Passato quasi inosservato a causa dell’invasione russa in Ucraina, lunedì 28 febbraio il 2° Gruppo di lavoro dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) ha pubblicato il suo rapporto sugli impatti della crisi climatica sugli ecosistemi e le ricadute sociali, oltre alla capacità di adattamento umano e non-umano ai cambiamenti climatici in atto.

Per la prima volta, il report dedica un intero capitolo alla Regione Mediterranea, che si sta scaldando più velocemente della media globale ed è la zona in Europa che più risentirà degli effetti della crisi climatica. 

I risultati sono eufemisticamente sconfortanti: gli ecosistemi sono colpiti duramente dal riscaldamento del globo e alcuni di essi lo sono in modo irrimediabile avendo perso la capacità naturale di rigenerarsi. La “produttività” della terra e dei mari è in calo costante, così come la quantità e qualità delle fonti di acqua potabile mentre la loro capacità di assicurare una sicurezza alimentare al sistema-mondo è sempre più traballante, al netto delle zone in cui la fame continua a mietere vittime, nonostante le risorse economiche profuse nei decenni dal cosiddetto primo mondo. Ed è proprio sulle disuguaglianze sociali che il rapporto si sofferma, sottolineando quanto la siccità, le inondazioni e il consumo della porzione selvatica di territori a favore di quelle per l’allevamento e l’agricoltura intensive contribuiscano ad espellere porzioni di popolazione sempre maggiori dai loro habitat, ingrossando i flussi migratori sia interni sia esterni ed aumentando la probabilità di zoonosi. Anche se sembra che la pandemia sia scomparsa all’alba del 24 febbraio, in realtà il pericolo è presente e soprattutto futuro.

L’IPCC dall’anno della sua costituzione (1988) – ma ancora prima il “Club di Roma” (1968) con il suo “The Limits to Growth” (I limiti dello sviluppo, 1972) – sta avvertendo le classi dirigenti mondiali della pericolosità del business as usual che ci porterà a sforare il limite del’1,5°C di riscaldamento globale, ma le timide politiche messe in atto negli ultimi anni non vanno in quella direzione, nonostante un interesse sempre crescente per il tema, sfociato in tutto il mondo in manifestazioni di piazza a cui hanno partecipato milioni di persone. Con l’invasione dell’Ucraina, le dichiarazioni di Mario Draghi di intensificare l’estrazione di gas e riattivare le centrali a carbone (alcune delle quali mai totalmente dismesse) per emancipare il Paese dalla fornitura di gas russo non avranno certo l’effetto auspicato di ridurre la mole di gas climalteranti presenti nell’atmosfera che sono la causa del riscaldamento globale e di tutto ciò che ne consegue. Un altro aspetto, al momento sottovalutato anche se cominciamo ad averne le prime avvisaglie, è l’importanza del grano russo e ucraino e la loro esportazione nel sistema mondo. La situazione che si è venuta a creare in Ucraina esacerberà ulteriormente la già difficile, in alcuni casi inesistente, sicurezza alimentare di Paesi come Egitto, Yemen, Siria, Libano e Libia. Sul quotidiano egiziano “El Ain” si è cercato di fare una stima della contrazione del volume di grano importato ed è risultato che se le esportazioni di grano russo e ucraino fossero interrotte a causa della guerra, “verrebbero perse 692,5 miliardi di pagnotte nell’anno”. Un problema che colpisce anche l’Europa, certo in maniera meno drammatica, ma che porterà a dover trovare altri canali di approvvigionamento e a rivedere l’opposizione europea espressa sinora verso trattati come il TTIP, analogo al TTP orientale cioè, in sostanza, alla creazione di due gigantesche aree di libero mercato, all’interno delle quali circolino complessivamente ben più della metà delle merci scambiate nel pianeta. Ovviamente, sacrificando quelle regole di controllo che hanno finora fatto desistere l’Europa dall’aderirvi. Tuttavia un cambio di approccio radicale potrà verificarsi solamente nel momento in cui capiremo che quella “ecologica” non è una questione come tante altre, né l’ennesima vertenza che ci troviamo ad affrontare ma è, in realtà, la matrice da cui si generano tutte le vertenze che abbiamo affrontato sinora. I metalmeccanici della ex-GKN, per ritornare alle nostre magagne interne, l’hanno capito da tempo.

