 3) La DC, contrariamente a ciò che molti, soprattutto a sinistra, pensavano, resta il primo partito tra i giovani, segno di un persistente radicamento dei cattolici tra le giovani generazioni, soprattutto nell’Italia rurale e arretrata 4) Il voto neofascista è un voto “nostalgico”, di anziani. Il che smentisce l’impressione diffusa di una polarizzazione estrema sinistra – estrema destra nell’opinione della giovane generazione, impressione dovuta all’attivismo militante dei giovani neofascisti, relativamente numerosi ma piuttosto isolati dalle masse giovanili 5) I partiti laici sono poco apprezzati dai giovani, in particolare i liberali (che prendono più voti al Senato che alla Camera). 6) Il partito più giovanile, in termini relativi viste le piccole dimensioni, è il maoista PCI (m-l), che ottiene tra i giovani oltre il 2%, più di repubblicani e liberali messi insieme. Il che conferma la relativa influenza dell’estrema sinistra nell’opinione giovanile, in prevalenza studentesca.

1976

Quattro anni dopo votano per la prima volta i 18enni, il che spiega l’incremento di oltre due milioni di votanti: 5,133 mila, giovani nati tra il 1951 e il 1958, agli inizi del boom economico. Questi i risultati:

DC 1.983 mila voti, pari al 38,6% (la media fu del 38,7%, quindi meno 0,1%)

PCI 1.977 mila voti, pari al 38,5% (media del 34,4, quindi più 4,1%)

Democrazia Proletaria 479 mila, pari al 9,3% (media dell’1,5, quindi più 7,8%)

PSI 332 mila voti, pari al 6,5% (media del 9,6, quindi -2,9%)

PRI 160 mila voti, pari al 3,1% (uguale alla media generale)

MSI-DN 152 mila voti, pari al 3,0% (media del 6,1, quindi -3,1%)

PSDI 130 mila voti, pari al 2,5% (media del 3,4, quindi – 0,9%)

Partito Radicale 128 mila voti, 2,5% (media dell’1,1, quindi + 1,4%)

PLI – 30 mila voti, -0,6% (meno voti alla Camera che al Senato)

Si tenga presente che in alcune regioni i tre partiti laici (PSDI, PRI e PLI) si presentarono insieme, ottenendo 335 mila voti. Ho spalmato, con un’operazione discutibile, questi voti in percentuale pari a ciò che avevano ottenuto alla Camera. Non sarà precisissimo, ma l’ordine di grandezza è quello. Da sottolineare il fatto che Democrazia Proletaria si sia presentata per il Senato solo in Lombardia: ciò falsa notevolmente il dato di DP, che appare come terzo partito tra i giovani visto l’enorme differenziale tra Camera e Senato. Si confermano alcune tendenze già emerse nel ’72: i giovani sono più a sinistra degli altri (e sono più a sinistra di quattro anni prima). I neofascisti e i liberali sono i partiti più “vecchi” (percentuali dimezzate rispetto alla media generale), ma non scherzano nemmeno i socialisti e i socialdemocratici, mentre i repubblicani mantengono tra i giovani la stessa percentuale degli “adulti”. Nell’ambito della sinistra, i partiti più giovani (come già si era visto su piccolissima scala 4 anni prima) sono quelli che appaiono più a sinistra, cioè DP (anche fatta la tara del dato lombardo, dove comunque è il terzo partito nella fascia 18/25 anni) e il Partito Radicale. Una novità è costituita dal fatto che la DC, per la prima (e ultima) volta, prende leggermente meno voti tra i giovani che tra gli adulti, e che c’è una dimuzione del bipolarismo (l’opposto di ciò che accadde in quell’occasione tra gli adulti). Se nel ’72 DC e PCI-PSIUP si dividevano praticamente alla pari oltre il 90% del voto giovanile, ora devono accontentarsi (si fa per dire) del 77%.

[continua]

Flavio Guidi


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