Pubblichiamo un intervento di Giuseppe Raspanti dell’anno scorso, è datato, ma attualissimo.

Quando mi hanno chiesto di scrivere un pezzo per la serata dell’8 giugno ’22 a Rodengo Saiano, ho accettato con gratitudine e senza la minima preoccupazione. Erano talmente tante le cose da dire che avevo in testa che, pensavo, mi sarebbe bastato trovare il tempo di sedermi, aprire il rubinetto di cuore e cervello e lasciar fluire le parole, i concetti, i distinguo, le vicende storiche note e anche quelle magari ignote ai più. Tutto facile, tutto semplice, che ci vuole? Tutto logico… tutto però, o quasi, già sentito, già dibattuto, già triturato: Zelensky, Lavrov, Nato, Minsk, Azov, il lettone di Putin (o forse era il lèttone?), Maidan, Victoria Nuland, 2% del Pil, armi biologiche, acciaierie sotterranee. Tutto questo e molto altro ancora… e poi, qui da noi, bavagli, censure, liste di proscrizione, culture espulse, sanzioni, Europa granitica e Europa divisa, Papa senza eco e relegato in trafiletti, resistenza o difesa, la vera data dell’inizio della guerra, mercenari o volontari, sanzioni e sotterfugi, embarghi eterni, gas o zucchero di canna, vecchio immarcescibile bloqueo. Anche queste già dette, quasi ormai vecchie. Le cose nuove da dire mi scivolavano tra i tasti, ogni scintilla si spegneva nella sillaba successiva. Anch’io, forse anche noi, ad occuparci dell’unica guerra televisiva, l’unica mediatica tra le decine in corso, anche più cruente e spietate di questa. Come se i bambini yemeniti non ci riguardassero, come se la Formula 1 in Arabia Saudita, garantendoci il condizionatore, valesse quella pena e tante altre. Già detto…

Poi, mi è venuta un’idea. Più che un’idea, una domanda anche semplice per me, vecchio giocatore di parole: qual è il contrario di ‘guerra’? È forse pace? No, non lo è. Con buona pace, appunto, del sentire comune e di Leone Tolstoj, la pace è la condizione più lontana dalla guerra, ma non ne è l’opposto. È semplicemente una condizione dello spirito e del corpo per cui la guerra non è neppure contemplabile. Forse le mie sono banalità perfino risibili, ma la pace, per essere vera e tale, non ha bisogno di aggettivi, perché questi ne deviano il sapore, il significato. Fatta, raggiunta, imposta, concordata, subita, controllata sono follie lessicali che stravolgono il senso e, spesso, persino la Storia. Basti pensare alle ‘missioni di pace’…

Giù le mani dalla Pace poteva essere un altro buon titolo per questa serata. Ma tutti questi sono soltanto discorsi teorici. Adesso abbiamo tra le mani e tra i piedi una guerra che rischia di provocare chissà quanti altri morti in quelle terre e, trascendendo come fanno da sempre tutte le micce, di diventare un’esplosione finale mentre tutti noi pacifisti ci chiediamo come si possa fermare. Accettiamo compromessi, tregue, trattative, accordi, nuovi equilibri in cambio delle vite e di un minimo di serenità. Accettiamo compromessi di giustizia, lì e in tutti gli altrove dove si combatta per territori, per ricchezze, per controllo delle risorse, per la creazione di nuovi equilibri di potere, di denaro, di cielo. Ma non chiamatela pace, nessuno ha il diritto di sporcare questa parola con un precario silenzio di armi.

Il contrario di guerra, della loro guerra è forse una tregua, un cessate il fuoco, un riposizionamento di puntatori. È al massimo un armistizio, se non una vittoria. Ma la pace, senza condizioni e senza condizionatori,  dimora altrove. Dimora dove non cresceranno ulteriori giornate in memoria, dove si svuoteranno le teche per conservare ceneri di odio da non dimenticare. E da non spegnere. Quante generazioni serviranno perché russi e ucraini, per fare solo uno della miriade di esempi possibili, tornino in pace? Basterà forse deporre le armi, tracciare nuovi confini, firmare l’ennesimo definitivo accordo? 

Serve un salto di logica o, per dirla in ossimoro, un salto mortale del cuore, il disarmo degli interessi, il ripristino dei basilari fondamenti di giustizia, servirebbe un nuovo ordinamento mondiale che tolga ai pochi il potere, il privilegio di decidere per tutti e di disporre quindi delle nostre vite. Serve la forza dell’Utopia e il coraggio di smettere di credere che sia sinonimo di Impossibile. 

Ho studiato da socialista, ho pensato da comunista libertario e ho vissuto da laico borghese, attento però, mi regalo un però, a contrastare soprusi e ingiustizie. Sono invecchiato sperando di evitare di vedere con i miei occhi le bombe quotidiane e i rifugi di vita, ma temo di non farcela. Ho cercato la Pace esteriore tutta la vita, e ancora non so dove sia. Io non smetterò di cercarla, non mi darò pace finché non l’avrò trovata.      E voi?

Giuseppe Raspanti.

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