Cesare Quinto

IMPATTI DEL RISCALDAMENTO GLOBALE: PIU’ VELOCE E PIU’ GRAVE DEL PREVISTO, AFFERMA L’IPCC.

di Daniel Tanuro

Il rapporto del Gruppo di lavoro II dell’IPCC sugli impatti e l’adattamento ai cambiamenti climatici lancia un grido d’allarme acuto: il disastro è più grave di quanto previsto dai modelli, i suoi effetti si manifestano più rapidamente e tutti i rischi aumentano. I poveri, le popolazioni indigene, le donne, i bambini e gli anziani sono sempre più a rischio, soprattutto nei paesi del Sud del mondo. Le politiche seguite per limitare i danni sono inadeguate, contrastano con la sostenibilità e aggravano le disuguaglianze sociali. Gli autori chiedono un approccio inclusivo per trasformare la società a tutti i livelli.

I risultati

Gli ecosistemi ovunque sono alterati dai cambiamenti climatici. Per alcuni di loro sono stati superati i limiti dell’adattamento (soprattutto nelle regioni polari ed equatoriali) – non potranno rigenerarsi naturalmente. Alcuni eventi estremi superano le medie previste per la fine del secolo.

Le specie stanno già scomparendo a causa del riscaldamento globale. Le conseguenze umane sono preoccupanti. Gli incendi di foreste e torbiere, il drenaggio delle zone umide e la deforestazione fanno sì che alcuni pozzi di carbonio diventino fonti (la foresta pluviale amazzonica, in particolare).

La produttività dell’agricoltura, della silvicoltura e della pesca è in calo, mettendo a rischio la sicurezza alimentare. Il verdetto degli scienziati è categorico: il sistema alimentare globale non riesce ad affrontare la sfida dell’insicurezza alimentare e della malnutrizione in modo sostenibile.

I problemi dell’acqua sono particolarmente preoccupanti. Mentre metà della popolazione mondiale sperimenta una grave scarsità d’acqua almeno un mese all’anno, mezzo miliardo di persone vive in aree in cui le precipitazioni medie sono ora al livello delle precipitazioni che in precedenza si verificavano solo ogni sei anni. Lo scioglimento dei ghiacciai di montagna provoca inondazioni o carenze a valle e le malattie trasmesse dall’acqua colpiscono milioni di persone in più in Asia, Africa e America centrale.

In generale, le conseguenze sulla salute del riscaldamento globale sono pesanti e aumentano le disuguaglianze. Nei paesi altamente vulnerabili al riscaldamento globale (dove vivono 3,3 miliardi di persone), la mortalità dovuta a inondazioni, siccità e tempeste è quindici volte superiore che altrove sulla Terra. Alcune regioni del globo si stanno avvicinando o stanno già vivendo un livello di stress termico incompatibile con il lavoro. Diversi fenomeni legati al riscaldamento globale (caldo, freddo, polvere, ozono troposferico, polveri sottili, allergeni) favoriscono malattie croniche delle vie respiratorie.

La distruzione degli habitat naturali e la migrazione delle specie promuovono le zoonosi. Il cambiamento climatico è diventato uno dei principali motori della migrazione e dello sfollamento della popolazione umana. Dal 2008, venti milioni di persone sono state costrette a spostarsi ogni anno a causa di eventi meteorologici estremi (soprattutto tempeste e inondazioni). Queste tragedie umane colpiscono principalmente l’Asia meridionale e sudorientale, l’Africa sub-sahariana e i piccoli stati insulari. Altre popolazioni non riescono a lasciare le regioni divenute inospitali, per mancanza di mezzi o per altri motivi. Le grandi concentrazioni urbane nel Sud del mondo sono particolarmente esposte agli impatti combinati dei cambiamenti climatici e ai determinanti sociali della vulnerabilità. Questo è particolarmente vero nelle periferie informali – prive di acquedotti e fognature, spesso insediate su pendii esposti a frane – (dove sono in maggioranza donne e bambini). Nell’Africa subsahariana, il 60% della popolazione urbana vive nelle estensioni informali delle città; 529 milioni di asiatici vivono nelle stesse condizioni precarie.

Proiezioni

Le proiezioni sono ancora più preoccupanti dei risultati, e si possono riassumere in poche parole: escalation delle minacce agli ecosistemi. Secondo gli autori, qualsiasi ulteriore riscaldamento a breve termine aumenta i rischi per gli ecosistemi in tutte le regioni. La percentuale prevista di specie ad alto rischio di estinzione a 1,5°C, 2°C e 3°C è rispettivamente del 9%, 10% e 12% (nbil range di incertezza è ampio, la realtà potrebbe essere più grave), con salto qualitativo compreso tra +1°C e +3°C. Gli eventi meteorologici estremi e altri fattori di stress aumenteranno di entità e frequenza, accelerando il degrado dell’ecosistema e la perdita di servizi ecosistemici. A 4°C di riscaldamento, la frequenza degli incendi aumenterà, ad esempio, dal 50 al 70%.

I cambiamenti nella stratificazione dell’acqua oceanica ridurranno i flussi di nutrienti. Il ritardo nello sviluppo del fitoplancton finisce per ridurre le risorse ittiche. Qualsiasi ulteriore riscaldamento aumenterà anche la pressione sul sistema alimentare e sulla sicurezza alimentare. Gli impatti negativi del riscaldamento globale diventeranno prevalenti per tutti i sistemi alimentari e le disuguaglianze regionali nella sicurezza alimentare aumenteranno, affermano i ricercatori. A seconda degli scenari, la biomassa globale degli oceani diminuirà dal 5,7% al 15,5% nel 2014 rispetto al 1990 e il numero di esseri umani denutriti aumenterà di decine di milioni entro il 2050.

Il problema dell’acqua diventerà acuto in termini di sostenibilità. Secondo gli scenari mediani, entro il 2100 i ghiacciai di alta montagna scompariranno del 50% in Asia. A 1,6°C di riscaldamento, il numero di persone sfollate in Africa a causa delle inondazioni aumenterà del 200% (e del 600% a 2,6°C). A 2°C di riscaldamento, la siccità agricola estrema aumenterà del 150-200% nel bacino del Mediterraneo, nella Cina occidentale e alle alte latitudini del Nord America e dell’Eurasia. A 2,5°C, dal 55% al 68% delle specie di pesci d’acqua dolce sfruttate commercialmente in Africa sarà a rischio di estinzione. 

L’innalzamento del livello del mare diventerà sempre più minaccioso: i rischi nelle regioni costiere aumenteranno in particolare oltre il 2050 e continueranno ad aumentare in seguito, anche se il riscaldamento si interromperà. Il rischio aumenterà del 20% per un rialzo di 15 cm, raddoppierà per un rialzo di 75 cm e triplicherà per un rialzo di 1,4 metri (nb: un tale aumento è probabile durante questo secolo). Anche sotto questo aspetto l’Africa è in grave minaccia: da 108 a 116 milioni di persone colpite entro il 2030, e fino a 245 milioni nel 2060. I paesi sviluppati non ne sono immuni: in Europa il rischio si moltiplicherà per dieci, qui 2100, e ancora più velocemente e di più con una politica costante.

Le conseguenze per la salute sono in sintonia e acuite dal “degrado e distruzione dei sistemi sanitari”. Uno scenario ad alte emissioni aumenterebbe il numero annuo di morti per clima di 9 milioni nel 2100. In uno scenario medio, questo numero aumenterebbe di 250.000/anno nel 2050. Cresceranno le fila delle vittime della malnutrizione, soprattutto in Africa, Asia meridionale e Centro America. In tutti gli scenari, le aree del globo che oggi sono densamente popolate diventeranno pericolose o inabitabili. Se le politiche inegualitarie continuano, il numero di persone che vivono in condizioni di estrema povertà aumenterà da 700 milioni a un miliardo entro il 2030.

Gli autori si riferiscono a questo come al superamento di “punti di svolta sociali”.

Grandi preoccupazioni

Come nei rapporti precedenti, il WGII individua cinque “Major Reasons for Concern” (Principali motivi di preoccupazione): ecosistemi unici in pericolo, come le barriere coralline e gli ambienti montani (RFC1); eventi meteorologici estremi (RFC2); distribuzione sociale degli impatti (RFC3); alcuni effetti globali aggregati, come il numero di decessi climatici (RFC4); singoli eventi su larga scala, come la dislocazione delle calotte glaciali (RFC5). Per ciascuna di queste RFC, gli autori confrontano l’attuale livello di rischio con il livello di rischio valutato nel loro precedente rapporto (IPCC 5th Assessment Report, 2014).

Il livello di rischio fa riferimento all’obiettivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) adottata a Rio (1992): “evitare pericolose interferenze antropogeniche con il sistema climatico“. La conclusione del confronto dovrebbe suonare come una sirena d’allarme : il rischio è diventato da alto a molto alto per le cinque RFC in tutti gli scenari (anche se il livello di riscaldamento rimane basso) Rimanere al di sotto di 1,5°C consentirebbe di mantenere il rischio “moderato” per RFC 3, 4 e 5, ma è già alto per RFC 2 e sta passando da alto a molto alto per RFC1. Sappiamo che alcuni scenari di mitigazione delle emissioni si basano su un “superamento temporaneo” di 1,5°C, pur rimanendo “ben al di sotto dei 2°C” (accordo di Parigi).

Ci sarebbero gravi rischi e impatti irreversibili, affermano i ricercatori. Inoltre, aumenterebbe il rischio che grandi quantità di carbonio immagazzinate negli ecosistemi vengano rilasciate (a seguito di incendi, scioglimento del permafrost, ecc.), il che accelererebbe la catastrofe climatica.

Limiti all’adattamento, politiche inique

I governi affermano di perseguire una politica di adattamento alla parte inevitabile del cambiamento climatico, come previsto dagli accordi internazionali. Il rapporto WGII fa il punto su questo: è ingiusto ed inefficiente, e avvantaggia più i ricchi che i poveri; invece di integrare l’essenziale riduzione drastica e rapida delle emissioni di gas serra, funge da sostituto di essa, in modo che il riscaldamento globale peggiori, il che riduce le opportunità di adattamento, a danno dei poveri; questi margini di manovra sono ulteriormente ridotti dall’attuazione di misure volte ad aggirare la riduzione delle emissioni (ad esempio: cattura-sequestro del carbonio, piantagioni di alberi, grandi dighe idroelettriche) a danno delle popolazioni indigene, delle popolazioni povere e delle donne. Il rapporto afferma chiaramente che “le strategie di sviluppo dominanti sono contrarie allo sviluppo sostenibile per il clima”.

Vengono addotte diverse ragioni: l’allargamento delle disuguaglianze di reddito, l’urbanizzazione non pianificata, la migrazione forzata e lo sfollamento, le emissioni di gas serra in continuo aumento, la continuazione dei cambiamenti nell’uso del suolo, l’inversione della tendenza di lungo periodo verso una maggiore aspettativa di vita.

Secondo gli autori, è fondamentale sviluppare una politica inclusiva, equa e giusta, in particolare nei confronti delle popolazioni indigene la cui conoscenza deve essere valorizzata. Il rafforzamento delle comunità emarginate è decisivo per la coproduzione di una politica climatica sostenibile. 

La mancanza di giustizia sociale da parte dei governi viene additata come l’ostacolo maggiore, in particolare di fronte alle sfide del nesso cibo-energia-acqua. La salute, l’istruzione e i servizi sociali di base sono vitali per aumentare il benessere delle popolazioni e la sostenibilità dello sviluppo, si legge nel rapporto. È quindi prioritario aumentare i mezzi finanziari del Sud globale, dove il costo di adattamento al riscaldamento globale supererà molto rapidamente i 100 miliardi di dollari/anno che il Nord ha promesso di versare (ma non ha pagato) al Fondo verde per il clima. Il rapporto cita importi da 127 a 290 miliardi di dollari/anno nel 2030-2050, che potrebbero arrivare fino a 1000 miliardi. 

Il rapporto IPCC WGII ovviamente non fornisce una strategia sociale per affrontare la catastrofe climatica capitalista: il tono generale è quello delle buone intenzioni e dei pii desideri di inclusione per tutti gli attori sociali. Ma gli eco-attivisti troveranno due cose utili nella loro lotta: una conferma scientifica all’estrema gravità degli impatti del riscaldamento globale e una dimostrazione rigorosa dell’ingiustizia sistemica delle politiche climatiche.

Traduzione di Cesare Quinto

Tratto da: alencontre.org